L’Allenamento Autogeno (o Training Autogeno) è una tecnica di rilassamento profondo sviluppata negli anni ’30 dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz.
Il termine “autogeno” deriva dal greco e significa “che si genera da sé”: l’obiettivo è infatti quello di indurre uno stato di calma e benessere fisico attraverso l’auto-suggestione, senza dipendere da stimoli esterni o dal terapeuta.
La tecnica si basa sulla connessione mente-corpo. Attraverso la ripetizione mentale di specifiche formule, si inviano segnali al sistema nervoso vegetativo per invertire la risposta allo stress (la reazione “attacca o fuggi”).
Il percorso standard si articola in sei tappe progressive, ognuna focalizzata su una sensazione fisica specifica:
Esercizio della Pesantezza: Favorisce il rilassamento muscolare (es. “Il mio braccio destro è molto pesante”).
Esercizio del Calore: Induce la vasodilatazione periferica (es. “Il mio braccio destro è molto caldo”).
Esercizio del Cuore: Regola la frequenza cardiaca.
Esercizio del Respiro: Rende la respirazione calma e regolare (es. “Il mio respiro è calmo, io sono il mio respiro”).
Esercizio del Plesso Solare: Favorisce il rilassamento degli organi digestivi.
Esercizio della Fronte Fresca: Induce una sensazione di lucidità mentale e calma.
Il Training Autogeno è molto più di un semplice momento di relax; se praticato con costanza, agisce come un vero e proprio “reset” per l’organismo:
Riduzione dello stress e dell’ansia: Abbassa i livelli di cortisolo nel sangue.
Miglioramento del sonno: Utile per chi soffre di insonnia o risvegli notturni.
Gestione del dolore: Aiuta a mitigare cefalee muscolo-tensive e disturbi psicosomatici.
Recupero energetico: 15 minuti di pratica possono equivalere a un breve sonnellino ristoratore.
Controllo emotivo: Maggiore stabilità di fronte alle difficoltà quotidiane.
Il training autogeno può essere molto utile nell’insonnia.
L’insonnia è una delle applicazioni più efficaci del Training Autogeno. Quando siamo a letto e non riusciamo a dormire, spesso la mente entra in un loop di “iper-allerta”: ci sforziamo di dormire, il che genera frustrazione, che a sua volta aumenta l’adrenalina, rendendo il sonno ancora più lontano.
Il Training Autogeno rompe questo circolo vizioso disattivando il sistema nervoso simpatico.
Se il tuo obiettivo è scivolare nel sonno, la procedura cambia leggermente rispetto all’allenamento diurno. Nel primo caso si suddivide in due fasi: la fase di preparazione e la formula dell’abbandono.
La prima fase (di preparazione)
Sdraiati a pancia in su, gambe leggermente divaricate e punte dei piedi rivolte verso l’esterno. Le braccia sono distese lungo il corpo, non a contatto con il busto, con i palmi rivolti verso il basso o verso l’alto (come ti senti più comodo). Chiudi gli occhi.
La Formula dell’Abbandono
Inizia con una formula generica per “settare” l’intenzione:
“Io sono perfettamente calmo e rilassato… Il mondo esterno è lontano… Sono pronto per il riposo.”
Per l’insonnia, questi due esercizi sono i più potenti perché simulano ciò che accade naturalmente al corpo durante il sonno profondo: la pesantezza (immaginando che i tuoi arti diventino di piombo, sprofondando nel materasso) e calore (immaginando un piacevole tepore che si diffonde dalle mani e dai piedi verso il centro del corpo. Il calore distende i vasi sanguigni e abbassa la pressione).
In una sessione diurna, alla fine si eseguono dei movimenti bruschi (braccia flesse, respiro profondo) per tornare vigili. Per l’insonnia, la ripresa va saltata. Devi lasciare che l’ultima formula (solitamente quella della Fronte Fresca) sfumi nel sonno vero e proprio.
Il Training Autogeno non è un comando, ma un’induzione. Se pensi “Devo dormire subito”, crei tensione. Concentrati solo sulla sensazione fisica (es. il peso del braccio) e lascia che il sonno sia un effetto collaterale.
Il Rilassamento Muscolare Progressivo (PMR), ideato dal medico Edmund Jacobson, è una tecnica basata sulla stretta correlazione tra mente e corpo: Jacobson osservò che la tensione mentale si riflette sempre in una tensione muscolare e che, imparando a decontrarre i muscoli, è possibile indurre uno stato di calma profonda anche nella mente.
EDMUND JACOBSON
Hai citato il “padre” scientifico del rilassamento moderno. Se la Dott.ssa Raffaella Berto è una delle interpreti contemporanee più efficaci di questo metodo in Italia, Edmund Jacobson (1888–1983) ne è stato l’inventore rivoluzionario.
Medico e fisiologo di Chicago, Jacobson fu il primo a dimostrare scientificamente il legame inscindibile tra stato muscolare e stato mentale.
La scoperta di Jacobson
Negli anni ’20, Jacobson utilizzò strumenti di elettromiografia (per misurare gli impulsi elettrici nei muscoli) e scoprì che:
Anche quando pensiamo di essere rilassati, i nostri muscoli mantengono delle micro-tensioni.
Un pensiero ansioso genera sempre una contrazione muscolare, anche impercettibile.
La chiave: Se riesci a eliminare la tensione nel muscolo, la mente deve calmarsi. Non è una scelta, è una conseguenza fisiologica.
Il metodo originale (Progressive Relaxation)
Jacobson strutturò un percorso che oggi viene spesso abbreviato (come nelle routine da 10 minuti che abbiamo visto), ma il suo metodo originale era molto rigoroso.
I 3 pilastri di Jacobson:
Perché Jacobson è fondamentale per Ansia e Rabbia?
Per l’Ansia: Sosteneva che è impossibile essere ansiosi con i muscoli completamente distesi. L’ansia richiede tensione. Se togli la tensione, l’ansia “crolla” perché non ha più il supporto fisico.
Per la Rabbia: La rabbia è una preparazione all’attacco. Jacobson insegnava a intercettare i muscoli che si preparano al colpo (pugni, spalle, mascella) e a disabilitarli prima che l’emozione diventi esplosiva.
Curiosità: Jacobson e il “Rilassamento Differenziale”
Questa è la parte più utile per chi lavora (quella che la Dott.ssa Berto promuove per l’ufficio): Jacobson insegnava che si può essere rilassati mentre si fa qualcosa.
Esempio: Se stai scrivendo al computer, devi tendere solo i muscoli delle dita e delle braccia. Se tendi anche le gambe, la schiena o la fronte, stai sprecando energia e accumulando ansia. Il suo obiettivo era insegnare a usare il minimo sforzo necessario per ogni azione.
La Dott.ssa Raffaella Berto, psicologa e psicoterapeuta citata in precedenza, è un’esperta di questa tecnica e la insegna regolarmente all’interno di percorsi clinici e master per la gestione dello stress (come quelli dell’Associazione Psicologi Lombardia).
Come Funziona il Metodo
L’obiettivo è imparare a riconoscere la differenza tra la sensazione di tensione e quella di rilassamento. Si procede contraendo un gruppo muscolare alla volta per pochi secondi, per poi rilasciarlo bruscamente.
I passaggi chiave:
Preparazione: Sdraiati o siediti in un luogo tranquillo. Chiudi gli occhi e fai alcuni respiri profondi addominali.
Tensione (3-5 secondi): Contrai un gruppo muscolare specifico (es. stringi i pugni o arriccia la fronte) con forza, ma senza sentire dolore.
Rilascio (10-15 secondi): Rilascia la tensione all’istante (non gradualmente). Espira e concentrati sulla sensazione di distensione, calore o pesantezza che si diffonde nel muscolo.
Progressione: Ripeti il ciclo per i vari distretti corporei, solitamente partendo dal basso (piedi) verso l’alto (viso) o viceversa.
I Benefici principali
Essendo una tecnica “attiva” (richiede di fare qualcosa fisicamente), è spesso più facile da apprendere per chi fatica a meditare o a stare fermo con i pensieri.
Gestione dell’ansia e dello stress: Riduce l’attivazione del sistema nervoso simpatico.
Insonnia: Praticato a letto, aiuta il corpo a “cedere” e facilita l’addormentamento.
Dolori psicosomatici: Efficace contro cefalee muscolo-tensive, bruxismo e tensioni cervicali.
Consapevolezza corporea: Insegna a intercettare precocemente i segnali di stress durante la giornata.
Il consiglio della Dr.ssa Berto
In ambito clinico, professionisti come Raffaella Berto spesso integrano il metodo Jacobson con il Training Autogeno o la Mindfulness. Mentre il metodo di Jacobson è eccellente per chi ha bisogno di un approccio fisico e concreto, il Training Autogeno lavora più su suggestioni mentali di calore e pesantezza.
differenza tra rilassamento progressivo di jacobsen, traning autogeno e mindfulness
Sebbene l’obiettivo finale sia comune — ridurre lo stress e migliorare il benessere — queste tre tecniche funzionano con meccanismi psicofisici molto diversi.
Rilassamento Muscolare Progressivo (Jacobson)
È la tecnica più fisica e concreta. Si basa sull’azione muscolare diretta.
Meccanismo: Contrazione volontaria di un muscolo seguita da un rilascio immediato.
Focus: La sensazione fisica di tensione vs. distensione.
Adatto a chi: Ha molta energia residua, soffre di tic, tensioni muscolari croniche (es. bruxismo) o trova difficile restare immobile a pensare.
Il mantra:“Sento la tensione, la lascio andare fisicamente”.
2. Training Autogeno (Schultz)
È una tecnica di auto-distensione da concentrazione. Si basa sulla mente che influenza il corpo.
Meccanismo: Ripetizione mentale di formule (es. “Il mio braccio destro è pesante”, “Il mio plesso solare è piacevolmente caldo”).
Focus: Sensazioni viscerali e involontarie (pesantezza, calore, battito cardiaco, respiro).
Adatto a chi: Ha una buona capacità di immaginazione, soffre di disturbi psicosomatici (gastriti, tachicardia da ansia) e preferisce un approccio passivo e meditativo.
Il mantra:“Il mio corpo si rilassa da solo attraverso la mia mente”.
3. Mindfulness (Protocolli MBSR/MBCT)
Non è una tecnica di rilassamento in senso stretto, ma una pratica di consapevolezza. Il rilassamento è un “effetto collaterale”, non l’obiettivo primario.
Meccanismo: Osservazione non giudicante del momento presente (pensieri, emozioni, sensazioni).
Focus: Accettazione di ciò che accade, anche se spiacevole.
Adatto a chi: Soffre di rimuginio mentale, ansia per il futuro o vuole cambiare il proprio rapporto con le emozioni difficili.
Il mantra:“Resto presente a ciò che c’è, senza cercare di cambiarlo”.
Tabella Comparativa Rapida
Caratteristica
Jacobson
Training Autogeno
Mindfulness
Sforzo richiesto
Attivo (muscolare)
Passivo (mentale)
Osservativo (cognitivo)
Punto di partenza
Il muscolo
Il sistema nervoso
La mente/attenzione
Facilità iniziale
Alta (molto intuitivo)
Media (richiede costanza)
Variabile (richiede pazienza)
Obiettivo
Decontrarre il corpo
Equilibrare il sistema vegetativo
Essere presenti/consapevoli
Quale scegliere?
Spesso la Dott.ssa Berto suggerisce di iniziare dal metodo Jacobson se sei molto teso o “iperattivo”, perché scarica fisicamente lo stress. Una volta che il corpo è più calmo, è più facile passare al Training Autogeno (per una distensione profonda) o alla Mindfulness (per gestire i pensieri).
Dato che la Dott.ssa Raffaella Berto utilizza spesso un approccio integrato, vediamo come queste tre tecniche rispondono a tre dei problemi più comuni: ansia, insonnia e dolori muscolari (come il mal di schiena).
Ecco come agiscono nello specifico:
1. Ansia e Rimuginio (Pensieri fissi)
L’ansia ci proietta nel futuro (“e se succedesse che…”).
Mindfulness (La migliore): È l’arma d’eccellenza. Non cerca di scacciare il pensiero ansioso, ma ti insegna a guardarlo come se fosse una nuvola che passa. Impari che “i pensieri non sono fatti”.
Jacobson: Utile come “interruttore di emergenza”. Se l’ansia ti blocca il respiro o ti fa tremare, contrarre e rilasciare i muscoli scarica l’adrenalina in eccesso.
2. Insonnia (Difficoltà ad addormentarsi)
Il corpo è a letto, ma la mente corre o il fisico è contratto.
Training Autogeno (Il più efficace): Le formule sulla pesantezza e sul calore mimano ciò che accade naturalmente al corpo quando entra nel sonno profondo. Induce una risposta del sistema nervoso parasimpatico (quello del riposo).
Jacobson: Perfetto se senti le gambe irrequiete o le spalle tese. Scaricare la tensione fisica “stanca” il muscolo e segnala al cervello che è sicuro lasciarsi andare.
3. Mal di Schiena e Tensioni Somatizzate
Spesso il dolore è mantenuto da una “corazza” muscolare inconscia.
Jacobson (L’ideale): Molte persone con mal di schiena non si rendono conto di tenere i muscoli contratti anche a riposo. Questa tecnica ti insegna la propriocezione: impari a sentire il muscolo contratto e a “mollarlo” volontariamente.
Mindfulness: Aiuta a gestire la componente emotiva del dolore cronico, riducendo la frustrazione e la tensione mentale che peggiorano la percezione del dolore fisico.
Una piccola prova pratica (Metodo Jacobson)
Proviamo subito un esercizio rapido che la Dott.ssa Berto propone spesso per chi lavora al computer:
Ispirazione e Tensione: Porta le spalle su verso le orecchie il più possibile. Stringi forte per 5 secondi. Senti la “fatica” e la durezza dei muscoli del collo.
Espirazione e Rilascio: Espira bruscamente dalla bocca e lascia cadere le spalle di colpo.
Osservazione: Resta immobile per 15 secondi. Senti il calore o il formicolio che scende lungo le braccia? Quello è il sangue che torna a scorrere dove prima c’era un blocco.
L’ansia è un segnale del corpo che ci dice che siamo proiettati troppo nel futuro o che percepiamo una minaccia (reale o immaginaria). Per gestirla, professionisti come la Dott.ssa Raffaella Berto suggeriscono spesso un approccio “a due velocità”: una tecnica per calmare il corpo nell’immediato e una per cambiare il rapporto con i pensieri ansiosi a lungo termine.
Ecco come puoi utilizzare le tre tecniche per affrontare l’ansia:
1. L’Intervento di Emergenza: Metodo Jacobson
Quando l’ansia diventa fisica (palpitazioni, respiro corto, mani contratte), il corpo è in modalità “attacco o fuga”. È difficile ragionare con una mente ansiosa, quindi si parte dal corpo.
Perché funziona: Scarica fisicamente l’adrenalina prodotta dall’ansia. Contrarre volontariamente i muscoli e poi rilasciarli invia un segnale immediato al cervello: “Il pericolo è passato, puoi rilassarti”.
Esercizio rapido: Stringi i pugni e le dita dei piedi fortissimo mentre inspiri. Trattieni per 5 secondi sentendo tutta la tensione. Espira con un sospiro e apri le mani di colpo. Senti il sangue che torna a fluire.
La Risposta di Rilassamento (Relaxation Response) è un termine coniato negli anni ’70 dal Dr. Herbert Benson, professore alla Harvard Medical School.
Si tratta dell’esatto opposto biologico della risposta “attacca o fuggi” (fight-or-flight). Mentre lo stress attiva il sistema nervoso simpatico (aumentando battito e cortisolo), la Risposta di Rilassamento attiva il sistema nervoso parasimpatico, riportando il corpo in uno stato di equilibrio e riparazione.
I 4 Pilastri della Tecnica
Benson ha studiato diverse forme di meditazione e preghiera, estraendone gli elementi scientifici comuni per renderli accessibili a chiunque, senza connotazioni religiose. Per attivarla servono quattro elementi:
Un ambiente tranquillo: Un luogo con minime distrazioni.
Un supporto mentale: Una parola, un suono, una breve preghiera o il ritmo del respiro su cui focalizzarsi.
Un’attitudine passiva: È l’elemento più importante. Se la mente vaga, non bisogna punirsi o sforzarsi, ma riportare dolcemente l’attenzione al supporto mentale.
Una posizione comoda: Solitamente seduti, per evitare di addormentarsi (che è diverso dal rilassamento vigile).
Cosa succede al corpo (Fisiologia)
Quando attivi questa risposta, il tuo organismo subisce cambiamenti misurabili:
Riduzione del consumo di ossigeno: Il metabolismo rallenta.
Rallentamento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria.
Riduzione della pressione arteriosa (particolarmente efficace per gli ipertesi).
Cambiamento delle onde cerebrali: Aumento delle onde alfa (associate al rilassamento vigile).
Connessione con i tuoi disturbi gastrointestinali
Dato che stavamo parlando di reflusso e psicosomatica, la tecnica di Benson è considerata una “medicina comportamentale” d’eccellenza per questi casi.
Lo stress cronico mantiene lo stomaco in uno stato di contrattura e altera la produzione di acido. Praticare la Risposta di Rilassamento per 10-20 minuti due volte al giorno aiuta a “resettare” il sistema nervoso, permettendo al cardias (la valvola dell’esofago) di funzionare correttamente e riducendo l’acidità sistemica.
Come praticarla ora (Esercizio rapido)
Siediti comodamente e chiudi gli occhi.
Rilassa tutti i muscoli, dai piedi al viso.
Respira con il naso e, ogni volta che espiri, ripeti mentalmente una parola neutra (Benson suggeriva il numero “Uno”, ma puoi usare “Pace” o “Calma”).
Continua per 10 minuti. Quando i pensieri arrivano, sorridi e torna al tuo “Uno”.
La “Risposta di Rilassamento” non è un singolo comando, ma un insieme di cambiamenti fisiologici coordinati. Quando il dottor Herbert Benson la isolò scientificamente, dimostrò che potevamo “istruire” il nostro corpo a disattivare la risposta allo stress in modo volontario.
Ecco nel dettaglio cosa succede al tuo organismo quando attivi correttamente questa risposta:
1. I Cambiamenti Fisiologici (Cosa succede dentro)
Mentre la risposta allo stress (“Attacca o Fuggi”) accelera tutto, la Risposta di Rilassamento è un freno biologico:
Riduzione del Metabolismo: Il consumo di ossigeno cala drasticamente (più che durante il sonno profondo), indicando un riposo cellulare totale.
Battito Cardiaco e Pressione: Il cuore rallenta e le pareti dei vasi sanguigni si distendono, abbassando la pressione arteriosa.
Frequenza Respiratoria: Il respiro diventa più profondo e lento, migliorando lo scambio gassoso.
Muscolatura: La tensione muscolare involontaria (quella che causa il mal di schiena o i crampi allo stomaco) si scioglie.
2. Le Risposte a Livello Biochimico
A differenza di un semplice riposo sul divano, la risposta di Benson modifica la chimica del sangue:
Crollo del Cortisolo: Si riduce l’ormone dello stress che, se alto per troppo tempo, danneggia il sistema immunitario e la mucosa gastrica.
Aumento delle Endorfine: Vengono rilasciati neurotrasmettitori che agiscono come antidolorifici naturali e stabilizzatori dell’umore.
Attivazione del Nervo Vago: Viene stimolato il principale nervo del sistema parasimpatico, che governa la digestione e la calma interiore.
3. Effetti sulla Mente e sul Cervello
Non è solo una sensazione fisica; il cervello cambia “marcia”:
Onde Alfa e Theta: L’attività cerebrale passa dalle onde frenetiche della veglia vigile (Beta) a onde più lente (Alfa), tipiche della creatività e del rilassamento profondo.
Focus Mentale: Migliora la capacità di concentrazione e si riduce la “rumore di fondo” dei pensieri ansiosi (quello che in psicosomatica chiamiamo rimuginio).
Come riconoscerla mentre accade?
Se stai praticando correttamente la tecnica di Benson (o la respirazione diaframmatica), avvertirai dei segnali precisi:
Calore alle estremità: Le mani e i piedi diventano caldi (perché il sangue torna a circolare verso la periferia invece di restare bloccato nei muscoli vitali).
Salivazione: La bocca torna umida (lo stress la rende secca).
Movimenti intestinali: Potresti sentire dei “gorgoglii” addominali. È un ottimo segno: significa che il sistema digerente si sta riattivando e rilassando.
La Psicologia di Segnale è stata formalizzata da un lavoro congiunto tra il medico Luca Speciani e lo psicologo Benedetto Tangocci.
La loro opera Psicologia di Segnale. L’incontro tra Medicina di Segnale e psicoterapia (pubblicata nel 2022) è considerata il testo di riferimento per questa disciplina, che nasce con l’obiettivo specifico di unire i due piani (psichico e biologico) in un modello unitario di intervento.
La Psicologia di Segnale è nata come un’estensione e un approfondimento della Medicina di Segnale, un approccio sviluppato precedentemente dal Dott. Luca Speciani.
La Medicina di Segnale si basa sull’idea che il corpo umano sia un sistema che risponde a segnali biologici (es. insulina, cortisolo, citochine infiammatorie) e che la salute si mantenga modulando questi segnali tramite lo stile di vita.
La Psicologia di Segnale (PdS) è un modello teorico-clinico italiano che si basa su una prospettiva Psico-Neuro-Endocrino-Immunologica (PNEI), enfatizzando la stretta interdipendenza tra mente (psiche) e corpo (sistemi biologici) attraverso il concetto di “segnale”.
Non si tratta di una scuola psicoterapeutica mainstream nel senso stretto del termine (come la CBT o la Psicoanalisi), ma piuttosto di una cornice interpretativa e operativa sviluppata in sinergia con la Medicina di Segnale, che applica i principi dell’integrazione mente-corpo all’intervento psicologico.
La Psicologia di segnale potrebbe rappresentare un nuovo approccio integrato e olistico di facile praticabilità per migliorare la propria salute
Questo modello articola attorno a due concetti fondamentali: l’unità dell’organismo (PNEI) e la polarità dei segnali.
Sotto il primo aspetto lo studio della psicologia di segnale e della psiconeuroendocrinoimmunologia dimostra scientificamente che i sistemi nervoso, endocrino e immunitario non operano in modo isolato, ma comunicano costantemente tra loro, influenzando direttamente lo stato psichico e comportamentale dell’individuo. In questo senso le molecole (neurotrasmettitori, ormoni, citochine) agiscono come molecole segnale, trasferendo informazioni bidirezionalmente tra la sfera emotiva/cognitiva e la fisiologia del corpo. Ad esempio, lo stress (segnale psichico) innesca l’asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene) che rilascia cortisolo (segnale biologico), influenzando metabolismo e infiammazione.
Sotto il secondo aspetto (la polarità dei segnali psichici verso quelli biologici) introduce e distingue due tipi di segnali interconnessi: i segnali biologici (che sono il focus della Medicina di Segnale che include movimento, esercizio fisico, alimentazione e farmaci e i segnali psichici (focus della Psicologia di Segnale) che sono l’insieme di informazioni psicologiche, emotive e cognitive che la mente elabora e produce e la cui polarità (positivo/negativo) ha un impatto diretto sui segnali biologici.
Polarità
Esempi di Segnali Psichici
Impatto Biologico (PNEI)
Positivi
Senso di scopo, speranza, autoefficacia, gratitudine, relazioni di supporto, esposizione alla natura.
Promuovono la resilienza, modulano positivamente il tono del nervo vago (sistema parasimpatico), riducono il rilascio di cortisolo.
Negativi
Stress cronico, ruminazione (pensieri ossessivi), isolamento sociale, senso di impotenza (helplessness), paura.
Attivano la risposta di fight or flight (sistema simpatico), aumentano l’infiammazione sistemica, possono portare a disregolazione glicemica o esaurimento cortisurrenale.
L’obiettivo dello Psicologo di Segnale è duplice e sinergico con l’eventuale intervento medico:
1. Diagnosi Funzionale (Segnaletica): Identificare i segnali psichici negativi che mantengono o aggravano lo stato patologico (sia fisico che mentale) e i segnali psichici positivi che sono sottoutilizzati o assenti.
Modulazione Comportamentale e Cognitiva: L’intervento mira a modificare i pensieri (cognizioni), le emozioni e i comportamenti che agiscono come amplificatori dei segnali negativi o come inibitori dei segnali positivi. L’intervento è altamente pratico e si concentra sullo stimolo attivo di segnali positivi, come:
a)Attivazione Comportamentale: Incoraggiare il paziente ad adottare stili di vita che generano segnali biologici positivi (es. movimento fisico) che a loro volta producono segnali psichici positivi (es. senso di competenza e rilascio di endorfine).
b)Ristrutturazione Cognitiva: Lavorare sull’interpretazione degli eventi (riduzione della ruminazione) per impedire che stimoli neutri vengano percepiti come segnali di minaccia che attivano costantemente l’asse dello stress.
L’approccio è quindi un modello integrato e olistico, che richiede una stretta collaborazione interdisciplinare tra il medico (che lavora sui segnali biologici con dieta, farmaci, ecc.) e lo psicologo (che lavora sui segnali psichici con psicoterapia e coaching sul cambiamento).
Fonte: “Mente e maratona” Luca Speciani, Pietro Trabucchi. Edizioni correre