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  •  L’ARTE DI DIVENTARE CIO’ CHE SI E’

    C’è una bugia sottile che ci raccontano fin da piccoli, una favola apparentemente innocente che però rischia di anestetizzare le nostre vite. Ci dicono che il talento sia come un biglietto della lotteria d’oro: o nasci con quel biglietto in tasca (sei il nuovo Mozart, il nuovo Maradona, il genio della matematica) oppure sei destinato a una vita grigia, ordinaria, passata a guardare gli altri brillare. Cresciamo così, con una strana ansia addosso, lo sguardo fisso all’esterno, sperando di imbatterci prima o poi nel “nostro talento”, come se fosse un portafoglio smarrito sul marciapiede o un tesoro nascosto chissà dove nel mondo. Ma la verità psicologica è molto diversa, ed è racchiusa in una frase straordinaria del saggista e psicoanalista James Hillman:

    “Il talento non è un oggetto da trovare fuori, ma il coraggio di dare spazio a ciò che insiste per uscire da dentro”

    Se ti sei mai sentito “senza talento”, sbagliato o fuori posto, ferma tutto. Questa frase non è un semplice slogan motivazionale; è la mappa per ritrovare te stesso. L’errore di cercare fuori: il mito del “prodotto perfetto”. Perché cerchiamo il talento all’esterno? Perché la società ci ha abituati a confondere il talento con il successo commerciale o con una performance da applausi. Pensiamo che avere talento significhi saper suonare il pianoforte divinamente, dipingere quadri da museo o fatturare milioni con una startup. Quelli sono i risultati visibili, ma non sono il talento. Quando cerchi il tuo valore fuori, ti paragoni inevitabilmente agli altri. E il paragone è il più grande ladro di gioia e di autostima che esista. Ti guardi intorno, vedi persone che sembrano avere tutto sotto controllo, e pensi: “Io non ho niente di speciale”. Ma stai commettendo un errore di calcolo. Stai cercando un oggetto finito, un prodotto da esibire, dimenticando che il talento, all’inizio, non sembra mai un capolavoro. Sembra piuttosto un fastidio. Un’insistenza. Cos’è quella cosa che “insiste” dentro di te?

    Il tuo talento non si manifesterà quasi mai come una voce angelica che ti dice cosa fare. Si manifesta come un’inquietudine. È quella cosa che attira la tua attenzione quando cammini per strada; è l’argomento di cui parleresti per ore senza stancarti; è quel modo tutto tuo – e solo tuo – di accorgerti dei dettagli che gli altri ignorano. Magari il tuo talento è una straordinaria capacità di ascoltare e far sentire le persone al sicuro. Magari è il modo in cui riesci a mettere ordine nel caos, che sia una stanza o un foglio di calcolo. Magari è quell’ironia tagliente che riesce a strappare un sorriso anche nei momenti più bui. O forse è una curiosità viscerale per come funzionano le cose, per le storie delle persone, per i meccanismi della natura. Il talento è energia pura che bussa alla porta della tua mente. È ciò che ti fa sentire vivo e connesso mentre lo fai. Se c’è qualcosa che continui a desiderare di fare, di studiare, di approfondire – nonostante i tuoi dubbi, nonostante il tempo che manca, nonostante la paura – allora congratulazioni: hai trovato ciò che insiste.

    La vera sfida non è l’abilità, è il coraggio

    Perché serve coraggio? Perché dare spazio a ciò che abbiamo dentro significa esporsi. Significa dire al mondo (e a noi stessi): “Questo sono io, questo è ciò che amo, e anche se non sono perfetto, mi concedo il permesso di provarci”.

    Spesso soffochiamo quello che insiste dentro di noi per paura del giudizio altrui. Temiamo di sembrare ridicoli, di fallire, di sentirci dire: “Ma chi ti credi di essere?”. E così, preferiamo rimanere protetti nella nostra fortezza di insoddisfazione, continuando a raccontarci la scusa che “non abbiamo talento”. È una scelta comoda, ma è una scelta che spegne la luce nei nostri occhi. Liberare il proprio potenziale non significa stravolgere la propria vita dall’oggi al domani o licenziarsi per inseguire un sogno folle. Significa iniziare a fare spazio, anche solo per dieci minuti al giorno, a quella parte di te che reclama attenzione. Significa smettere di chiedere il permesso agli altri per essere chi sei.

    Il mondo ha bisogno della tua luce

    Non commettere il reato di privare il mondo della tua unicità. Non esiste un’altra persona sulla Terra che abbia la tua esatta combinazione di esperienze, ferite, passioni e sguardi sulle cose. Quello che tu puoi dare, nel tuo modo unico, non può darlo nessun altro. La prossima volta che ti senti inadeguato, non guardare fuori. Non cercare conferme nei “mi piace” sui social, nei complimenti degli altri o nei traguardi di chi ti sta accanto. Chiudi gli occhi, respira e ascolta. C’è qualcosa, là dentro, che sta spingendo contro le sbarre della tua paura. Smetti di cercare il tesoro altrove. Il tesoro sei tu, devi solo avere il coraggio di aprire la porta e lasciarti uscire.

  • SBALZI DI UMORE, AUTOSTIMA E RESILIENZA: COSA DICE LA PSICOLOGIA

    La psicologia identifica diversi fattori che possono scatenare queste “montagne russe emotive”: i fattori Biologici e Ormonali, lo stress e il burnout, lo stile di vita e l’evoluzione psicologica

    I primi sono determinati da fluttuazioni di neurotrasmettitori come la serotonina e la dopamina, o cambiamenti ormonali (ciclo mestruale, gravidanza, menopausa, problemi alla tiroide) mentre i secondi accadono quando il carico cognitivo ed emotivo supera la nostra capacità di gestione e la “soglia di tolleranza” si abbassa rendendoci reattivi a ogni stimolo.

    Anche lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale: è ampiamente dimostrato come la privazione del sonno sia una delle cause primarie di instabilità emotiva (cosi come anche l’abuso di caffeina o zuccheri che possono creare picchi e crolli d’umore).

    Nelle fasi di transizione poi della nostra vita (adolescenza, crisi di mezza età), gli sbalzi sono spesso il risultato di una rinegoziazione dell’identità.

    Anche se ovviamente è da considerarsi normale sentirsi “su e giù” ogni tanto la psicologia clinica presta attenzione quando queste variazioni diventano invalidanti.

    Sbalzi d’umore estremi possono essere sintomi di quadri più complessi come il Disturbo Bipolare, il Disturbo Borderline di Personalità o la Ciclotimia. In questi casi, la diagnosi deve essere fatta esclusivamente da un professionista (spesso un psichiatra).

    La psicologia suggerisce un consulto se senti di aver perso il controllo, se i tuoi rapporti interpersonali ne soffrono o se sperimenti pensieri di autosvalutazione profonda durante i momenti di “down”. Un percorso terapeutico può aiutare a identificare i trigger (gli inneschi) e a costruire una resilienza emotiva più solida. Quando l’umore cambia “senza motivo”, le evidenze scientifiche ci dicono che in realtà un motivo esiste, ma si trova sotto la soglia della tua consapevolezza cosciente.

    Immagina la tua mente come una vasca da bagno. Ogni piccolo stress quotidiano, anche minimo (una mail letta di sfuggita, un rumore fastidioso, una preoccupazione per il futuro), è una goccia. La vasca si riempie in silenzio e all’improvviso l’ultima goccia — invisibile — fa traboccare tutto. Ti ritrovi giù di morale o irritabile e pensi: “Ma se non è successo niente!”. In realtà, è il peso accumulato di tutto ciò che hai ignorato durante la giornata o la settimana.

    A volte invece il “motivo” non è psicologico, ma puramente fisiologico. Il cervello reagisce a segnali del corpo che noi non interpretiamo subito come fisici (come micro-variazioni di glucosio, stanchezza neurocognitiva e alterazione dei ritmi circadiani).

    Il nostro cervello è una macchina che crea collegamenti: un odore, un tono di voce alla radio, o persino una particolare luce pomeridiana possono attivare un ricordo emotivo archiviato. Per esempio se una luce ci ricorda una domenica malinconica dell’infanzia questa può innescare un senso di vuoto, anche se oggi la tua vita va bene. Non riconosci il collegamento, vedi solo l’effetto: lo sbalzo d’umore.

    Tuttavia oggi sappiamo che attraverso diverse tecniche di neuropsicologia del benessere o di psicoterapia cognitivo -comportamentale è possibile intervenire per riequilibrare rapidamente l’umore per ritrovare serenità ed equilibrio.

  • ESISTE UNA RELAZIONE TRA INVECCHIAMENTO E FELICITA’?

    Esiste una connessione affascinante che ribalta il concetto comune di dopamina. Spesso la associamo allo “sballo” o all’eccitazione frenetica, ma nel contesto di un invecchiamento di successo, la dopamina è la molecola della motivazione progettuale e della vitalità cognitiva.

    Il legame tra una vita serena e la salute del cervello nel tempo passa proprio attraverso la manutenzione di questo sistema.

    Con il passare degli anni, assistiamo a una fisiologica riduzione dei recettori dopaminergici (circa il 10% per decade dopo i 40 anni). Questo calo può portare ad anedonia (la difficoltà a provare piacere per le piccole cose), ad una riduzione della fluidità mentale (la dopamina è essenziale per la memoria di lavoro) e ad una rigidità fisica e mentale (collegata ad una minor propensione al cambiamento).

    Tuttavia, una vita felice o quantomeno serena agisce come uno scudo biologico contro questo declino.

    E’ fondamentale distinguere tra piacere edonico (picchi di dopamina) e benessere eudaimonico (un flusso costante).

    Per comprendere correttamente come possiamo costruire una vita piacevole e soddisfacente dobbiamo innanzitutto comprendere la differenza tra il piacere edonico (caratterizzato da picchi di dopamina e derivante da cibo, acquisti compulsivi o social media le cui “spike” infiammano il cervello e, a lungo andare, desensibilizzano i recettori, accelerando l’invecchiamento cerebrale) e il benessere eudaimonico (un flusso costante da cui deriva il dare un senso alla propria vita, dalle relazioni profonde e dall’apprendimento) la cui serenità mantiene i livelli di dopamina stabili, proteggendo la neuroplasticità cerebrale.

    Con il termine “spike” ci si riferisce solitamente alla proteina Spike del virus SARS-CoV-2 (responsabile del COVID-19) o, in contesti più rari, alle fluttuazioni dell’attività elettrica neuronale. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei dibattiti attuali — sia scientifici che divulgativi — il termine riguarda il legame tra l’infezione virale e i sintomi neurologici.

    Possono sembrare concetti astratti ma in realtà la psicologia ci insegna come questo importantissimo neurotrasmettitore, notoriamente coinvolta nei processi psiconeurologici che generano dipendenza, sia legata a doppio filo al piacere edonico.

    Dalla psicologia però apprendiamo anche come esistano delle strategie in grado di favorire di favorire un adeguato equilibrio di dopamina, dando quel tanto di piacere sufficiente a gratificarci senza farci diventare dipendenti da esso.

    Tra queste strategie troviamo la curiosità attiva, le relazioni sociali e attività come la meditazione e la contemplazione.

    La prima (la curiosità attiva) consiste nell’imparare qualcosa di nuovo (una lingua, uno strumento, un hobby)  e aiuta a ”forzare” il cervello a rilasciare dopamina in modo costruttivo, creando nuove sinapsi che compensano il declino cognitivo.

    La seconda (le relazioni sociali) favoriscono in modo oramai largamente comprovato la riduzione dell’infiammazione: la solitudine è pro-infiammatoria mentre una vita sociale serena stimola non solo l’ossitocina ma mantiene anche attivo il sistema della ricompensa sociale.

    Infine la terza, la meditazione e la contemplazione riducono il cortisolo e permettono alla dopamina di lavorare meglio. Lo stress cronico, infatti, “sequestra” le risorse dopaminergiche per destinarle alla sopravvivenza (ma generando ansia).

    Una vita serena riduce la neuroinfiammazione, la quale a sua volta preserva i circuiti della dopamina. Quando questi circuiti funzionano, la persona anziana resta motivata a muoversi, mangiare bene e socializzare, rallentando drasticamente il declino cognitivo.

    Non è l’assenza di stimoli a garantire la serenità nell’invecchiamento, ma la scelta di stimoli di “alta qualità” che nutrono la dopamina senza esaurirla.

    Scegliere un’attività dotata di senso (quella che i greci chiamavano Eudaimonia) rispetto al semplice riposo è la chiave biologica per un invecchiamento di successo. Dal punto di vista neuroscientifico, questa scelta cambia completamente il panorama biochimico del cervello.

    Quando ci dedichiamo a qualcosa che riteniamo significativo, non attiviamo solo picchi temporanei di dopamina, ma sosteniamo una produzione tonica (costante) di neurotrasmettitori riducendo l’infiammazione e favorendo la creazione di quella che in neurologia viene denominata “riserva cognitiva”.

    Esistono studi di psiconeuroimmunologia che dimostrano come le persone con un forte “scopo nella vita” (purpose in life) abbiano livelli più bassi di interleuchina-6 (un marcatore dell’infiammazione) nel sangue.

    L’impegno in attività complesse e significative crea una rete di emergenza neurale. Se una “strada” del cervello si logora per l’età, il senso del dovere o della passione spinge il cervello a trovare percorsi alternativi.

    Dopamina e “Ikigai” ovvero l’arte di darsi uno scopo nella vita

    In Giappone, il concetto di Ikigai (la ragione per alzarsi al mattino) è considerato uno dei segreti della longevità delle zone blu (come Okinawa).

    Il meccanismo biochimico si realizza in tre passaggi: obiettivo, azione e realizzazione. Per far ciò occorre stabilire un piccolo traguardo (es. curare l’orto, scrivere una memoria, fare volontariato) rilascia dopamina durante l’anticipazione, e in seguito farlo seguire da un’azione (poiché il movimento e l’impegno riducono la neuroinfiammazione legata alla sedentarietà mentale). La conseguente realizzazione rilascia serotonina e ossitocina (se l’attività è sociale), che calmano l’amigdala e proteggono l’ippocampo (la sede della memoria).

    L’attività dotata di senso ideale è quella che pone in uno stato di “flusso” la mente: una sfida che non sia né troppo facile (noia) né troppo difficile (ansia), come per esempio il giardinaggio (per chi ama la natura) o il tutoraggio per chi ha esperienza o perfino l’apprendimento di una tecnica artigianale.

    La vera serenità nell’invecchiamento non è l’assenza di movimento, ma il movimento con direzione. Mentre il riposo passivo può talvolta scivolare nell’anedonia (perdita di interesse), l’attività dotata di senso mantiene il sistema dopaminergico “oliato” e pronto all’uso.

    Le persone che sentono di avere uno scopo vivono, in media, 7 anni più a lungo di chi non lo sente: è la prova che la mente guida letteralmente la biologia. La longevità e la salute sono innanzitutto una “questione di testa”.

  • Cosa è la Emotionally Focused Therapy

    L’EFT (acronimo di Emotionally Focused Therapy Emotion-Focused Therapy) viene spesso classificata come una terapia di esposizione somatica. Sebbene i suoi sostenitori citino i meridiani della medicina cinese, la psicologia clinica tende a spiegare la sua efficacia attraverso altri processi che vanno dal disingaggio dell’amigdala alla riduzione del cortisolo e alla ristrutturazione cognitiva.

    Il disingaggio dell’amigdala, la riduzione del cortisolo e la ristrutturazione cognitiva come elementi portanti dell’Emotion-Focused Therapy per ansia e depressione

    Il Disingaggio dell’amigdala consiste nel “picchiettamento (tapping) di alcune zone specifiche del corpo. Tramite questa azione il corpo invierebbe segnali de-attivanti ai centri di sopravvivenza del cervello mentre il paziente richiama l’evento stressante, facilitando una sorta di contro-condizionamento. Alcuni studi (es. Bach et al., 2019) hanno mostrato riduzioni significative dei livelli di cortisolo salivare superiori rispetto alla semplice terapia verbale o al riposo.

    La ristrutturazione cognitiva invece si concretizza in una fase di “accettazione” e nel “richiamo del problema” che agendo come una forma di esposizione graduata unita a un reframing cognitivo favorirebbe una diversa interpretazione degli eventi stressanti

    L’EFT ha fatto passi avanti significativi verso il riconoscimento come pratica basata sull’evidenza, in particolare per il Disturbo da Stress Post-Traumatico, area nella quale ha dimostrato prove più solide. Diverse meta-analisi indicano che l’EFT ha un’efficacia paragonabile all’EMDR o alla CBT focalizzata sul trauma.

    Anche sull’ansia, sulla depressione e su fobie specifiche questa tecnica sembrerebbe possedere una efficace e rapida riduzione dei sintomi nel breve e nel medio termine.

    Esiste tutta via un punto critico: la controversia scientifica principale riguarda i “punti di tapping”. Molti ricercatori sostengono che l’efficacia derivi dall’esposizione e dagli elementi cognitivi, e che il picchiettamento agisca più come distrazione o placebo somatico. Tuttavia, alcuni studi di “smantellamento” suggeriscono che il tapping attivo porti risultati superiori rispetto al picchiettamento di punti casuali o alla sola esposizione.

    Per uno psicologo, l’EFT può essere vista come uno strumento di self-help o una tecnica di stabilizzazione emotiva da integrare in un percorso terapeutico più ampio che spazia dalla gestione del transfert/controtransfert (può essere usata dal terapeuta stesso per scaricare la tensione post-seduta) all’aumento dell’autonomia del paziente (in quanto fornisce al paziente uno strumento concreto da usare nei momenti di crisi tra una seduta e l’altra favorendo in questo modo l’empowerment).

    L’Emotionally Focused Therapy (o Emotion-Focused Therapy) èspesso più rapida di altre tecniche nel ridurre l’attivazione fisiologica acuta (arousal)

    Sebbene venga talvolta presentata come soluzione a tutto, rimane una tecnica complementare. Non sostituisce la profondità del lavoro sulla relazione terapeutica o sull’analisi del profondo.

  • IL TRAINING AUTOGENO: COSA E’ E QUANDO USARLO

    L’Allenamento Autogeno (o Training Autogeno) è una tecnica di rilassamento profondo sviluppata negli anni ’30 dallo psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz.

    Il termine “autogeno” deriva dal greco e significa “che si genera da sé”: l’obiettivo è infatti quello di indurre uno stato di calma e benessere fisico attraverso l’auto-suggestione, senza dipendere da stimoli esterni o dal terapeuta.

    La tecnica si basa sulla connessione mente-corpo attraverso la ripetizione mentale di specifiche formule che inviano segnali al sistema nervoso vegetativo per invertire la risposta allo stress (la reazione “attacca o fuggi”).

    Il percorso standard si articola in sei tappe progressive, ognuna focalizzata su una sensazione fisica specifica:

    1. Esercizio della Pesantezza: Favorisce il rilassamento muscolare (es. “Il mio braccio destro è molto pesante”).
    2. Esercizio del Calore: Induce la vasodilatazione periferica (es. “Il mio braccio destro è molto caldo”).
    3. Esercizio del Cuore: Regola la frequenza cardiaca.
    4. Esercizio del Respiro: Rende la respirazione calma e regolare (es. “Il mio respiro è calmo, io sono il mio respiro”).
    5. Esercizio del Plesso Solare: Favorisce il rilassamento degli organi digestivi.
    6. Esercizio della Fronte Fresca: Induce una sensazione di lucidità mentale e calma.

    Il Training Autogeno è molto più di un semplice momento di relax; se praticato con costanza, agisce come un vero e proprio “reset” per l’organismo:

    • Riduzione dello stress e dell’ansia: Abbassa i livelli di cortisolo nel sangue.
    • Miglioramento del sonno: Utile per chi soffre di insonnia o risvegli notturni.
    • Gestione del dolore: Aiuta a mitigare cefalee muscolo-tensive e disturbi psicosomatici.
    • Recupero energetico: 15 minuti di pratica possono equivalere a un breve sonnellino ristoratore.
    • Controllo emotivo: Maggiore stabilità di fronte alle difficoltà quotidiane.

    Il training autogeno può essere molto utile nell’insonnia.

    L’insonnia è una delle applicazioni più efficaci del Training Autogeno. Quando siamo a letto e non riusciamo a dormire, spesso la mente entra in un loop di “iper-allerta”: ci sforziamo di dormire, il che genera frustrazione, che a sua volta aumenta l’adrenalina, rendendo il sonno ancora più lontano.

    Il Training Autogeno rompe questo circolo vizioso disattivando il sistema nervoso simpatico.

    Se il tuo obiettivo è scivolare nel sonno, la procedura cambia leggermente rispetto all’allenamento diurno. Nel primo caso si suddivide in due fasi: la fase di preparazione e la formula dell’abbandono.

    La prima fase (di preparazione)

    Sdraiati a pancia in su, gambe leggermente divaricate e punte dei piedi rivolte verso l’esterno. Le braccia sono distese lungo il corpo, non a contatto con il busto, con i palmi rivolti verso il basso o verso l’alto (come ti senti più comodo). Chiudi gli occhi.

    La Formula dell’Abbandono

    Inizia con una formula generica per “settare” l’intenzione:

    “Io sono perfettamente calmo e rilassato… Il mondo esterno è lontano… Sono pronto per il riposo.”

    Per l’insonnia, questi due esercizi sono i più potenti perché simulano ciò che accade naturalmente al corpo durante il sonno profondo: la pesantezza (immaginando che i tuoi arti diventino di piombo, sprofondando nel materasso) e calore (immaginando un piacevole tepore che si diffonde dalle mani e dai piedi verso il centro del corpo). Il calore distende i vasi sanguigni e abbassa la pressione).

    In una sessione diurna, alla fine si eseguono dei movimenti bruschi (braccia flesse, respiro profondo) per tornare vigili. Per l’insonnia, la ripresa va saltata. Devi lasciare che l’ultima formula (solitamente quella della Fronte Fresca) sfumi nel sonno vero e proprio.

    Il Training Autogeno non è un comando, ma un’induzione. Se pensi “Devo dormire subito”, crei tensione. Concentrati solo sulla sensazione fisica (es. il peso del braccio) e lascia che il sonno sia un effetto collaterale.

  • IL RILASSAMENTO PROGRESSIVO MUSCOLARE DI EDMUND JACOBSON

    Il Rilassamento Muscolare Progressivo (PMR), ideato dal medico Edmund Jacobson, è una tecnica basata sulla stretta correlazione tra mente e corpo: Jacobson osservò che la tensione mentale si riflette sempre in una tensione muscolare e che, imparando a decontrarre i muscoli, è possibile indurre uno stato di calma profonda anche nella mente.

    EDMUND JACOBSON

    Jacobson è considerato il “padre” scientifico del rilassamento moderno. Medico e fisiologo di Chicago, Jacobson fu il primo a dimostrare scientificamente il legame inscindibile tra stato muscolare e stato mentale.

    Negli anni ’20, Jacobson utilizzò strumenti di elettromiografia (per misurare gli impulsi elettrici nei muscoli) e scoprì che anche quando pensiamo di essere rilassati, i nostri muscoli mantengono delle micro-tensioni e che un pensiero ansioso genera sempre una contrazione muscolare, anche impercettibile. Jacobson osservò che se si riesce a eliminare la tensione nel muscolo, la mente deve calmarsi. Non è una scelta, è una conseguenza fisiologica. Jacobson strutturò un percorso che oggi viene spesso abbreviato anche se il suo metodo originale era molto rigoroso.

    I 3 PILASTRI DI JACOBSON

    Jacobson chiamava l’ansia “iper-attivazione neuromuscolare”. L’ansia richiede tensione mentre la rabbia è una preparazione all’attacco. Jacobson insegnava a intercettare i muscoli che si preparano al colpo (pugni, spalle, mascella) e a disabilitarli prima che l’emozione diventi esplosiva. Jacobson insegnava che si può essere rilassati mentre si fa qualcosa: se stai scrivendo al computer, devi tendere solo i muscoli delle dita e delle braccia. Se tendi anche le gambe, la schiena o la fronte, stai sprecando energia e accumulando ansia. Il suo obiettivo era insegnare a usare il minimo sforzo necessario per ogni azione.

    Come funziona il metodo e ii benefici principali

    L’obiettivo è imparare a riconoscere la differenza tra la sensazione di tensione e quella di rilassamento: si procede contraendo un gruppo muscolare alla volta per pochi secondi per poi rilasciarlo bruscamente.

    Essendo una tecnica “attiva” (richiede di fare qualcosa fisicamente), è spesso più facile da apprendere per chi fatica a meditare o a stare fermo con i pensieri.

    In ambito clinico numerosi professionisti spesso integrano il metodo Jacobson con il Training Autogeno o la Mindfulness. Mentre il metodo di Jacobson è eccellente per chi ha bisogno di un approccio fisico e concreto, il Training Autogeno lavora più su suggestioni mentali di calore e pesantezza.

    Differenza tra rilassamento progressivo di jacobsen, traning autogeno e mindfulness

    Sebbene l’obiettivo finale sia comune — ridurre lo stress e migliorare il benessere — queste tre tecniche funzionano con meccanismi psicofisici molto diversi.

    Rilassamento Muscolare Progressivo (Jacobson)

    È la tecnica più fisica e concreta. Si basa sull’azione muscolare diretta si basa su un meccanismo di contrazione volontaria di un muscolo seguita da un rilascio immediato ed è adatto a chi ha molta energia residua, soffre di tic, tensioni muscolari croniche (es. bruxismo) o trova difficile restare immobile a pensare. Il mantra è: “Sento la tensione, la lascio andare fisicamente”.

    Training Autogeno (Schultz)

    È una tecnica di auto-distensione da concentrazione. Si basa sulla mente che influenza il corpo tramite la ripetizione mentale di formule (es. “Il mio braccio destro è pesante”, “Il mio plesso solare è piacevolmente caldo”) ed è adatto a chi ha una buona capacità di immaginazione, soffre di disturbi psicosomatici (gastriti, tachicardia da ansia) e preferisce un approccio passivo e meditativo. Il mantra: “Il mio corpo si rilassa da solo attraverso la mia mente”.

    Mindfulness (Protocolli MBSR/MBCT)

    Non è una tecnica di rilassamento in senso stretto, ma una pratica di consapevolezza. Il rilassamento è un “effetto collaterale”, non l’obiettivo primario e si basa sull’osservazione non giudicante del momento presente (pensieri, emozioni, sensazioni). E’ adatto a chi soffre di rimuginio mentale e nsia per il futuro o vuole cambiare il proprio rapporto con le emozioni difficili. Il mantra: “Resto presente a ciò che c’è, senza cercare di cambiarlo”.

  • PSICOSOMATICA DELL’APPARATO GASTROINTESTINALE

    Quando stomaco e intestino non si comportano bene

    Il legame tra psiche e intestino non è solo una suggestione romantica o un modo di dire (“avere fegato”, “sentire le farfalle nello stomaco”): è una realtà biologica solidissima.

    In psicosomatica, l’intestino è considerato il nostro “secondo cervello”. Esiste infatti un asse bidirezionale (asse intestino-cervello) che collega il sistema nervoso centrale con il sistema nervoso enterico attraverso il nervo vago e segnali biochimici.

    Ma quali sono le emozioni “che parlano” attraverso la pancia?

    L’intestino ha il compito di assimilare ciò che ci nutre e lasciare andare ciò che è tossico o superfluo. In chiave psicosomatica, i problemi intestinali spesso riflettono difficoltà nel gestire questi processi emotivi. Per esempio le difficoltà adigerireun evento, come un torto subito, una notizia improvvisa o una situazione lavorativa pesante Oppure trattenere il controllo o la paura e la insicurezza.

    Sotto il primo aspetto chi soffre di stipsi spesso ha difficoltà a lasciar andare il passato, le emozioni o il controllo sulla propria vita, mentre sotto il secondo si possono presentare disturbi come la colite o la diarrea che possono rappresentare il desiderio inconscio di “espellere” rapidamente una situazione che ci spaventa o che non ci sentiamo in grado di gestire.

    La ricerca scientifica ha confermato che stress, ansia e depressione possono alterare la motilità intestinale e la sensibilità viscerale, ma non è “tutto nella tua testa”. La connessione è chimica poiché la serotonina (l’ormone del buon umore) è prodotta per circa il 95% è prodotta nell’intestino. Se l’intestino è in fiamme, anche l’umore ne risente, e viceversa. Ma anche il microbiota intestinale gioca un ruolo di primo piano. Lo stress altera la flora batterica intestinale e un microbiota alterato (disbiosi) invia segnali di allarme al cervello, creando un circolo vizioso di ansia e malessere fisico.

    La psicosomatica non esclude però la medicina tradizionale. È fondamentale indagare prima le cause organiche (intolleranze, infiammazioni, patologie) con un medico, per poi integrare il percorso con un lavoro sull’ascolto delle proprie emozioni. Spesso, quando l’intestino “urla”, ci sta chiedendo di rallentare o di prestare attenzione a qualcosa che stiamo ignorando a livello conscio. Anche in questi casi la psicosomatica si può utilmente alleare con la fitoterapia. Sotto quest’ultimo aspetto gli studi non mancano sulla Pistacia lentiscus (conosciuta anche come Mastice di Chios o Lentisco): https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7003480/).

  • COS’E’ LA NEUROGENESI E COME STIMOLARLA

    Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) è una proteina che agisce come un potentissimo nutriente per i tuoi neuroni.

    Senza BDNF i neuroni appassiscono, le connessioni si indeboliscono e il giardino diventa arido (difficoltà di apprendimento, depressione, declino cognitivo). Se invece vi è molto BDNF i neuroni creano nuovi rami, le radici si fortificano e il giardino prospera. Ma quali sono le 3 funzioni chiave del BDN?

    Fino a pochi decenni fa si pensava che nascessimo con un numero fisso di neuroni destinati solo a diminuire. Oggi sappiamo che non è così.

    La neurogenesi avviene principalmente in una zona specifica: l’ippocampo. L’ippocampo è la sede della memoria e della regolazione emotiva. Le cellule staminali neurali si dividono e si trasformano in neuroni funzionali, ma non basta “creare” il neurone: esso deve sopravvivere e integrarsi nei circuiti esistenti. Senza stimoli (o senza BDNF), il nuovo neurone muore in pochi giorni. Esistono vari modi efficaci per aumentare la produzione di questo “fertilizzante” naturale di cui uno davvero molto potente: l’esercizio fisico ovvero il re dello stimolo!

    L’attività aerobica è lo stimolo più potente conosciuto per il BDNF: corsa, nuoto o camminata veloce per almeno 30-40 minuti possono essere un potente fertilizzante per stimolare il nostro cervello. Quando i muscoli lavorano, rilasciano una proteina chiamata Irisina, che viaggia fino al cervello e ordina di produrre più BDNF.

    Anche l’alimentazione e il digiuno Intermittente possono aiutare il cervello

    Il cervello produce più BDNF quando “ha fame” (una risposta evolutiva per renderci più intelligenti nella ricerca del cibo). Il digiuno Intermittente (16/8) favorisce la produzione di corpi chetonici che stimolano l’espressione del gene del BDNF e i polifenoli e Omega-3 (mirtilli, cioccolato fondente (>85%), curcuma e pesce grasso sono i migliori alleati.

    Esistono altri straordinari naturali stimolanti di BDNF: il sonno profondo e l’arricchimento ambientale. Per quantro riguarda il sonno profondo va ricordato come la neurogenesi avviene principalmente mentre dormi. Durante il sonno profondo, il cervello attiva il sistema glinfatico (la “pulizia dei rifiuti”) e consolida i nuovi neuroni nati durante il giorno. Per quantro riguarda l’arricchimento ambientale (come imparare cose nuove), va ricordato come il cervello richieda di essere costantemente stimolato.

    Il cervello segue la regola del “Use it or lose it” (usalo o perdilo)

    E’ stato oramai ampiamente dimostrato come studiare una lingua, imparare a suonare uno strumento o viaggiare in posti nuovi “costringa” i nuovi neuroni a integrarsi nei circuiti per non morire.

    Se vuoi un “picco” immediato di BDNF, la combinazione vincente è: attività fisica intensa seguita da una doccia fredda e una sessione di studio o lettura. L’esercizio prepara il terreno, il freddo dà la scossa e lo studio dice ai nuovi neuroni dove posizionarsi.

  • COSA E’ LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE E PERCHE’ FUNZIONA

    La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è attualmente uno dei modelli più diffusi e validati scientificamente a livello mondiale e si basa sull’idea che non sono gli eventi in sé a crearci sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo.

    La CBT lavora su un triangolo di influenze reciproche. Se cambi uno di questi elementi, influenzi inevitabilmente gli altri due

    A differenza di altri approcci che scavano profondamente nel passato o nell’inconscio, la CBT è orientata allo scopo e focalizzata sul presente. Le 3 fasi principali sulle quali si basa sono la psicoeducazione, la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione e modifica comportamentale. Il terapeuta ti spiega come funziona il tuo disturbo e come i tuoi pensieri influenzano il tuo malessere dopodichè si impara a identificare i “pensieri automatici negativi” (distorsioni cognitive) e a sostituirli con pensieri più realistici e funzionali. Infine si affrontano gradualmente le situazioni temute per rompere le abitudini dannose (come l’evitamento o i rituali compulsivi). In estrema sintesi la psicoterapia cognitivo-comportamentale è pratica, collaborativa e a breve termine, e comporta spesso l’assegnazione di compiti da svolgere tra le sedute. La CBT rappresenta oggi un approccio utile e pratico per aiutare a risolvere numerosi problemi

    È considerata il “gold standard” per il trattamento di molti disturbi, tra cui: Ansia e Attacchi di panico, depressione, disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), fobie e disturbi del sonno

  • INFIAMMAZIONE E NERVO VAGO: LE 3 VIE

    Quando parliamo del nervo vago come “interruttore” dell’infiammazione, entriamo nel campo affascinante della riflessologia neurale. Il nervo vago non è solo un sensore, ma un vero e proprio gestore del sistema immunitario.

    Esistono tre vie principali attraverso cui il nervo vago esercita il suo potere antinfiammatorio, agendo come un ponte tra il cervello e il corpo.

    Il Riflesso Antinfiammatorio (Via Afferente)

    Questa è la via del monitoraggio. Il nervo vago funge da “sensore di fumo” del corpo.le fibre sensoriali (afferenti) del vago rilevano la presenza di citochine infiammatorie (come il TNF−α e l’IL−1β) prodotte dai macrofagi nei tessuti e il segnale arriva al tronco encefalico, informando il cervello che c’è un’infiammazione in corso. Questo attiva le risposte protettive delle altre due vie.

    La Via Colinergica Antinfiammatoria (Via Efferente)

    Questa è la via più famosa e studiata, scoperta dal Dr. Kevin Tracey. È un meccanismo diretto e rapidissimo. Il segnale parte dal cervello e scende lungo il vago fino agli organi dove le terminazioni nervose rilasciano acetilcolina (ACh). L’acetilcolina si lega a recettori specifici (chiamati recettori nicotinici α7nAChR) presenti sulla superficie dei macrofagi. Questo legame “spegne” la produzione di citochine infiammatorie e funziona come un comando di stop cellulare.

    L’Asse Simpatico-Vagale (Via Splenica)

    Questa via è più complessa perché coinvolge un “ponte” tra il sistema parasimpatico (vago) e quello simpatico, concentrandosi sulla milza. Il nervo vago stimola il ganglio celiaco, che a sua volta attiva il nervo splenico che rilascia noradrenalina nella milza. La noradrenalina spinge una specifica popolazione di globuli bianchi (cellule T) a produrre acetilcolina proprio all’interno della milza che essendo il principale “filtro” del sangue, smette di immettere in circolo mediatori infiammatori, riducendo l’infiammazione sistemica. Capire queste vie spiega perché tecniche come la respirazione diaframmatica profonda, la meditazione o la stimolazione elettrica del vago possono effettivamente ridurre i livelli di infiammazione cronica nel corpo.