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  • ESISTE UNA RELAZIONE TRA INVECCHIAMENTO E FELICITA’?

    Esiste una connessione affascinante perché ribalta il concetto comune di dopamina. Spesso la associamo allo “sballo” o all’eccitazione frenetica, ma nel contesto di un invecchiamento di successo, la dopamina è la molecola della motivazione progettuale e della vitalità cognitiva.

    Il legame tra una vita serena e la salute del cervello nel tempo passa proprio attraverso la manutenzione di questo sistema.

    Con il passare degli anni, assistiamo a una fisiologica riduzione dei recettori dopaminergici (circa il 10% per decade dopo i 40 anni). Questo calo può portare ad anedonia (la difficoltà a provare piacere per le piccole cose), ad una riduzione della fluidità mentale (la dopamina è essenziale per la memoria di lavoro) e ad una rigidità fisica e mentale (collegata ad una minor propensione al cambiamento).

    Tuttavia, una felice o quantomeno serena agisce come uno scudo biologico contro questo declino.

    E’ fondamentale distinguere tra piacere edonico (picchi di dopamina) e benessere eudaimonico (un flusso costante)

    Per comprendere correttamente come possiamo costruire una vita piacevole e soddisfacente dobbiamo innanzitutto comprendere la differenza tra il piacere edonico (caratterizzato da picchi di dopamina e derivante da cibo, acquisti compulsivi o social media le cui “spike” infiammano il cervello e, a lungo andare, desensibilizzano i recettori, accelerando l’invecchiamento cerebrale) e il benessere eudaimonico (un flusso costante da cui deriva il dare un senso alla propria vita, dalle relazioni profonde e dall’apprendimento e la cui serenità mantiene i livelli di dopamina stabili, proteggendo la neuroplasticità).

    Con il termine “spike” ci si riferisce solitamente alla proteina Spike del virus SARS-CoV-2 (responsabile del COVID-19) o, in contesti più rari, alle fluttuazioni dell’attività elettrica neuronale. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei dibattiti attuali — sia scientifici che divulgativi — il termine riguarda il legame tra l’infezione virale e i sintomi neurologici.

    Possono sembrare concetti astratti ma in realtà la psicologia ci insegna come un importantissimo neurotrasmettitore, la dopamina, notoriamente coinvolta nei processi psiconeurologici che generano dipendenza, sia legata a doppio filo al piacere edonico.

    Dalla psicologia però apprendiamo anche come esistano delle strategie in grado di favorire di favorire un adeguato equilibrio di dopamina, dando quel tanto di piacere sufficiente a gratificarci senza farci diventare dipendenti da esso.

    Tra queste strategie troviamo la curiosità attiva, le relazioni sociali e attività come la meditazione e la contemplazione.

    La prima (la curiosità Attiva) consiste nell’imparare qualcosa di nuovo (una lingua, uno strumento, un hobby)  e aiuta a”forzare” il cervello a rilasciare dopamina in modo costruttivo, creando nuove sinapsi che compensano il declino cognitivo.

    La seconda (le relazioni Sociali) favoriscono in modo oramai largamente comprovato la riduzione dell’infiammazione: la solitudine è pro-infiammatoria mentre una vita sociale serena stimola non solo l’ossitocina ma mantiene attivo il sistema della ricompensa sociale.

    Infine la terza, la meditazione e la contemplazione riducono il cortisolo e permettono alla dopamina di lavorare meglio. Lo stress cronico, infatti, “sequestra” le risorse dopaminergiche per destinarle alla sopravvivenza (ma generando ansia).

    Una vita serena riduce la neuroinfiammazione, la quale a sua volta preserva i circuiti della dopamina. Quando questi circuiti funzionano, la persona anziana resta motivata a muoversi, mangiare bene e socializzare, rallentando drasticamente il declino cognitivo.

    Non è l’assenza di stimoli a garantire la serenità nell’invecchiamento, ma la scelta di stimoli di “alta qualità” che nutrono la dopamina senza esaurirla.

    Scegliere l’attività dotata di senso (quella che i greci chiamavano Eudaimonia) rispetto al semplice riposo è la chiave biologica per un invecchiamento di successo. Dal punto di vista neuroscientifico, questa scelta cambia completamente il panorama biochimico del cervello.

    Quando ci dedichiamo a qualcosa che riteniamo significativo, non attiviamo solo picchi temporanei di dopamina, ma sosteniamo una produzione tonica (costante) di neurotrasmettitori riducendo l’infiammazione e favorendo la creazione di quella che in neurologia viene denominata “riserva cognitiva”.

    Esistono studi di psiconeuroimmunologia che dimostrano come le persone con un forte “scopo nella vita” (purpose in life) abbiano livelli più bassi di interleuchina-6 (un marcatore dell’infiammazione) nel sangue.

    L’impegno in attività complesse e significative crea una rete di emergenza neurale. Se una “strada” del cervello si logora per l’età, il senso del dovere o della passione spinge il cervello a trovare percorsi alternativi.

    Dopamina e “Ikigai” ovvero l’arte di darsi uno scopo nella vita

    In Giappone, il concetto di Ikigai (la ragione per alzarsi al mattino) è considerato uno dei segreti della longevità delle zone blu (come Okinawa).

    Il meccanismo biochimico si realizza in tre passaggi: obiettivo, azione e realizzazione. Per far ciò occorre stabilire un piccolo traguardo (es. curare l’orto, scrivere una memoria, fare volontariato) rilascia dopamina durante l’anticipazione, e in seguito farlo seguire da un’azione (poiché il movimento e l’impegno riducono la neuroinfiammazione legata alla sedentarietà mentale). La conseguente realizzazione rilascia serotonina e ossitocina (se l’attività è sociale), che calmano l’amigdala e proteggono l’ippocampo (la sede della memoria).

    L’attività dotata di senso ideale è quella che pone in uno stato di “flusso” la mente: una sfida che non sia né troppo facile (noia) né troppo difficile (ansia), come per esempio il giardinaggio (per chi ama la natura) o il tutoraggio per chi ha esperienza o perfino l’apprendimento di una tecnica artigianale.

    La vera serenità nell’invecchiamento non è l’assenza di movimento, ma il movimento con direzione. Mentre il riposo passivo può talvolta scivolare nell’anedonia (perdita di interesse), l’attività dotata di senso mantiene il sistema dopaminergico “oliato” e pronto all’uso.

    Le persone che sentono di avere uno scopo vivono, in media, 7 anni più a lungo di chi non lo sente: è la prova che la mente guida letteralmente la biologia. La longevità e la salute sono innanzitutto una “questione di testa”.

  • Cosa è la Emotionally Focused Therapy

    L’EFT (acronimo di Emotionally Focused Therapy Emotion-Focused Therapy) viene spesso classificata come una terapia di esposizione somatica. Sebbene i suoi sostenitori citino i meridiani della medicina cinese, la psicologia clinica tende a spiegare la sua efficacia attraverso altri processi che vanno dal disingaggio dell’amigdala alla riduzione del cortisolo e alla ristrutturazione cognitiva.

    Il disingaggio dell’amigdala, la riduzione del cortisolo e la ristrutturazione cognitiva come elementi portanti dell’Emotion-Focused Therapy per ansia e depressione

    Il Disingaggio dell’amigdala consiste nel “picchiettamento (tapping) di alcune zone specifiche del corpo. Tramite questa azione il corpo invierebbe segnali de-attivanti ai centri di sopravvivenza del cervello mentre il paziente richiama l’evento stressante, facilitando una sorta di contro-condizionamento. Alcuni studi (es. Bach et al., 2019) hanno mostrato riduzioni significative dei livelli di cortisolo salivare superiori rispetto alla semplice terapia verbale o al riposo.

    La ristrutturazione cognitiva invece si concretizza in una fase di “accettazione” e nel “richiamo del problema” che agendo come una forma di esposizione graduata unita a un reframing cognitivo favorirebbe una diversa interpretazione degli eventi stressanti

    L’EFT ha fatto passi avanti significativi verso il riconoscimento come pratica basata sull’evidenza, in particolare per il Disturbo da Stress Post-Traumatico, area nella quale ha dimostratoprove più solide. Diverse meta-analisi indicano che l’EFT ha un’efficacia paragonabile all’EMDR o alla CBT focalizzata sul trauma.

    Anche sull’ansia, sulla depressione e su fobie specifiche questa tecnica sembrerebbe possedere una efficace e rapida riduzione dei sintomi nel breve e nel medio termine.

    Esiste tutta via un punto critico: la controversia scientifica principale riguarda i “punti di tapping”. Molti ricercatori sostengono che l’efficacia derivi dall’esposizione e dagli elementi cognitivi, e che il picchiettamento agisca più come distrazione o placebo somatico. Tuttavia, alcuni studi di “smantellamento” suggeriscono che il tapping attivo porti risultati superiori rispetto al picchiettamento di punti casuali o alla sola esposizione.

    Per uno psicologo, l’EFT può essere vista come uno strumento di self-help o una tecnica di stabilizzazione emotiva da integrare in un percorso terapeutico più ampio che spazia dalla gestione del transfert/controtransfert (può essere usata dal terapeuta stesso per scaricare la tensione post-seduta) all’aumento dell’autonomia del paziente (in quanto fornisce al paziente uno strumento concreto da usare nei momenti di crisi tra una seduta e l’altra (favorendo in questo modo l’empowerment).

    L’Emotionally Focused Therapy (Emotion-Focused Therapy) è spesso più rapida di altre tecniche nel ridurre l’attivazione fisiologica acuta (arousal)

    Sebbene venga talvolta presentata come soluzione a tutto, rimane una tecnica complementare. Non sostituisce la profondità del lavoro sulla relazione terapeutica o sull’analisi del profondo.

  • IL RILASSAMENTO PROGRESSIVO MUSCOLARE DI EDMUND JACOBSON

    Il Rilassamento Muscolare Progressivo (PMR), ideato dal medico Edmund Jacobson, è una tecnica basata sulla stretta correlazione tra mente e corpo: Jacobson osservò che la tensione mentale si riflette sempre in una tensione muscolare e che, imparando a decontrarre i muscoli, è possibile indurre uno stato di calma profonda anche nella mente.

    EDMUND JACOBSON

    Hai citato il “padre” scientifico del rilassamento moderno. Se la Dott.ssa Raffaella Berto è una delle interpreti contemporanee più efficaci di questo metodo in Italia, Edmund Jacobson (1888–1983) ne è stato l’inventore rivoluzionario.

    Medico e fisiologo di Chicago, Jacobson fu il primo a dimostrare scientificamente il legame inscindibile tra stato muscolare e stato mentale.


    La scoperta di Jacobson

    Negli anni ’20, Jacobson utilizzò strumenti di elettromiografia (per misurare gli impulsi elettrici nei muscoli) e scoprì che:

    • Anche quando pensiamo di essere rilassati, i nostri muscoli mantengono delle micro-tensioni.
    • Un pensiero ansioso genera sempre una contrazione muscolare, anche impercettibile.
    • La chiave: Se riesci a eliminare la tensione nel muscolo, la mente deve calmarsi. Non è una scelta, è una conseguenza fisiologica.

    Il metodo originale (Progressive Relaxation)

    Jacobson strutturò un percorso che oggi viene spesso abbreviato (come nelle routine da 10 minuti che abbiamo visto), ma il suo metodo originale era molto rigoroso.

    I 3 pilastri di Jacobson:


    Perché Jacobson è fondamentale per Ansia e Rabbia?

    Jacobson chiamava l’ansia “iper-attivazione neuromuscolare”.

    • Per l’Ansia: Sosteneva che è impossibile essere ansiosi con i muscoli completamente distesi. L’ansia richiede tensione. Se togli la tensione, l’ansia “crolla” perché non ha più il supporto fisico.
    • Per la Rabbia: La rabbia è una preparazione all’attacco. Jacobson insegnava a intercettare i muscoli che si preparano al colpo (pugni, spalle, mascella) e a disabilitarli prima che l’emozione diventi esplosiva.

    Curiosità: Jacobson e il “Rilassamento Differenziale”

    Questa è la parte più utile per chi lavora (quella che la Dott.ssa Berto promuove per l’ufficio): Jacobson insegnava che si può essere rilassati mentre si fa qualcosa.

    Esempio: Se stai scrivendo al computer, devi tendere solo i muscoli delle dita e delle braccia. Se tendi anche le gambe, la schiena o la fronte, stai sprecando energia e accumulando ansia. Il suo obiettivo era insegnare a usare il minimo sforzo necessario per ogni azione.

    La Dott.ssa Raffaella Berto, psicologa e psicoterapeuta citata in precedenza, è un’esperta di questa tecnica e la insegna regolarmente all’interno di percorsi clinici e master per la gestione dello stress (come quelli dell’Associazione Psicologi Lombardia).

    Come Funziona il Metodo

    L’obiettivo è imparare a riconoscere la differenza tra la sensazione di tensione e quella di rilassamento. Si procede contraendo un gruppo muscolare alla volta per pochi secondi, per poi rilasciarlo bruscamente.

    I passaggi chiave:

    1. Preparazione: Sdraiati o siediti in un luogo tranquillo. Chiudi gli occhi e fai alcuni respiri profondi addominali.
    2. Tensione (3-5 secondi): Contrai un gruppo muscolare specifico (es. stringi i pugni o arriccia la fronte) con forza, ma senza sentire dolore.
    3. Rilascio (10-15 secondi): Rilascia la tensione all’istante (non gradualmente). Espira e concentrati sulla sensazione di distensione, calore o pesantezza che si diffonde nel muscolo.
    4. Progressione: Ripeti il ciclo per i vari distretti corporei, solitamente partendo dal basso (piedi) verso l’alto (viso) o viceversa.

    I Benefici principali

    Essendo una tecnica “attiva” (richiede di fare qualcosa fisicamente), è spesso più facile da apprendere per chi fatica a meditare o a stare fermo con i pensieri.

    • Gestione dell’ansia e dello stress: Riduce l’attivazione del sistema nervoso simpatico.
    • Insonnia: Praticato a letto, aiuta il corpo a “cedere” e facilita l’addormentamento.
    • Dolori psicosomatici: Efficace contro cefalee muscolo-tensive, bruxismo e tensioni cervicali.
    • Consapevolezza corporea: Insegna a intercettare precocemente i segnali di stress durante la giornata.

    Il consiglio della Dr.ssa Berto

    In ambito clinico, professionisti come Raffaella Berto spesso integrano il metodo Jacobson con il Training Autogeno o la Mindfulness. Mentre il metodo di Jacobson è eccellente per chi ha bisogno di un approccio fisico e concreto, il Training Autogeno lavora più su suggestioni mentali di calore e pesantezza.

    differenza tra rilassamento progressivo di jacobsen, traning autogeno e mindfulness

    Sebbene l’obiettivo finale sia comune — ridurre lo stress e migliorare il benessere — queste tre tecniche funzionano con meccanismi psicofisici molto diversi.

    Rilassamento Muscolare Progressivo (Jacobson)

    È la tecnica più fisica e concreta. Si basa sull’azione muscolare diretta.

    • Meccanismo: Contrazione volontaria di un muscolo seguita da un rilascio immediato.
    • Focus: La sensazione fisica di tensione vs. distensione.
    • Adatto a chi: Ha molta energia residua, soffre di tic, tensioni muscolari croniche (es. bruxismo) o trova difficile restare immobile a pensare.
    • Il mantra: “Sento la tensione, la lascio andare fisicamente”.

    2. Training Autogeno (Schultz)

    È una tecnica di auto-distensione da concentrazione. Si basa sulla mente che influenza il corpo.

    • Meccanismo: Ripetizione mentale di formule (es. “Il mio braccio destro è pesante”, “Il mio plesso solare è piacevolmente caldo”).
    • Focus: Sensazioni viscerali e involontarie (pesantezza, calore, battito cardiaco, respiro).
    • Adatto a chi: Ha una buona capacità di immaginazione, soffre di disturbi psicosomatici (gastriti, tachicardia da ansia) e preferisce un approccio passivo e meditativo.
    • Il mantra: “Il mio corpo si rilassa da solo attraverso la mia mente”.

    3. Mindfulness (Protocolli MBSR/MBCT)

    Non è una tecnica di rilassamento in senso stretto, ma una pratica di consapevolezza. Il rilassamento è un “effetto collaterale”, non l’obiettivo primario.

    • Meccanismo: Osservazione non giudicante del momento presente (pensieri, emozioni, sensazioni).
    • Focus: Accettazione di ciò che accade, anche se spiacevole.
    • Adatto a chi: Soffre di rimuginio mentale, ansia per il futuro o vuole cambiare il proprio rapporto con le emozioni difficili.
    • Il mantra: “Resto presente a ciò che c’è, senza cercare di cambiarlo”.

    Tabella Comparativa Rapida

    CaratteristicaJacobsonTraining AutogenoMindfulness
    Sforzo richiestoAttivo (muscolare)Passivo (mentale)Osservativo (cognitivo)
    Punto di partenzaIl muscoloIl sistema nervosoLa mente/attenzione
    Facilità inizialeAlta (molto intuitivo)Media (richiede costanza)Variabile (richiede pazienza)
    ObiettivoDecontrarre il corpoEquilibrare il sistema vegetativoEssere presenti/consapevoli

    Quale scegliere?

    Spesso la Dott.ssa Berto suggerisce di iniziare dal metodo Jacobson se sei molto teso o “iperattivo”, perché scarica fisicamente lo stress. Una volta che il corpo è più calmo, è più facile passare al Training Autogeno (per una distensione profonda) o alla Mindfulness (per gestire i pensieri).

    Dato che la Dott.ssa Raffaella Berto utilizza spesso un approccio integrato, vediamo come queste tre tecniche rispondono a tre dei problemi più comuni: ansia, insonnia e dolori muscolari (come il mal di schiena).

    Ecco come agiscono nello specifico:

    1. Ansia e Rimuginio (Pensieri fissi)

    L’ansia ci proietta nel futuro (“e se succedesse che…”).

    • Mindfulness (La migliore): È l’arma d’eccellenza. Non cerca di scacciare il pensiero ansioso, ma ti insegna a guardarlo come se fosse una nuvola che passa. Impari che “i pensieri non sono fatti”.
    • Jacobson: Utile come “interruttore di emergenza”. Se l’ansia ti blocca il respiro o ti fa tremare, contrarre e rilasciare i muscoli scarica l’adrenalina in eccesso.

    2. Insonnia (Difficoltà ad addormentarsi)

    Il corpo è a letto, ma la mente corre o il fisico è contratto.

    • Training Autogeno (Il più efficace): Le formule sulla pesantezza e sul calore mimano ciò che accade naturalmente al corpo quando entra nel sonno profondo. Induce una risposta del sistema nervoso parasimpatico (quello del riposo).
    • Jacobson: Perfetto se senti le gambe irrequiete o le spalle tese. Scaricare la tensione fisica “stanca” il muscolo e segnala al cervello che è sicuro lasciarsi andare.

    3. Mal di Schiena e Tensioni Somatizzate

    Spesso il dolore è mantenuto da una “corazza” muscolare inconscia.

    • Jacobson (L’ideale): Molte persone con mal di schiena non si rendono conto di tenere i muscoli contratti anche a riposo. Questa tecnica ti insegna la propriocezione: impari a sentire il muscolo contratto e a “mollarlo” volontariamente.
    • Mindfulness: Aiuta a gestire la componente emotiva del dolore cronico, riducendo la frustrazione e la tensione mentale che peggiorano la percezione del dolore fisico.

    Una piccola prova pratica (Metodo Jacobson)

    Proviamo subito un esercizio rapido che la Dott.ssa Berto propone spesso per chi lavora al computer:

    1. Ispirazione e Tensione: Porta le spalle su verso le orecchie il più possibile. Stringi forte per 5 secondi. Senti la “fatica” e la durezza dei muscoli del collo.
    2. Espirazione e Rilascio: Espira bruscamente dalla bocca e lascia cadere le spalle di colpo.
    3. Osservazione: Resta immobile per 15 secondi. Senti il calore o il formicolio che scende lungo le braccia? Quello è il sangue che torna a scorrere dove prima c’era un blocco.

    L’ansia è un segnale del corpo che ci dice che siamo proiettati troppo nel futuro o che percepiamo una minaccia (reale o immaginaria). Per gestirla, professionisti come la Dott.ssa Raffaella Berto suggeriscono spesso un approccio “a due velocità”: una tecnica per calmare il corpo nell’immediato e una per cambiare il rapporto con i pensieri ansiosi a lungo termine.

    Ecco come puoi utilizzare le tre tecniche per affrontare l’ansia:

    1. L’Intervento di Emergenza: Metodo Jacobson

    Quando l’ansia diventa fisica (palpitazioni, respiro corto, mani contratte), il corpo è in modalità “attacco o fuga”. È difficile ragionare con una mente ansiosa, quindi si parte dal corpo.

    • Perché funziona: Scarica fisicamente l’adrenalina prodotta dall’ansia. Contrarre volontariamente i muscoli e poi rilasciarli invia un segnale immediato al cervello: “Il pericolo è passato, puoi rilassarti”.
    • Esercizio rapido: Stringi i pugni e le dita dei piedi fortissimo mentre inspiri. Trattieni per 5 secondi sentendo tutta la tensione. Espira con un sospiro e apri le mani di colpo. Senti il sangue che torna a fluire.
  • PSICOSOMATICA DELL’APPARATO GASTROINTESTINALE

    Quando stomaco e intestino non si comportano bene

    Il legame tra psiche e intestino non è solo una suggestione romantica o un modo di dire (“avere fegato”, “sentire le farfalle nello stomaco”): è una realtà biologica solidissima.

    In psicosomatica, l’intestino è considerato il nostro “secondo cervello”. Esiste infatti un asse bidirezionale (asse intestino-cervello) che collega il sistema nervoso centrale con il sistema nervoso enterico attraverso il nervo vago e segnali biochimici.

    Ma quali sono le emozioni “che parlano” attraverso la pancia?

    L’intestino ha il compito di assimilare ciò che ci nutre e lasciare andare ciò che è tossico o superfluo. In chiave psicosomatica, i problemi intestinali spesso riflettono difficoltà nel gestire questi processi emotivi. Per esempio le difficoltà adigerireun evento, come un torto subito, una notizia improvvisa o una situazione lavorativa pesante. Oppure trattenere il controllo o la paura e la insicurezza. Sotto il primo aspetto chi soffre di stipsi spesso ha difficoltà a lasciar andare il passato, le emozioni o il controllo sulla propria vita, mentre sotto il secondo si possono presentare disturbi come la colite o la diarrea che possono rappresentare il desiderio inconscio di “espellere” rapidamente una situazione che ci spaventa o che non ci sentiamo in grado di gestire.

    La ricerca scientifica ha confermato che stress, ansia e depressione possono alterare la motilità intestinale e la sensibilità viscerale, ma non è “tutto nella tua testa”. La connessione è chimica poiché la serotonina (l’ormone del buon umore) è prodotta per circa il 95% è prodotta nell’intestino. Se l’intestino è in fiamme, anche l’umore ne risente, e viceversa. Ma anche il microbiota intestinale gioca un ruolo di primo piano. Lo stress altera la flora batterica intestinale e un microbiota alterato (disbiosi) invia segnali di allarme al cervello, creando un circolo vizioso di ansia e malessere fisico.

    La psicosomatica non esclude però la medicina tradizionale. È fondamentale indagare prima le cause organiche (intolleranze, infiammazioni, patologie) con un medico, per poi integrare il percorso con un lavoro sull’ascolto delle proprie emozioni. Spesso, quando l’intestino “urla”, ci sta chiedendo di rallentare o di prestare attenzione a qualcosa che stiamo ignorando a livello conscio. Anche in questi casi la psicosomatica si può utilmente alleare con la fitoterapia. Sotto quest’ultimo aspetto gli studi non mancano:(https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7003480/).

    L’integrazione di Pistacia lentiscus (conosciuto anche come Mastice di Chios o Lentisco) in contesti di infiammazioni intestinali gravi rappresenta un campo di grande interesse per la fitoterapia moderna. Quando parliamo di condizioni “gravi”, ci riferiamo solitamente a patologie come la Rettocolite Ulcerosa (RCU) o la Malattia di Crohn, che rientrano nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI/IBD). In questo tipo di infiammazioni, il corpo produce un eccesso di molecole infiammatorie chiamate citochine (come il TNF-α e l’IL-6). La Pistacia lentiscus agisce come un modulatore sia nell’inibizione dei mediatori (riducendo la produzione di queste citochine e “spegnendo” il segnale che autoalimenta l’infiammazione nella mucosa intestinale) e sia nella riduzione dell’Ossido Nitrico (il lentisco riduce l’enzima iNOS. Livelli troppo alti di NO nelle pareti intestinali sono tipici delle fasi acute delle coliti).

    Nelle infiammazioni croniche, le “giunzioni strette intestinali” che tengono unite le cellule dell’intestino si allentano, permettendo a tossine e batteri di passare nel sangue. Sotto questo aspetto il Lentisco favorisce la produzione di muco protettivo e aiuta a mantenere l’integrità della membrana, agendo come una sorta di “cerotto naturale” che protegge le aree ulcerate dal contatto con i succhi gastrici e i residui fecali irritanti.

    Inoltre a differenza degli antibiotici sintetici che possono distruggere la flora batterica “buona”, la Pistacia lentiscus ha dimostrato proprietà antibatteriche selettive (tant’è che è particolarmente nota per il contrasto all’Helicobacter pylori nello stomaco ma nell’intestino aiuta a tenere sotto controllo la proliferazione di agenti patogeni che potrebbero complicare un quadro infiammatorio già compromesso (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10419108/).

    La Mastica di chios è indicata sia nell’infiammazione lieve (colon irritabile) e sia nell’infiammazione definita “grave”,  per le quali la farmacologia propone come risposta cicli ripetetuti di mesalazina, steroidi o farmaci biologici.

    La Pistacia lentiscus può essere un eccellente coadiuvante per prolungare le fasi di remissione (quando la malattia non è attiva), ridurre il dosaggio dei farmaci (sempre sotto stretto controllo medico) e migliorare la qualità della vita riducendo i sintomi residui come gonfiore e fastidio addominale.

    La  Mastic (Pistacia lentiscus) se adeguatamente concentrata è particolarmente efficace nel proteggere le mucose dello stomaco e dell’intestino, aiutando anche contro il batterio Helicobacter pylori e se associata al  Lithothamnion calcareum (un’alga rossa ricca di calcio e magnesio organici che funziona come un “tampone” naturale che contrasta l’acidità e apporta minerali essenziali per il trofismo delle membrane), può dare risultati davvero importanti senza effetti collaterali o controindicazioni.

  • COSA E’ LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE E PERCHE’ FUNZIONA

    La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è attualmente uno dei modelli più diffusi e validati scientificamente a livello mondiale. In poche parole: si basa sull’idea che non sono gli eventi in sé a crearci sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo.Ma quali sono i tre pilastri su cui si basa?


    La CBT lavora su un triangolo di influenze reciproche. Se cambi uno di questi elementi, influenzi inevitabilmente gli altri due

    • Cognizione (Pensieri): Quello che diciamo a noi stessi (es. “Non ce la farò mai”).
    • Emozione: Come ci sentiamo di conseguenza (es. Ansia, tristezza).
    • Comportamento: Quello che facciamo per reagire (es. Evitare una sfida, isolarsi). Ma come funziona concretamente?

    A differenza di altri approcci che scavano profondamente nel passato o nell’inconscio, la CBT è orientata allo scopo e focalizzata sul presente

    Le 3 fasi principali sulle quali si basa sono la psicoeducazione, la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione e modifica comportamentale.

    1. Psicoeducazione: Il terapeuta ti spiega come funziona il tuo disturbo e come i tuoi pensieri influenzano il tuo malessere.
    2. Ristrutturazione Cognitiva: Si impara a identificare i “pensieri automatici negativi” (distorsioni cognitive) e a sostituirli con pensieri più realistici e funzionali.
    3. Esposizione e Modifica Comportamentale: Si affrontano gradualmente le situazioni temute per rompere le abitudini dannose (come l’evitamento o i rituali compulsivi). La psicoterapia

    In estrema sintesi la psicoterapia cognitivo-comportamentale è pratica, collaborativa e a breve termine, e comporta spesso l’assegnazione di compiti da svolgere tra le sedute.

    CaratteristicaDescrizione
    PraticaSi concentra sulla risoluzione di problemi concreti della vita quotidiana.
    CollaborativaTerapeuta e paziente lavorano insieme come una squadra (“empirismo collaborativo”).
    A breve termineSpesso richiede meno tempo rispetto ad analisi profonde (solitamente dai 6 ai 12 mesi).
    Compiti a casaInclude spesso esercizi pratici da fare tra una seduta e l’altra (diari, esperimenti comportamentali).

    La CBT rappresenta oggi un approccio utile e pratico per aiutare a risolvere numerosi problemi

    È considerata il “gold standard” per il trattamento di molti disturbi, tra cui:

    • Ansia e Attacchi di panico
    • Depressione
    • Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)
    • Fobie
    • Disturbi del sonno

  • IL GINESTRINO NEL CONTROLLO DELLO STRESS

    Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).

    L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono:

    • Flavonoidi: Come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive.
    • Glicosidi Cianogenetici: Presenti in tracce minime (che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici), esercitano un’azione blandamente sedativa.
    • Tannini e Saponine: Contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti.

    Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:

    • Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.
    • Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).

    Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.

    Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico.

    Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).

    La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6:

    2. Come funziona? (Il meccanismo “Serratura e Chiave”)

    Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie dei neuroni. Esistono due tipi principali:

    • GABA-A (Recettori Ionotropici): Sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.
    • GABA-B (Recettori Metabotropici): Agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.

    Il risultato finale? La carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.

    Il ginestrino e il GABA possono aiutare la mente nel focus e nell’attenzione

    Il GABA non serve “solo” per la calma; è fondamentale per l’equilibrio biologico poiché inibisce i circuiti della paura nell’amigdala, migliora la qualità del sonno (durante la notte, i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno) regola il controllo motorio intervenendo sul tono muscolare (bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori) e aumenta il focus mentale in quanto “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), il GABA permette una concentrazione più pulita.

    Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA come le benzodiazepine che si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici), l’alcool (che mima l’azione del GABA causando rilassamento iniziale e perdita di coordinazione) e alcuni fitoterapici (come il Ginestrino i cui flavonoidi agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici). Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente. A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per la distonia Neurovegetativa (in quanto regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici) e l’insonnia da “Ruminazione” (poiché è particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna). Il ginestrino ha anche dimostrato una potenziale antidepressiva importante (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32178424/)

  • L’ATTIVITA’ FISICA: NON PIU’ UNA GENERICA INDICAZIONE DI MASSIMA MA UNA VERA E PROPRIA PRESCRIZIONE

    Per ottenere benefici stabili a livello psicologico attraverso un approccio integrato (sedute psicologiche, alimentazione corretta e attività fisica ) è importante passare da indicazioni generiche a vere e proprie prescrizioni del movimento e dell’attività fisica.

    Occorre cioè un approfondimento focalizzato sulla prescrizione clinica (F.I.T.T.) e sulla comparazione biochimica tra le diverse modalità di esercizio, utilizzando il formalismo necessario per definire i carichi di lavoro.


    Protocollo Clinico di Prescrizione: Il Modello F.I.T.T.

    La trasformazione dell’attività fisica in “farmaco” richiede la definizione di un dosaggio preciso. Nella letteratura psichiatrica, il modello F.I.T.T. (Frequency, Intensity, Time, Type) viene declinato come segue per il trattamento dei disturbi dell’umore:

    • Frequenza: 3-5 sessioni settimanali. La continuità è fondamentale per mantenere stabili i livelli di BDNF circolante.
    • Intensità: Per l’effetto antidepressivo, l’intensità deve oscillare tra il 60% e l’80% della Frequenza Cardiaca Massima ($FC_{max}$), calcolabile approssimativamente come:

    $$FC_{max} \approx 220 – \text{età}$$

    • Tempo: Sessioni di 30-45 minuti. Oltre i 60 minuti, in soggetti non allenati, l’eccessivo rilascio di cortisolo potrebbe antagonizzare i benefici neurotrofici.
    • Tipo: Scelta tra protocolli aerobici (AT), anaerobici di resistenza (RT) o combinati.

    Comparazione Tecnica: Esercizio Aerobico (AT) vs. Resistenza (RT)

    Sebbene entrambi siano efficaci, agiscono su pathway biochimici e sintomatologici parzialmente distinti:

    Parametro di ConfrontoEsercizio Aerobico (es. Corsa, Ciclismo)Esercizio di Resistenza (es. Weightlifting)
    Meccanismo PrevalenteModulazione del sistema oppioide (Endorfine) e endocannabinoide.Up-regulation del fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1).
    Target SintomatologicoElevata efficacia su Ansia Generalizzata e attacchi di panico (desensibilizzazione all’iperpnea).Elevata efficacia su Autostima e sintomi cognitivi della depressione.
    Effetto NeuroplasticoMassima stimolazione del volume ippocampale.Miglioramento della connettività funzionale nella corteccia prefrontale.
    Impatto MetabolicoOttimizzazione dell’efficienza mitocondriale neuronale.Riduzione dell’infiammazione sistemica (riduzione citochine pro-infiammatorie come IL-6).

    Sinergia Neuropsicofarmacologica

    L’attività fisica agisce come un catalizzatore per i trattamenti standard (SSRI/SNRI). La ricerca indica che l’esercizio fisico aumenta la permeabilità della barriera emato-encefalica e la sensibilità dei recettori post-sinaptici.

    In particolare, il rapporto tra volume di esercizio ($V$) e risposta terapeutica può essere modellato come una funzione a “U invertita”, dove il beneficio massimo si ottiene in un range di intensità moderata; carichi eccessivi (overtraining) possono indurre stati di neuroinfiammazione paradossa:

    $$B_{f} = \int_{t_0}^{t_n} (P_{syn} \cdot E_{i}) \, dt – C_{all}$$

    Dove:

    • $B_{f}$: Beneficio fisiologico totale.
    • $P_{syn}$: Plasticità sinaptica indotta.
    • $E_{i}$: Intensità dell’esercizio.
    • $C_{all}$: Carico allostatico (stress biologico).

    La conclusione clinica è che la prescrizione non deve essere statica: il clinico deve monitorare la aderenza terapeutica e la risposta soggettiva, variando il tipo di attività in base alla fase della patologia (es. aerobica in fase acuta ansiosa per lo “scarico” neurologico, resistenza in fase di recupero depressivo per la ricostruzione dell’identità corporea).

  • Prescrizione dell’Esercizio Fisico come Adiuvante nel Trattamento dei Disturbi dello Spettro Ansioso-Depressivo: Analisi delle Evidenze Neuroscientifiche

    L’attuale panorama epidemiologico evidenzia un incremento della prevalenza delle patologie psichiatriche superiore al 30% nell’ultimo decennio, con picchi critici nelle coorti degli adolescenti, dei giovani adulti, della popolazione geriatrica e nel genere femminile. In questo contesto, la Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf) propone un cambio di paradigma: la transizione dell’attività fisica da “consiglio comportamentale generico” a prescrizione clinica strutturata.

    Tale approccio non si limita al benessere generale, ma si configura come un protocollo terapeutico mirato, volto a mitigare la vulnerabilità biologica e psicosociale associata alla sedentarietà.

    L’efficacia dell’esercizio fisico nel trattamento dei disturbi dell’umore risiede nella sua capacità di modulare la neurochimica cerebrale e la plasticità neuronale. I principali sistemi coinvolti sono:

    • Sistemi Monoaminergici: L’attività motoria induce una regolazione dei circuiti dopaminergici (coinvolti nella ricompensa e nella motivazione) e serotoninergici (fondamentali per la regolazione dell’umore e dell’ansia).
    • Neuroplasticità: L’esercizio fisico stimola la sintesi del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), facilitando la sinaptogenesi e contrastando l’atrofia ippocampale spesso osservata nella depressione maggiore.
    • Asse HPA (Ipotalamo-Ipofisi-Surrene): L’attività fisica regolare ottimizza la risposta allo stress, riducendo i livelli basali di cortisolo e migliorando la resilienza neurologica.

    Ma cosa è il BDNF?

    Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor o Fattore Neurotrofico Derivato dal Cervello) è una proteina appartenente alla famiglia delle neurotrofine. Agisce come un vero e proprio “fertilizzante” per il sistema nervoso centrale e periferico.

    Nella gerarchia biochimica del cervello, il BDNF è una delle molecole più importanti per la sopravvivenza dei neuroni esistenti e la crescita di nuovi neuroni.

    Il BDNF svolge tre ruoli critici che spiegano perché l’attività fisica sia così efficace contro ansia e depressione:

    Contrariamente a quanto si credeva in passato, il cervello adulto può produrre nuovi neuroni, specialmente nell’ippocampo (la sede della memoria e della regolazione emotiva). Il BDNF è il principale mediatore di questo processo.

    Il BDNF facilita il potenziamento a lungo termine (LTP – Long-Term Potentiation), il meccanismo attraverso il quale le connessioni tra i neuroni (sinapsi) si rafforzano. In termini semplici: aiuta il cervello a imparare, adattarsi e “ricablarsi” per superare schemi di pensiero negativi.

    Protegge i neuroni dallo stress ossidativo e dalla morte cellulare programmata (apoptosi). In condizioni di forte stress cronico o depressione, i livelli di BDNF crollano, portando a una sorta di “atrofia” cerebrale; l’esercizio fisico inverte questo processo.

    Quando i muscoli si contraggono durante lo sport, rilasciano nel sangue una proteina chiamata irisina. Questa proteina è in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e stimolare l’espressione del gene del BDNF nel cervello.

    L’attivazione del recettore specifico del BDNF, chiamato TrkB (Tropomyosin receptor kinase B), innesca una cascata di segnali intracellulari che portano ad un aumento della densità dendritica (poichè i neuroni diventano più “ramificati”) e ad una migliore comunicazione chimica (in quanto le sinapsi diventano più efficienti nello scambio di neurotrasmettitori come serotonina e dopamina).

    Molti farmaci antidepressivi (come gli SSRI) impiegano settimane per funzionare proprio perché il loro obiettivo finale non è solo aumentare la serotonina, ma stimolare indirettamente la produzione di BDNF.

    L’esercizio fisico agisce sulla stessa via biochimica, ma spesso in modo più rapido e naturale, motivo per cui viene definito un “potenziatore neurotrofico”.

    Uno studio condotto dall’Università del Sichuan, pubblicato sul Journal of Affective Disorders, identifica l’adolescenza come una finestra di suscettibilità critica. La metanalisi evidenzia che:

    • Soggetti fisicamente attivi presentano una riduzione del rischio di Disturbo Depressivo Maggiore (MDD) compresa tra il 15% e il 22%.
    • È stata identificata una soglia minima di efficacia pari a 20 minuti di attività moderata con frequenza trisettimanale.

    Una revisione sistematica su circa 70.000 soggetti pubblicata su Psychiatry Research conferma che l’esercizio strutturato produce miglioramenti clinicamente rilevanti nel 40% dei pazienti affetti da disturbi d’ansia. L’efficacia è stata riscontrata sia in protocolli aerobici che di resistenza, agendo su:

    • Miglioramento dell’architettura del sonno e dei ritmi circadiani.
    • Riduzione della tensione neuromuscolare e dello stress reattivo.
    • Potenziamento delle funzioni esecutive e dei processi decisionali.

    Oltre alla componente metabolica, l’esercizio fisico — specialmente se praticato in contesti collettivi — contrasta l’isolamento sociale, fattore di rischio primario per la salute mentale. È interessante notare come la letteratura recente estenda il beneficio anche alla fruizione passiva di eventi sportivi. Tale fenomeno sarebbe mediato dall’attivazione del sistema dei neuroni specchio, promuovendo un senso di appartenenza e riducendo il carico allostatico derivante dalla solitudine.

    Va pertanto ribadita con forza la necessità di integrare l’esercizio fisico nei protocolli di neuropsicofarmacologia clinica. La prescrizione medica dello sport deve includere parametri precisi (F.I.T.T.: Frequenza, Intensità, Tempo, Tipo) per massimizzare l’effetto di potenziamento sinergico con i trattamenti farmacologici e psicoterapeutici tradizionali.

  • INTESTINO E PSICHE: CHI CONDIZIONA CHI?

    Le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD) rappresentano patologie complesse, multifattoriali, caratterizzate da una disregolazione cronica della risposta immunitaria, influenzata da predisposizione genetica, fattori ambientali e, in modo significativo, dal microbiota intestinale. Un’attenzione crescente è stata posta sull’interazione bidirezionale tra il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso enterico (SNE), definita asse intestino-cervello (Gracie et al., 2018), che modula la risposta infiammatoria e la manifestazione clinica delle IBD. Questo studio si è prefissato l’obiettivo di investigare l’associazione tra la composizione del microbiota intestinale, la presenza di disbiosi e l’entità dei sintomi depressivi, ansiosi, i livelli di stress percepito, la qualità di vita e i sintomi gastrointestinali in pazienti affetti da IBD.

    Un numero sempre maggiore di studi sembra associare psiche e intestino

    È stato condotto uno studio longitudinale su un campione di 50 pazienti adulti affetti da IBD, reclutati presso l’Ambulatorio di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Ospedale “S.S. Annunziata” di Chieti. Sono stati inclusi esclusivamente pazienti in fase di quiescenza (attività di malattia clinicamente e biochimicamente in remissione).È stata effettuata la raccolta di campioni fecali per l’analisi e la caratterizzazione molecolare del microbiota intestinale e la valutazione dello stato di disbiosi. Contemporaneamente, sono stati somministrati i seguenti strumenti psicometrici standardizzati per la valutazione dei construct psicologici e clinici:

    Sintomi Gastrointestinali: Gastrointestinal Symptom Rating Scale (GSRS)

    Qualità della Vita correlata alla salute (HRQoL): Inflammatory Bowel Disease Questionnaire (IBDQ)

    Stress Percepito: Perceived Stress Scale (PSS)

    Sintomi di Depressione e Ansia: Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS)

    L’analisi del campione ha rivelato che il 55,75% dei soggetti presentava disbiosi intestinale (alterazione dell’equilibrio microbico) e il 44,25% manifestava una generica alterazione della composizione del microbiota.

    Le analisi di correlazione hanno evidenziato associazioni statisticamente significative tra:

    Elevati livelli di Actinobacteria con una maggiore sintomatologia gastrointestinale (GSRS) ed elevati livelli di Actinobacteria con una scarsa Qualità di Vita (punteggi IBDQ inferiori). Ma è stato anche osservato l’aumento della disbiosi intestinale e un incremento dello stress percepito (PSS) e dei sintomi correlati all’ansia (HADS-A).

    L’analisi di regressione ha dimostrato che lo stress percepito e la sintomatologia ansiosa risultavano essere predittori significativi dello stato di disbiosi intestinale. Specifici taxa batterici, correlati alla Qualità di Vita, mostravano anche una significativa inter-predittività.

    I risultati ottenuti indicano che le alterazioni nella composizione del microbiota intestinale e la presenza di disbiosi non erano primariamente influenzate dall’attività della malattia (essendo il campione in fase di remissione), ma mostravano una forte associazione con la sintomatologia psicologica (ansia e stress percepito).

    Queste evidenze supportano la rilevanza clinica dell’asse intestino-cervello nelle IBD in fase di quiescenza. La consapevolezza di questa interconnessione psiconeuroendocrinoimmunologica apre la strada a nuove strategie terapeutiche multimodali che integrino l’approccio gastroenterologico con interventi mirati alla salute mentale (es. gestione dello stress, psicoterapia) e alla modulazione del microbiota, per ottimizzare il benessere complessivo del paziente.

    Le alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi) non sono solo una conseguenza diretta dell’attività infiammatoria della malattia (IBD), ma sono strettamente e indipendentemente associate alla sintomatologia psicologica, in particolare ansia e stress percepito.

    Oltre a questo studio molti altri dati suggeriscono un’associazione causale o bidirezionale in cui la disbiosi e i cambiamenti specifici nella composizione batterica possono avere un impatto diretto sul benessere mentale. Lo stress percepito e i sintomi ansiosi sono stati identificati come predittori significativi dell’entità della disbiosi intestinale, evidenziando una forte influenza dello stato mentale sulla salute microbica. La comunicazione tra intestino e cervello avviene attraverso diversi canali:

    1)     I batteri intestinali producono e modulano i livelli di neurotrasmettitori (come il GABA e la serotonina, che influenzano l’umore e l’ansia) e di acidi grassi a catena corta (SCFA come butirrato), i quali agiscono come segnali che raggiungono il cervello.

    2)     La disbiosi può aumentare la permeabilità della barriera intestinale (“leaky gut”), portando a un aumento della traslocazione batterica o dei loro prodotti. Questo innesca un’infiammazione sistemica di basso grado, la quale è strettamente correlata all’eziologia della depressione e dell’ansia.

    3)     Il Nervo Vago fornisce una connessione diretta e rapida, consentendo ai segnali enterici di influenzare direttamente l’attività cerebrale.

    La comprensione di questa relazione bidirezionale è cruciale perché apre la strada a nuove strategie di intervento note come terapie psicobiotici attraverso un approccio Olistico.

    Si tratta di promuovere un benessere ottimale e in molti casi anche la guarigione considerando la salute intestinale (tramite dieta, probiotici/prebiotici, trapianto di microbiota fecale) insieme agli aspetti psicologici (terapie per stress e ansia) e trattando la salute fisica e mentale come un unico processo.

         Fonte:

    1. Zito, L. (2025). Interazione tra il microbiota intestinale ei fattori psicologici in pazienti affetti da Inflammatory Bowel Disease in remissione; https://tesidottorato.depositolegale.it/handle/20.500.14242/190296

    2)   Burgio, E. B. E. Disturbi psicologici e malattie autoimmuni? La causa è nell’intestino;

    3)   MARASCO, M. L’asse microbiota-intestino-cervello: il ruolo di questa interazione nei disturbi psichiatrici, neurodegenerativi e del neurosviluppo. https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/29030

    4) MENCHINI, L. (2021). ASSE INTESTINO-CERVELLO: CAUSE ED EFFETTI DELLA DISBIOSI NELL’INSORGENZA DI MALATTIE NEURODEGENERATIVE, DISTURBI DELLA PSICHE E POSSIBILI INTERVENTI NUTRACEUTICI. https://etd.adm.unipi.it/t/etd-05052021-115424/

  • Una Pausa dai Social Migliora la Salute Mentale dei Giovani

    Uno studio recente, pubblicato su Jama Network Open (https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen), rivela che una singola settimana di disintossicazione dai social media è sufficiente per ridurre significativamente i sintomi di ansia, depressione e insonnia nei giovani adulti.

    La ricerca si inserisce nel dibattito sempre più acceso sull’uso intensivo dei dispositivi e degli schermi da parte di bambini e ragazzi, sollevando allarmi anche da parte dei pediatri.

    Lo studio guidato da Maddalena Cipriani dell’Università di Bath (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41284297/), in collaborazione con scienziati del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston hai coinvolto 373 giovani adulti, con un’età media di 21 anni, arruolati tra marzo 2024 e marzo 2025. Dopo due settimane di monitoraggio di base, i partecipanti hanno preso parte a un intervento facoltativo di “social detox” di una settimana, riducendo l’uso di piattaforme come Facebook, TikTok, Instagram, Snapchat e X.

    Lo studio ha confermato che l’uso problematico dei social media è fortemente associato a esiti negativi per la salute mentale (ansia, depressione e insonnia ma anche benessere psico fisico in generale). L’intervento di “disintossicazione” di una settimana ha prodotto i seguenti miglioramenti misurabili. L’ansia si è ridotta del 16,1%, la depressione del 24,8% e l’insonnia del 14,5%. Gli autori hanno scelto di valutare interventi a breve termine perché li ritengono più praticabili per migliorare il benessere nella popolazione giovanile, una fascia d’età particolarmente vulnerabile. Nonostante la sfida, 295 partecipanti hanno completato la fase di detox, e la maggior parte (265) ha ridotto il tempo trascorso sullo schermo in media di 9,2 ore. I social dove la riduzione è stata più alta sono stati TikTok, X e Facebook, mentre Instagram e Snapchat hanno mostrato i tassi di utilizzo più elevati anche durante la disintossicazione.

    Gli autori concludono che gli interventi di modifica del comportamento digitale possono avere un impatto significativo e positivo sulla salute mentale. Tuttavia, sottolineano la necessità di ulteriori studi per comprendere meglio la durata di questi risultati e il loro impatto a lungo termine, specialmente su popolazioni più diversificate.

    Fonte: Calvert, E., Cipriani, M., Chen, K., Dhima, A., Burns, J., & Torous, J. (2025). Evaluating clinical outcomes for anxiety and depression: A real-world comparison of the digital clinic and primary care. Journal of Affective Disorders377, 275-283.