La psicologia identifica diversi fattori che possono scatenare queste “montagne russe emotive”: i fattori Biologici e Ormonali, lo stress e il burnout, lo stile di vita e l’evoluzione psicologica
I primi sono determinati da fluttuazioni di neurotrasmettitori come la serotonina e la dopamina, o cambiamenti ormonali (ciclo mestruale, gravidanza, menopausa, problemi alla tiroide) mentre i secondi accadono quando il carico cognitivo ed emotivo supera la nostra capacità di gestione e la “soglia di tolleranza” si abbassa rendendoci reattivi a ogni stimolo.
Anche lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale: è ampiamente dimostrato come la privazione del sonno sia una delle cause primarie di instabilità emotiva (cosi come anche l’abuso di caffeina o zuccheri che possono creare picchi e crolli d’umore).
Nelle fasi di transizione poi della nostra vita (adolescenza, crisi di mezza età), gli sbalzi sono spesso il risultato di una rinegoziazione dell’identità.
Anche se ovviamente è da considerarsi normale sentirsi “su e giù” ogni tanto la psicologia clinica presta attenzione quando queste variazioni diventano invalidanti.
Sbalzi d’umore estremi possono essere sintomi di quadri più complessi come il Disturbo Bipolare, il Disturbo Borderline di Personalità o la Ciclotimia. In questi casi, la diagnosi deve essere fatta esclusivamente da un professionista (spesso un psichiatra).
La psicologia suggerisce un consulto se senti di aver perso il controllo, se i tuoi rapporti interpersonali ne soffrono o se sperimenti pensieri di autosvalutazione profonda durante i momenti di “down”. Un percorso terapeutico può aiutare a identificare i trigger (gli inneschi) e a costruire una resilienza emotiva più solida. Quando l’umore cambia “senza motivo”, le evidenze scientifiche ci dicono che in realtà un motivo esiste, ma si trova sotto la soglia della tua consapevolezza cosciente.
Immagina la tua mente come una vasca da bagno. Ogni piccolo stress quotidiano, anche minimo (una mail letta di sfuggita, un rumore fastidioso, una preoccupazione per il futuro), è una goccia. La vasca si riempie in silenzio e all’improvviso l’ultima goccia — invisibile — fa traboccare tutto. Ti ritrovi giù di morale o irritabile e pensi: “Ma se non è successo niente!”. In realtà, è il peso accumulato di tutto ciò che hai ignorato durante la giornata o la settimana.
A volte invece il “motivo” non è psicologico, ma puramente fisiologico. Il cervello reagisce a segnali del corpo che noi non interpretiamo subito come fisici (come micro-variazioni di glucosio, stanchezza neurocognitiva e alterazione dei ritmi circadiani).
Il nostro cervello è una macchina che crea collegamenti: un odore, un tono di voce alla radio, o persino una particolare luce pomeridiana possono attivare un ricordo emotivo archiviato. Per esempio se una luce ci ricorda una domenica malinconica dell’infanzia questa può innescare un senso di vuoto, anche se oggi la tua vita va bene. Non riconosci il collegamento, vedi solo l’effetto: lo sbalzo d’umore.
Tuttavia oggi sappiamo che attraverso diverse tecniche di neuropsicologia del benessere o di psicoterapia cognitivo -comportamentale è possibile intervenire per riequilibrare rapidamente l’umore per ritrovare serenità ed equilibrio.
Il Rilassamento Muscolare Progressivo (PMR), ideato dal medico Edmund Jacobson, è una tecnica basata sulla stretta correlazione tra mente e corpo: Jacobson osservò che la tensione mentale si riflette sempre in una tensione muscolare e che, imparando a decontrarre i muscoli, è possibile indurre uno stato di calma profonda anche nella mente.
EDMUND JACOBSON
Jacobson è considerato il “padre” scientifico del rilassamento moderno. Medico e fisiologo di Chicago, Jacobson fu il primo a dimostrare scientificamente il legame inscindibile tra stato muscolare e stato mentale.
Negli anni ’20, Jacobson utilizzò strumenti di elettromiografia (per misurare gli impulsi elettrici nei muscoli) e scoprì che anche quando pensiamo di essere rilassati, i nostri muscoli mantengono delle micro-tensioni e che un pensiero ansioso genera sempre una contrazione muscolare, anche impercettibile. Jacobson osservò che se si riesce a eliminare la tensione nel muscolo, la mente deve calmarsi. Non è una scelta, è una conseguenza fisiologica. Jacobson strutturò un percorso che oggi viene spesso abbreviato anche se il suo metodo originale era molto rigoroso.
I 3 PILASTRI DI JACOBSON
Jacobson chiamava l’ansia “iper-attivazione neuromuscolare”. L’ansia richiede tensione mentre la rabbia è una preparazione all’attacco. Jacobson insegnava a intercettare i muscoli che si preparano al colpo (pugni, spalle, mascella) e a disabilitarli prima che l’emozione diventi esplosiva. Jacobson insegnava che si può essere rilassati mentre si fa qualcosa: se stai scrivendo al computer, devi tendere solo i muscoli delle dita e delle braccia. Se tendi anche le gambe, la schiena o la fronte, stai sprecando energia e accumulando ansia. Il suo obiettivo era insegnare a usare il minimo sforzo necessario per ogni azione.
Come funziona il metodo e ii benefici principali
L’obiettivo è imparare a riconoscere la differenza tra la sensazione di tensione e quella di rilassamento: si procede contraendo un gruppo muscolare alla volta per pochi secondi per poi rilasciarlo bruscamente.
Essendo una tecnica “attiva” (richiede di fare qualcosa fisicamente), è spesso più facile da apprendere per chi fatica a meditare o a stare fermo con i pensieri.
In ambito clinico numerosi professionisti spesso integrano il metodo Jacobson con il Training Autogeno o la Mindfulness. Mentre il metodo di Jacobson è eccellente per chi ha bisogno di un approccio fisico e concreto, il Training Autogeno lavora più su suggestioni mentali di calore e pesantezza.
Differenza tra rilassamento progressivo di jacobsen, traning autogeno e mindfulness
Sebbene l’obiettivo finale sia comune — ridurre lo stress e migliorare il benessere — queste tre tecniche funzionano con meccanismi psicofisici molto diversi.
Rilassamento Muscolare Progressivo (Jacobson)
È la tecnica più fisica e concreta. Si basa sull’azione muscolare diretta si basa su un meccanismo di contrazione volontaria di un muscolo seguita da un rilascio immediato ed è adatto a chi ha molta energia residua, soffre di tic, tensioni muscolari croniche (es. bruxismo) o trova difficile restare immobile a pensare. Il mantra è: “Sento la tensione, la lascio andare fisicamente”.
Training Autogeno (Schultz)
È una tecnica di auto-distensione da concentrazione. Si basa sulla mente che influenza il corpo tramite la ripetizione mentale di formule (es. “Il mio braccio destro è pesante”, “Il mio plesso solare è piacevolmente caldo”) ed è adatto a chi ha una buona capacità di immaginazione, soffre di disturbi psicosomatici (gastriti, tachicardia da ansia) e preferisce un approccio passivo e meditativo. Il mantra:“Il mio corpo si rilassa da solo attraverso la mia mente”.
Mindfulness (Protocolli MBSR/MBCT)
Non è una tecnica di rilassamento in senso stretto, ma una pratica di consapevolezza. Il rilassamento è un “effetto collaterale”, non l’obiettivo primario e si basa sull’osservazione non giudicante del momento presente (pensieri, emozioni, sensazioni). E’ adatto a chi soffre di rimuginio mentale e nsia per il futuro o vuole cambiare il proprio rapporto con le emozioni difficili. Il mantra:“Resto presente a ciò che c’è, senza cercare di cambiarlo”.
Il legame tra psiche e intestino non è solo una suggestione romantica o un modo di dire (“avere fegato”, “sentire le farfalle nello stomaco”): è una realtà biologica solidissima.
In psicosomatica, l’intestino è considerato il nostro “secondo cervello”. Esiste infatti un asse bidirezionale (asse intestino-cervello) che collega il sistema nervoso centrale con il sistema nervoso enterico attraverso il nervo vago e segnali biochimici.
Ma quali sono le emozioni “che parlano” attraverso la pancia?
L’intestino ha il compito di assimilare ciò che ci nutre e lasciare andare ciò che è tossico o superfluo. In chiave psicosomatica, i problemi intestinali spesso riflettono difficoltà nel gestire questi processi emotivi. Per esempio le difficoltà a“digerire” un evento, come un torto subito, una notizia improvvisa o una situazione lavorativa pesante Oppure trattenere il controllo o la paura e la insicurezza.
Sotto il primo aspetto chi soffre di stipsi spesso ha difficoltà a lasciar andare il passato, le emozioni o il controllo sulla propria vita, mentre sotto il secondo si possono presentare disturbi come la colite o la diarrea che possono rappresentare il desiderio inconscio di “espellere” rapidamente una situazione che ci spaventa o che non ci sentiamo in grado di gestire.
La ricerca scientifica ha confermato che stress, ansia e depressione possono alterare la motilità intestinale e la sensibilità viscerale, ma non è “tutto nella tua testa”. La connessione è chimica poiché la serotonina (l’ormone del buon umore) è prodotta per circa il 95% è prodotta nell’intestino. Se l’intestino è in fiamme, anche l’umore ne risente, e viceversa. Ma anche il microbiota intestinale gioca un ruolo di primo piano. Lo stress altera la flora batterica intestinale e un microbiota alterato (disbiosi) invia segnali di allarme al cervello, creando un circolo vizioso di ansia e malessere fisico.
La psicosomatica non esclude però la medicina tradizionale. È fondamentale indagare prima le cause organiche (intolleranze, infiammazioni, patologie) con un medico, per poi integrare il percorso con un lavoro sull’ascolto delle proprie emozioni. Spesso, quando l’intestino “urla”, ci sta chiedendo di rallentare o di prestare attenzione a qualcosa che stiamo ignorando a livello conscio. Anche in questi casi la psicosomatica si può utilmente alleare con la fitoterapia. Sotto quest’ultimo aspetto gli studi non mancano sulla Pistacia lentiscus (conosciuta anche come Mastice di Chios o Lentisco): https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7003480/).
Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).
L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono alcune molecole (flavonoidi) come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive, i glicosidi cianogenetici (presenti in tracce minime che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici e che esercitano un’azione blandamente sedativa) e i tannini con le saponine (che contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti).
Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:
1) Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.
2) Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).
Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.
Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico. Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).
La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6. Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie di due tipi principali di neuroni:
a) GABA-A (Recettori Ionotropici) che sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.
b) GABA-B (Recettori Metabotropici) che agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.
Il risultato finale è che la carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.
Il ginestrino e il GABA possono aiutare la mente nel focus e nell’attenzione
Il GABA non serve “solo” per la calma ma è fondamentale per l’equilibrio biologico poiché inibisce i circuiti della paura nell’amigdala, migliorando la qualità del sonno (durante la notte i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno), regolando il controllo motorio intervenendo sul tono muscolare (bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori) e aumentando il focus mentale in quanto “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), permette una concentrazione più pulita.
Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA come le benzodiazepine che si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici), l’alcool (che mima l’azione del GABA causando rilassamento iniziale e perdita di coordinazione) e alcuni fitoterapici (come il Ginestrino i cui flavonoidi agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici). Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente. A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per la distonia Neurovegetativa (in quanto regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici) e l’insonnia da “Ruminazione” (poiché è particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna). Il ginestrino ha anche dimostrato una potenziale antidepressiva importante (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32178424/)
La Risposta di Rilassamento (Relaxation Response) è un termine coniato negli anni ’70 dal Dr. Herbert Benson, professore alla Harvard Medical School.
Si tratta dell’esatto opposto biologico della risposta “attacca o fuggi” (fight-or-flight): mentre lo stress attiva il sistema nervoso simpatico (aumentando battito e cortisolo), la risposta di rilassamento attiva il sistema nervoso parasimpatico, riportando il corpo in uno stato di equilibrio e riparazione.
I 4 Pilastri della Tecnica
Benson ha studiato diverse forme di meditazione e preghiera, estraendone gli elementi scientifici comuni per renderli accessibili a chiunque, senza connotazioni religiose. Per attivarla servono quattro elementi:
Un ambiente tranquillo: Un luogo con minime distrazioni.
Un supporto mentale: Una parola, un suono, una breve preghiera o il ritmo del respiro su cui focalizzarsi.
Un’attitudine passiva: È l’elemento più importante. Se la mente vaga, non bisogna punirsi o sforzarsi, ma riportare dolcemente l’attenzione al supporto mentale.
Una posizione comoda: Solitamente seduti, per evitare di addormentarsi (che è diverso dal rilassamento vigile).
Cosa succede al corpo
Quando attivi questa risposta, il tuo organismo subisce cambiamenti misurabili tra cui la riduzione del consumo di ossigeno (il metabolismo rallenta), il rallentamento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, la riduzione della pressione arteriosa (particolarmente efficace per gli ipertesi) e il cambiamento delle onde cerebrali (tramite un aumento delle onde alfa associate al rilassamento vigile).
Dato che stavamo parlando di reflusso e psicosomatica, la tecnica di Benson è considerata una “medicina comportamentale” d’eccellenza per questi casi. Lo stress cronico mantiene lo stomaco in uno stato di contrattura e altera la produzione di acido. Praticare la Risposta di Rilassamento per 10-20 minuti due volte al giorno aiuta a “resettare” il sistema nervoso, permettendo al cardias (la valvola dell’esofago) di funzionare correttamente e riducendo l’acidità sistemica.
Come praticarla ora (Esercizio rapido)
Siediti comodamente e chiudi gli occhi e rilassa tutti i muscoli, dai piedi al viso. Respira con il naso e, ogni volta che espiri, ripeti mentalmente una parola neutra (Benson suggeriva il numero “Uno”, ma puoi usare “Pace” o “Calma”). e continua per 10 minuti. Quando i pensieri arrivano, sorridi e torna al tuo “Uno”.
La “Risposta di Rilassamento” non è un singolo comando, ma un insieme di cambiamenti fisiologici coordinati. Quando il dottor Herbert Benson la isolò scientificamente, dimostrò che potevamo “istruire” il nostro corpo a disattivare la risposta allo stress in modo volontario.
Mentre la risposta allo stress (“Attacca o Fuggi”) accelera tutto, la risposta di rilassamento è un freno biologico: il consumo di ossigeno cala drasticamente (più che durante il sonno profondo), indicando un riposo cellulare totale, il cuore rallenta e le pareti dei vasi sanguigni si distendono, abbassando la pressione arteriosa. Il respiro diventa più profondo e lento, migliorando lo scambio gassoso e la tensione muscolare involontaria (quella che causa il mal di schiena o i crampi allo stomaco) si scioglie.
A differenza di un semplice riposo sul divano, la risposta di Benson modifica la chimica del sangue poichè riduce l’ormone dello stress che, se alto per troppo tempo, danneggia il sistema immunitario e la mucosa gastrica. e vengono rilasciati neurotrasmettitori che agiscono come antidolorifici naturali e stabilizzatori dell’umore. Tramite l’attivazione del nervo vago viene stimolato il principale nervo del sistema parasimpatico, che governa la digestione e la calma interiore.
Non è solo una sensazione fisica; il cervello cambia “marcia”: l’attività cerebrale passa dalle onde frenetiche della veglia vigile (Beta) a onde più lente (Alfa), tipiche della creatività e del rilassamento profondo e migliora la capacità di concentrazione riducendosi la “rumore di fondo” dei pensieri ansiosi (quello che in psicosomatica chiamiamo rimuginio).
Se stai praticando correttamente la tecnica di Benson (o la respirazione diaframmatica), avvertirai dei segnali precisi: le mani e i piedi diventano caldi (perché il sangue torna a circolare verso la periferia invece di restare bloccato nei muscoli vitali) e la bocca torna umida (lo stress la rende secca). Potresti sentire dei “gorgoglii” addominali: se così fosse dovresti interpretare tutto questo come un ottimo segno: significa che il sistema digerente si sta riattivando e rilassando.
Oggi vorrei condividere con voi alcuni importanti riflessioni in merito ad una ghiandola nota ma spesso trascurata: la tiroide.
La tiroide è spesso definita l’orologio biologico del nostro corpo. In ambito psicosomatico, questa ghiandola non si limita a regolare il metabolismo, ma riflette il nostro rapporto con il tempo, l’urgenza e la realizzazione personale.
Dal punto di vista della medicina psicosomatica, la tiroide funge da ponte tra il cervello (pensiero) e il resto del corpo (azione).
In psicosomatica, la tiroide è legata alla capacità di “esprimere la propria voce” e di dare ritmo alla propria vita. Le problematiche insorgono spesso quando c’è un conflitto tra il ritmo interno della persona e le richieste del mondo esterno. Le più comuni forme di alterazione tiroidea inclusono l’ipertiroidismo e l’ipotiroidismo.
Ipertiroidismo: “La corsa contro il tempo”
Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di iper-efficienza e accelerazione costante. Il conflitto spesso nasce dal bisogno inconscio di fare tutto velocemente per sopravvivere a una minaccia o per ottenere approvazione, mentre il profilo psicologico riporta a persone che si sentono indispensabili, che non sanno delegare e che vivono con la sensazione che “il tempo non basti mai”. Anche il messaggio del corpo è coerente con questo quadro: “Devo correre più forte per essere all’altezza”.
Ipotiroidismo: “Il freno a mano tirato”
L’ipotiroidismo rappresenta un rallentamento generale delle funzioni vitali. In questo caso il conflitto può derivare da un senso di rassegnazione o dalla sensazione di essere schiacciati da responsabilità troppo grandi e il profilo psicologico emerge in chi ha rinunciato a esprimere i propri desideri o si sente bloccato in una situazione che non può cambiare. Il rallentamento è una forma di “sciopero” o di protezione dal mondo esterno ed è collegato ad preciso messaggio del corpo: “Mi fermo, non voglio più subire questo ritmo”.
In psicosomatica esiste poi anche un legame tra tiroide e Comunicazione. La posizione della tiroide, situata nella gola, è strategicamente importante. È la zona del quinto chakra (secondo le tradizioni orientali), il centro dell’espressione e della creatività. Molti disturbi tiroidei sono preceduti da anni di parole non dette, emozioni soffocate o pianti trattenuti. Se una persona sente di non poter realizzare i propri progetti o di non poter dire la propria verità, la zona della gola può accumulare una tensione che si riflette sulla ghiandola.
Un approccio integrato potrebbe offrire migliori risultati nei problemi alla tiroide
È fondamentale ricordare che la psicosomatica non sostituisce la medicina convenzionale. Se i valori di TSH, T3 e T4 sono alterati, la terapia farmacologica (come l’Eutirox o i farmaci antitiroidei) è essenziale. Tuttavia, affiancare un percorso psicologico può aiutare a rimodulare il ritmo imparando a gestire l’ansia da prestazione e il senso di urgenza, dare voce ai bisogni imparando a comunicare in modo assertivo senza “ingoiare il rospo” e ascoltare il corpo (comprendendo cosa sta cercando di dirci quel rallentamento o quell’accelerazione improvvisa).
Va inoltre ricordato come la tiroide sia estremamente sensibile allo stress (cortisolo). Spesso, un trauma o un periodo di forte pressione emotiva agiscono da “trigger” per patologie autoimmuni come la Tiroidite di Hashimoto.
In una visione integrata occorre però ricordare come alcuni studi importanti abbiano chiaramente mostrato enormi potenzialità nel trattamento di alcune diffuse patologie tiroidee di un estratto vegetale: la prunella vulgaris.
La ricerca scientifica sulla Prunella vulgaris L. in relazione alla tiroide è molto attiva, specialmente negli ultimi anni (2020-2026), con un focus particolare sulla medicina integrata. La pianta è utilizzata da secoli nella medicina tradizionale cinese (nota come Xia Ku Cao), ma gli studi moderni stanno cercando di mappare i meccanismi molecolari esatti.
L’estratto mostra importanti azioni protettive sia nel caso della tiroidite di hashimoto che nell’ipertiroidismo e morbo di graves.
Nell’ambito della tiroidite il campo della ricerca è molto promettente. Studi pubblicati su Frontiers in Endocrinology e Heliyon (2020-2025) indicano che la Prunella agisce come immunomodulatore innato attraverso una riduzione anticorpi. È stato infatti dimostrato che l’estratto di Prunella può ridurre significativamente i titoli di TPO-Ab (anti-perossidasi) e TG-Ab (anti-tireoglobulina) attraverso un meccanismo che agisce sulle cellule Th17 (linfociti T helper) e sopprime le citochine infiammatorie (come TNF-α e IL-6) tramite l’inibizione del segnale HMGB1/TLR9. In pratica, aiuta a “calmare” l’attacco immunitario contro la ghiandola. L’estratto inoltre garantisce una protezione cellulare (come confermato da studi del 2024 che suggeriscono come essa protegga i tireociti (le cellule della tiroide) dal danno ossidativo causato da un eccesso di iodio.
Ipertiroidismo e Morbo di Graves
Una meta-analisi sistematica pubblicata su Frontiers in Pharmacology (Febbraio 2025) ha analizzato l’uso della Prunella in combinazione con i farmaci antitiroidei (ATD). L’aggiunta di Prunella alla terapia standard ha mostrato una maggiore riduzione di T3 e T4 libero rispetto ai soli farmaci, riducendo anche il rischio di recidive. La ricerca (2024) indica che il componente attivo luteolina, presente nella pianta, riequilibra il rapporto tra cellule T-regolatorie e T-follicolari, riducendo lo stress ossidativo tipico del Graves.
Anche nella tiroidite subacuta, la Prunella è studiata per ridurre la dipendenza dai corticosteroidi (prednisone) offrendo un risparmio di farmaci. Pubblicazioni sugli Annals of Translational Medicine hanno riportato che l’uso di Prunella permette di ridurre il dosaggio di cortisone mantenendo la stessa velocità di remissione del dolore e del gonfiore tiroideo, minimizzando così gli effetti collaterali del farmaco.
Infine la prunella si è dimostrata utilissima nel supporto al trattamento ai noduli tiroide.
Studi di meta-analisi (2021) su trial clinici randomizzati suggeriscono che la Prunella, usata come coadiuvante alla levotiroxina, può aiutare a ridurre il diametro dei noduli tiroidei e migliorare l’efficacia clinica complessiva del trattamento.
Sebbene ci sia una “forte evidenza” (cit. ResearchGate 2025) per l’efficacia della Prunella vulgaris, la maggior parte degli autori concorda su come il fitoterapico sia più efficace come terapia adiuvante (associata ai farmaci) piuttosto che come cura unica e presenti un profilo di sicurezza elevato, con rari effetti collaterali (principalmente lievi rush cutanei o disturbi gastrici in soggetti sensibili). Le pubblicazioni su queste testate concordano sul fatto che la Prunella vulgaris è particolarmente efficace nel ridurre il titolo anticorpale (TPO-Ab e TG-Ab) e nel migliorare l’ecogenicità della ghiandola (segno di minore infiammazione). Per quanto ci riguarda però, da neuropsicologo del benessere è la lettura psicosomatico l’oggetto dei nostri studi.
La Salutogenesi è un concetto teorico e un approccio scientifico alla salute sviluppato dal sociologo medico Aaron Antonovsky (1923-1994) che si distingue dalla tradizionale patogenesi perché non si concentra sulle cause della malattia (pathos), ma sulle origini e le risorse che generano e mantengono la salute (salus).
Il modello salutogenico di Antonovsky si basa sull’idea che la salute non sia una condizione dicotomica (sano o malato), ma un continuum dinamico tra i poli del “benessere” (salute ottimale) e del “malessere” (malattia grave). Tutti gli individui si collocano in un punto lungo questo spettro e sono costantemente esposti a fattori di stress. Antonovsky vede l’essere umano in un flusso costante, dove la salute è un processo dinamico di adattamento e non uno stato fisso. La domanda centrale non è “Perché le persone si ammalano?”, ma “Perché le persone rimangono sane (o si muovono verso il polo della salute) nonostante l’esposizione costante allo stress?”.
Il concetto cardine della Salutogenesi è il Senso di Coerenza (SOC), definito come un orientamento globale che esprime quanto un individuo ha un sentimento di fiducia per cui:
Comprensibilità (Comprehensibility): Gli stimoli che provengono dall’ambiente interno ed esterno sono percepiti come strutturati, prevedibili e spiegabili. Gli eventi della vita sono compresi cognitivamente.
Gestibilità (Manageability): L’individuo percepisce di avere risorse adeguate (le proprie o quelle disponibili esternamente) per far fronte alle richieste poste dagli stimoli. C’è la fiducia di poter affrontare e gestire le sfide.
Significatività (Meaningfulness): Le sfide della vita sono percepite come degne di investimento, impegno e partecipazione emotiva. È la dimensione motivazionale: le richieste non sono viste come fardelli, ma come sfide da affrontare.
La salutogenesi cambia l’approccio spostando il focus da ciò che ci fa ammalare a ciò che genera salute
Le Risorse di Resistenza Generalizzate (GRR) sono fattori biologici, materiali e psicosociali che aiutano l’individuo a gestire efficacemente le tensioni e a sviluppare un SOC forte. Sono le risorse che permettono di vedere la vita come coerente, strutturata e comprensibile e includono fattori Biologici (come una sana costituzione, un buon funzionamento del sistema neuro-endocrino-immunitario), fattori Materiali (come denaro e un ambiente di vita sicuro) e fattori Psico-sociali/Culturali (come conoscenza, esperienza, intelligenza, supporto sociale, autostima, tradizioni culturali e resilienza). Il SOC è, in sostanza, la capacità di una persona di mobilitare e utilizzare queste GRR per affrontare lo stress e mantenere o migliorare la propria posizione sul continuum salute-malattia.
Un senso di coerenza elevato è associato a una migliore capacità di coping (affrontamento dello stress) e a un movimento verso il polo della salute nel continuum
La Salutogenesi fornisce una cornice teorica che ha importanti implicazioni in diverse discipline scientifiche:
1) Medicina Preventiva e Sanità Pubblica: Sposta il focus dalla mera riduzione dei fattori di rischio (tipica della patogenesi) alla promozione attiva dei fattori che generano salute, incoraggiando lo sviluppo del SOC e delle GRR a livello individuale e comunitario.
2) Psicologia della Salute e Neuroscienze: Sottolinea l’importanza degli stati mentali ed emotivi (come il senso di coerenza e la percezione di controllo) nell’influenzare biologicamente la risposta immunitaria e l’equilibrio omeostatico, in linea con il modello PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia).
3) Organizzazione del Lavoro: Il SOC è correlato al burnout e alla salute lavorativa. Ambienti di lavoro che promuovono la chiarezza dei ruoli (Comprensibilità), la partecipazione alle decisioni (Gestibilità) e l’attribuzione di valore al compito (Significatività) sono considerati salutogenici.
Fonte:
Lindström, B., & Eriksson, M. (2005). Professor Aaron Antonovsky (1923–1994): the father of the salutogenesis. Journal of Epidemiology & Community Health, 59(6), 511-511.
La Psicologia di Segnale è stata formalizzata da un lavoro congiunto tra il medico Luca Speciani e lo psicologo Benedetto Tangocci.
La loro opera Psicologia di Segnale. L’incontro tra Medicina di Segnale e psicoterapia (pubblicata nel 2022) è considerata il testo di riferimento per questa disciplina, che nasce con l’obiettivo specifico di unire i due piani (psichico e biologico) in un modello unitario di intervento.
La Psicologia di Segnale è nata come un’estensione e un approfondimento della Medicina di Segnale, un approccio sviluppato precedentemente dal Dott. Luca Speciani.
La Medicina di Segnale si basa sull’idea che il corpo umano sia un sistema che risponde a segnali biologici (es. insulina, cortisolo, citochine infiammatorie) e che la salute si mantenga modulando questi segnali tramite lo stile di vita.
La Psicologia di Segnale (PdS) è un modello teorico-clinico italiano che si basa su una prospettiva Psico-Neuro-Endocrino-Immunologica (PNEI), enfatizzando la stretta interdipendenza tra mente (psiche) e corpo (sistemi biologici) attraverso il concetto di “segnale”.
Non si tratta di una scuola psicoterapeutica mainstream nel senso stretto del termine (come la CBT o la Psicoanalisi), ma piuttosto di una cornice interpretativa e operativa sviluppata in sinergia con la Medicina di Segnale, che applica i principi dell’integrazione mente-corpo all’intervento psicologico.
La Psicologia di segnale potrebbe rappresentare un nuovo approccio integrato e olistico di facile praticabilità per migliorare la propria salute
Questo modello articola attorno a due concetti fondamentali: l’unità dell’organismo (PNEI) e la polarità dei segnali.
Sotto il primo aspetto lo studio della psicologia di segnale e della psiconeuroendocrinoimmunologia dimostra scientificamente che i sistemi nervoso, endocrino e immunitario non operano in modo isolato, ma comunicano costantemente tra loro, influenzando direttamente lo stato psichico e comportamentale dell’individuo. In questo senso le molecole (neurotrasmettitori, ormoni, citochine) agiscono come molecole segnale, trasferendo informazioni bidirezionalmente tra la sfera emotiva/cognitiva e la fisiologia del corpo. Ad esempio, lo stress (segnale psichico) innesca l’asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene) che rilascia cortisolo (segnale biologico), influenzando metabolismo e infiammazione.
Sotto il secondo aspetto (la polarità dei segnali psichici verso quelli biologici) introduce e distingue due tipi di segnali interconnessi: i segnali biologici (che sono il focus della Medicina di Segnale che include movimento, esercizio fisico, alimentazione e farmaci e i segnali psichici (focus della Psicologia di Segnale) che sono l’insieme di informazioni psicologiche, emotive e cognitive che la mente elabora e produce e la cui polarità (positivo/negativo) ha un impatto diretto sui segnali biologici.
L’obiettivo dello Psicologo di Segnale è duplice e sinergico con l’eventuale intervento medico:
1. Diagnosi Funzionale (Segnaletica): Identificare i segnali psichici negativi che mantengono o aggravano lo stato patologico (sia fisico che mentale) e i segnali psichici positivi che sono sottoutilizzati o assenti.
2. Modulazione Comportamentale e Cognitiva: L’intervento mira a modificare i pensieri (cognizioni), le emozioni e i comportamenti che agiscono come amplificatori dei segnali negativi o come inibitori dei segnali positivi. L’intervento è altamente pratico e si concentra sullo stimolo attivo di segnali positivi, come:
a) Attivazione Comportamentale: Incoraggiare il paziente ad adottare stili di vita che generano segnali biologici positivi (es. movimento fisico) che a loro volta producono segnali psichici positivi (es. senso di competenza e rilascio di endorfine).
b) Ristrutturazione Cognitiva: Lavorare sull’interpretazione degli eventi (riduzione della ruminazione) per impedire che stimoli neutri vengano percepiti come segnali di minaccia che attivano costantemente l’asse dello stress.
L’approccio è quindi un modello integrato e olistico, che richiede una stretta collaborazione interdisciplinare tra il medico (che lavora sui segnali biologici con dieta, farmaci, ecc.) e lo psicologo (che lavora sui segnali psichici con psicoterapia e coaching sul cambiamento).
Fonte: “Mente e maratona” Luca Speciani, Pietro Trabucchi. Edizioni correre
Uno studio recente, pubblicato su Jama Network Open (https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen), rivela che una singola settimana di disintossicazione dai social media è sufficiente per ridurre significativamente i sintomi di ansia, depressione e insonnia nei giovani adulti.
La ricerca si inserisce nel dibattito sempre più acceso sull’uso intensivo dei dispositivi e degli schermi da parte di bambini e ragazzi, sollevando allarmi anche da parte dei pediatri.
Lo studio guidato da Maddalena Cipriani dell’Università di Bath (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41284297/), in collaborazione con scienziati del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston hai coinvolto 373 giovani adulti, con un’età media di 21 anni, arruolati tra marzo 2024 e marzo 2025. Dopo due settimane di monitoraggio di base, i partecipanti hanno preso parte a un intervento facoltativo di “social detox” di una settimana, riducendo l’uso di piattaforme come Facebook, TikTok, Instagram, Snapchat e X.
Lo studio ha confermato che l’uso problematico dei social media è fortemente associato a esiti negativi per la salute mentale (ansia, depressione e insonnia ma anche benessere psico fisico in generale). L’intervento di “disintossicazione” di una settimana ha prodotto i seguenti miglioramenti misurabili. L’ansia si è ridotta del 16,1%, la depressione del 24,8% e l’insonnia del 14,5%. Gli autori hanno scelto di valutare interventi a breve termine perché li ritengono più praticabili per migliorare il benessere nella popolazione giovanile, una fascia d’età particolarmente vulnerabile. Nonostante la sfida, 295 partecipanti hanno completato la fase di detox, e la maggior parte (265) ha ridotto il tempo trascorso sullo schermo in media di 9,2 ore. I social dove la riduzione è stata più alta sono stati TikTok, X e Facebook, mentre Instagram e Snapchat hanno mostrato i tassi di utilizzo più elevati anche durante la disintossicazione.
Gli autori concludono che gli interventi di modifica del comportamento digitale possono avere un impatto significativo e positivo sulla salute mentale. Tuttavia, sottolineano la necessità di ulteriori studi per comprendere meglio la durata di questi risultati e il loro impatto a lungo termine, specialmente su popolazioni più diversificate.
Fonte: Calvert, E., Cipriani, M., Chen, K., Dhima, A., Burns, J., & Torous, J. (2025). Evaluating clinical outcomes for anxiety and depression: A real-world comparison of the digital clinic and primary care. Journal of Affective Disorders, 377, 275-283.
L’incremento esponenziale dell’interazione con i dispositivi mobili intelligenti (smartphone) ha sollevato significative preoccupazioni riguardo le sue conseguenze sul funzionamento cognitivo e sul benessere psicologico. L’eccessiva frequenza di checking behavior(comportamento di controllo compulsivo) è correlata sia a maggiore ansia e stress e sia a deficit nell’attenzione sostenuta e nella memoria operativa, manifestando pattern che richiamano i meccanismi neurobiologici delle dipendenze. Questo studio analizza i risultati di recenti ricerche che delineano la “linea rossa” tra uso funzionale e utilizzo problematico, esplorando le implicazioni sulla plasticità cerebrale e sulle strategie di digital detox.
La ricerca empirica ha stabilito che la frequenza con cui si sblocca e si controlla lo smartphone è un predittore più robusto del deterioramento cognitivo rispetto al tempo totale di utilizzo dello schermo (screen time). Studi condotti dal Prof. Larry Rosen su popolazioni adolescenti e millennial indicano una media di 50-100 interazioni giornaliere, corrispondenti a intervalli di checking di circa 10-20 minuti.
L’uso frequente dello smartphone ha un impatto cognitivo e neuropsicologico e può generare un deficit di attenzione e della memoria operativa
Le interruzioni frequenti per interagire con il dispositivo, anche se brevi, impongono al sistema attentivo un costante costo di switching (cambio di attività). La Singapore Management University ha dimostrato che questa frammentazione dell’attenzione è direttamente correlata a un aumento dei vuoti di attenzione e a una ridotta efficienza della memoria operativa. La transizione forzata tra compiti richiede un dispendio di risorse cognitive significativo, con la ricerca di Gloria Mark (University of California at Irvine: https://dl.acm.org/doi/abs/10.1145/1357054.1357072) che stima fino a 25 minuti per il pieno ripristino della concentrazione su un compito precedentemente interrotto. Ricercatori della Nottingham Trent University e della Keimyung University hanno stabilito una soglia critica: un numero di checking superiore a circa 110 volte al giorno è indicativo di un utilizzo ad alto rischio o problematico, segnando l’inizio potenziale di una compromissione delle capacità esecutive e cognitive.
Lo Smartphone agisce come stimolo di ricompensa attivando il sistema dopaminergico della ricompensa riducendo la calma e aumentando ansia e stress
L’eccessivo attaccamento allo smartphone viene sempre più analizzato attraverso il prisma della psicologia delle dipendenze. Come sostenuto dalla Prof.ssa Anna Lembke della Stanford University School of Medicine, lo smartphone è in grado di attivare il sistema dopaminergico della ricompensa (reward system) nel cervello, un circuito neurale comune alle dipendenze da sostanze (come alcol e droghe). Il checking funge da rinforzo positivo intermittente (la ricezione potenziale di una notifica/ricompensa), instaurando un ciclo vizioso compulsivo e automatico. Studi condotti dall’Università di Heidelberg hanno fornito evidenze neurofisiologiche che supportano questa analogia. Soggetti privati dell’uso dello smartphone per sole 72 ore hanno manifestato un’attività cerebrale coerente con i pattern tipici dell’astinenza da sostanze. La privazione provoca uno stato di craving e disagio che spinge al ripristino dell’interazione con il dispositivo.
E’ possibile ridurre il checking automatico e problematico attraverso la neuropsicologia del benessere riducendo lo stress e l’ansia e aumentando la calma per ridurre la dipendenza e quindi i danni prodotti dall’uso inappropriato della tecnologia
L’obiettivo primario per mitigare gli effetti negativi è la riduzione del checking automatico e problematico. Le strategie di intervento proposte mirano a ripristinare il controllo cognitivo sul comportamento:
Regolazione delle Notifiche: La disattivazione delle notifiche non essenziali (spesso rinforzi intermittenti non necessari) riduce la frequenza degli stimoli che innescano il checking compulsivo.
Ristrutturazione Ambientale: L’eliminazione delle applicazioni superflue e lo spegnimento programmato del dispositivo tra gli utilizzi creano barriere frizionali che contrastano l’automatismo.
Digital Detox Breve: L’introduzione di periodi controllati di astinenza dall’uso dello smartphone ha dimostrato la capacità di contribuire a resettare le abitudini e a ridurre la dipendenza.
La ricerca suggerisce un’urgente necessità di considerare l’eccessiva frequenza di interazione con lo smartphone come un fattore di rischio significativo per la salute cognitiva e mentale, richiedendo interventi mirati per promuovere un utilizzo più consapevole e controllato.
La neuropsicologia del benessere può aiutarci ad adottare uno stile di vita con meno stress vivendo con maggiore calma e meno ansia.
Fonte:
Mark, G., Gudith, D., & Klocke, U. (2008, April). The cost of interrupted work: more speed and stress. In Proceedings of the SIGCHI conference on Human Factors in Computing Systems (pp. 107-110).
Lewis, R. G., Florio, E., Punzo, D., & Borrelli, E. (2021). The brain’s reward system in health and disease. In Circadian clock in brain health and disease (pp. 57-69). Cham: Springer International Publishing.