Categoria: Psiche & natura.

  • CONVIVERE CON LA SOLITUDINE

    Per Erich Fromm, la solitudine non è una mera condizione psicologica o un sintomo di ansia sociale, ma una condizione esistenziale fondamentale dell’essere umano, radicata nella nostra stessa natura.

    Nel suo celebre saggio L’arte di amare (1956) e in Fuga dalla libertà (1941), Fromm spiega che l’uomo, prendendo coscienza di sé come entità separata dalla natura e dagli altri, vive l’esperienza della separatezza (separateness).

    La Fonte dell’Angoscia nasce dalla consapevolezza di essere separati dagli altri, di avere una vita breve, di essere impotenti di fronte alle forze della natura e della morte, rende l’esistenza un peso insopportabile se l’individuo rimane isolato.

    Da ciò deriva l’esperienza della separatezza che suscita angoscia, vergogna e un profondo senso di colpa e consegue il bisogno più profondo dell’essere umano di superare la propria separazione uscendo dalla prigione della solitudine.

    Secondo Fromm, le persone cercano spesso di sfuggire alla solitudine attraverso strade scorrette che offrono solo un sollievo temporaneo o illusorio che spaziano da stati d’estasi e trasgressione attraverso tre strade. La prima è quella dell’uso di droghe o dell’alcol per annegare momentaneamente la percezione del proprio sé e della solitudine (ma che non rappresentano una risposta stabile poiché passata l’estasi, la solitudine ritorna amplificata).

    La seconda si riferisce al conformismo di massa con la quale attraverso l’omologazione al gruppo, alle mode e alle convenzioni sociali, l’individuo annulla la propria individualità dicendo “sono come tutti gli altri”, sperando di non sentirsi più solo. Questo produce un sollievo apparente, ma soffoca la vera identità.

    Esiste poi una terza via: il lavoro e routine automatizzata: Rifugiarsi nell’attività frenetica e nel consumo per non dover mai affrontare il vuoto interiore.

    L’Unica Vera Soluzione secondo Eric Fromm è l’Amore Maturo, che rappresenta l’unica risposta piena e soddisfacente al problema della solitudine e che permette il raggiungimento dell’unione interpersonale attraverso l’amore.

    Fromm distingue nettamente tra l’unione simbiotica (patologica, basata su sottomissione o dominio) e l’amore maturo:

    “L’amore maturo è l’unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità. L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili.”

    Per Fromm, superare la solitudine non significa “trovare la persona giusta” passivamente, ma sviluppare la capacità attiva di amare, che richiede quattro elementi chiave:

    1. Cura: Interessarsi attivamente alla vita e alla crescita dell’altro.
    2. Responsabilità: Rispondere volontariamente ai bisogni dell’altro.
    3. Rispetto: Vedere l’altro per quello che è, desiderando che cresca per se stesso e non per servire i nostri scopi.
    4. Conoscenza: Conoscere l’altro in profondità, superando le illusioni di superficie.

    Secondo Fromm la solitudine si vince solo affrontando il paradosso dell’esistenza: diventare individui pienamente autonomi per potersi poi donare e unire agli altri senza perdersi.

    In Fuga dalla libertà (1941), Erich Fromm analizza come il passaggio dalle società tradizionali alla modernità abbia liberato l’individuo dai vincoli del passato (“libertà da”), lasciandolo però isolato, impotente e disorientato di fronte a un mondo vasto ed impersonale. Per sfuggire al peso insostenibile di questa solitudine esistenziale, l’uomo moderno si rifugia in un meccanismo di difesa illusorio: il conformismo da automa.

    Il conformismo di massa spinge l’individuo ad adottare interamente la personalità offerta dai modelli culturali dominanti:

    L’uomo smette di essere se stesso e diventa esattamente ciò che gli altri si aspettano che sia e come un camaleonte, assume i pensieri, i desideri e i sentimenti della massa, illudendosi che siano farina del suo sacco. Annullando la differenza tra sé e il mondo intero, scompare la percezione immediata della solitudine, ma al caro prezzo della perdita della propria identità autentica.

    Invece di risolvere il problema dell’isolamento, la società di massa finisce per alimentarlo in modi più subdoli come la pressione all’omologazione, le relazioni superficiali e la mercificazione dell’esistenza.    

    Fromm evidenzia una profonda contraddizione: adeguarsi alla massa offre una temporanea sensazione di sicurezza, ma lascia l’individuo ancora più solo di prima.

    Dal momento che la relazione con gli altri si basa su pensieri e atteggiamenti artificiali (“pseudo-pensieri”), la persona non si sente mai amata o accettata per ciò che è veramente, ma solo per la maschera che indossa. L’automa vive quindi in uno stato di perenne alienazione da se stesso e dagli altri.

    L’unica alternativa al conformismo e alla solitudine disperata secondo Fromm non è il ritorno al passato, ma la “libertà positiva”: la realizzazione attiva dell’individualità attraverso l’espressione spontanea dei propri sentimenti, del pensiero critico e, soprattutto, dell’amore autentico e del lavoro creativo.

    Il pensiero di Eric Fromm è più che mai attuale e potrebbe ancora oggi fornirci qualche strumento in piu per sopravvivere in una società sempre più frammentata.

  • PERCHE’ CONFONDIAMO L’AMORE CON UNA GIOSTRA?

    PERCHE’ CONFONDIAMO L’AMORE CON UNA GIOSTRA?

    Ti è mai capitato di vivere un amore così travolgente da farti girare la testa, per poi vederlo svanire nel nulla dopo un anno o due? Споiler: non era sfortuna, ed è molto probabile che la colpa sia del tuo cervello.

    Quando ci innamoriamo, la nostra testa diventa un laboratorio chimico in piena regola. Iniziamo a produrre dopamina (la molecola del desiderio), ossitocina e persino feniletilammina (un’anfetamina del tutto naturale!). In poche parole: l’infatuazione ci droga.

    Il problema nasce quando scambiamo questa “sbornia ormonale” per l’unica vera forma di amore.

    Tutte le tempeste chimiche, per leggi di natura, sono destinate a placarsi dopo 12-24 mesi per fare spazio a ormoni più tranquilli, come le endorfine della stabilità.

    Ma chi è “dipendente dalla scossa” non ci sta. Quando l’effetto della giostra finisce, pensa che l’amore sia finito. E così scarica il partner per buttarsi a capofitto alla ricerca di un nuovo “fornitore” di dopamina.

    Ma perché lo facciamo? Spesso, senza accorgercene, lo facciamo per paura.

    Costruire una relazione vera fa paura. Richiede di svelarsi, mostrarsi vulnerabili, negoziare ogni giorno e fare progetti a lungo termine.

    Per evitare questo rischio, mettiamo in atto un trucco inconscio: alziamo l’asticella a livelli irraggiungibili. Pretendiamo che la “magia” iniziale duri per sempre. In questo modo ci garantiamo che nessuno sarà mai quello “giusto”, distruggendo la storia prima che diventi così intima da spaventarci.

    I progetti richiedono due persone mature che scelgono di camminare insieme. La chimica richiede solo due corpi che si attraggono

    Perché scegliamo sempre le persone “sbagliate”?

    Scegliere partner instabili, sfuggenti o superficiali non è un caso, è una difesa.

    Un partner senza spessore non ti chiederà mai un’intimità autentica. Con lui sarai sempre al sicuro dal rischio di legarti davvero.

    Molte volte questo schema nasce nell’infanzia: se da piccole abbiamo avuto una figura paterna fredda o imprevedibile, impariamo che gli uomini sono “pericolosi” e vanno controllati prima che ci feriscano. La bellezza o la seduzione diventano una corazza: “Se ti conquisto e ti faccio impazzire, non potrai lasciarmi”.

    Quando la chimica iniziale inevitabilmente si spegne, il partner “superficiale” mostra la sua vera natura: indifferenza ed egoismo. L’illusione del controllo crolla, ci si sente umiliati e ci si tuffa di nuovo nella caccia di una nuova “scossa”, ricominciando il ciclo da capo.

    Per uscire da questo loop, serve cambiare prospettiva e considerare due aspetti estremamente importanti:

    Il primo è che l’amore maturo non è una vertigine e non è un’emozione passiva che ti travolge, ma una scelta attiva che fai ogni giorno;

    Il secondo è che la calma non è noia. La tranquillità in una coppia non significa che l’amore sia finito, ma che è finalmente arrivata la sicurezza.

    1. LA PSICOLOGIA SECONDO MARTIN SELIGMAN

      Martin Seligman è uno dei più importanti psicologi contemporanei ed è famoso soprattutto per due scoperte rivoluzionarie che hanno cambiato il modo in cui intendiamo la mente umana e il benessere. All’inizio dei suoi studi (negli anni ’60 e ’70), Seligman scoprì un meccanismo psicologico cruciale studiando il comportamento in situazioni di forte stress: se un essere vivente viene sottoposto ripetutamente a una situazione negativa o dolorosa da cui non può scappare, col tempo smetterà di cercare una via d’uscita, anche quando questa diventerà disponibile. Questa si chiama “impotenza appresa”. In pratica, ci si convince che, qualunque cosa si faccia, non cambierà nulla. Seligman ha dimostrato che questo meccanismo è alla base di molti stati depressivi e della passività umana: non nasciamo impotenti di fronte ai problemi, ma impariamo a esserlo quando sentiamo di non avere il controllo. Negli anni ’90, Seligman ha ribaltato completamente la prospettiva. Si è reso conto che la psicologia si era sempre concentrata solo sulle malattie mentali e sui problemi (curare l’ansia, la depressione, i traumi) e quasi mai su cosa rende le persone davvero felici. È diventato così il padre fondatore della Psicologia Positiva. Le sue scoperte principali in questo campo sono due: 1) L‘Ottimismo si può imparare. Proprio come si impara l’impotenza, Seligman ha scoperto che si può allenare l’ottimismo appreso. 2) La differenza tra un ottimista e un pessimista sta nel modo in cui spiegano a se stessi gli eventi della vita (stile esplicativo). Il pessimista vede i problemi come permanenti (“andrà sempre male”), universali (“va tutto a rotoli”) e personali (“è colpa mia”) mentre l‘ottimista vede i problemi come passeggeri (“è un momento”), specifici (“è andata male solo questa cosa”) e legati a fattori esterni (“è stata una circostanza sfortunata”). Cambiando questo modo di pensare, si può cambiare il proprio livello di benessere.

      Seligman ha dimostrato che la vera felicità (chiamata Flourishing, ovvero “fioritura personale”) non è solo l’assenza di tristezza, ma si costruisce coltivando 5 elementi precisi:

      • P (Positive Emotions): Provare emozioni positive (gioia, gratitudine, serenità).
      • E (Engagement): Essere totalmente coinvolti e assorbiti in quello che si fa (lo stato di flow).
      • R (Relationships): Coltivare relazioni umane profonde, positive e calorose.
      • M (Meaning): Dare un senso alla propria vita, sentirsi parte di qualcosa di più grande di noi.
      • A (Accomplishment): Porsi degli obiettivi e impegnarsi per raggiungerli, provando il senso di realizzazione.

      L’ottimismo appreso (learned optimism) è forse la parte più rivoluzionaria del lavoro di Seligman, perché scardina un vecchio mito: l’idea che ottimisti o pessimisti si nasca e che non ci si possa fare nulla. Seligman ha dimostrato che l’ottimismo è una competenza cognitiva che si può allenare.

      Il modo in cui reagiamo alle difficoltà dipende da tre variabili, note come “Le 3 P”. Seligman ha formalizzato questo modello partendo dalla riformulazione cognitiva della teoria dell’impotenza appresa, basandosi sul concetto neuroscientifico e psicologico di attribuzione causale (studiato originariamente da Bernard Weiner). In termini scientifici, lo “Stile Esplicativo” (le 3 P) non è un tratto della personalità emotivo, ma un filtro cognitivo stabile attraverso cui il cervello elabora le informazioni e assegna le cause agli eventi della vita.

      1. Personalizzazione (Internal vs. External Locus of Control)

      Questa dimensione definisce l’orientamento del Locus of Control (il “luogo” dove risiede la responsabilità delle cose). Quando si verifica un evento negativo, il cervello deve mappare la causa per prevedere eventi futuri. Il pessimista opera un’attribuzione interna: la causa del fallimento viene attribuita a caratteristiche intrinseche, stabili e non modificabili del Sé (es. “Manco di intelligenza”). L’ottimista opera un’attribuzione esterna o situazionale: la causa viene vista come un’interazione tra variabili ambientali o comportamentali modificabili (es. “La strategia era sbagliata”, “Le circostanze erano sfavorevoli”). L’attribuzione interna sistematica degli eventi negativi distrugge l’autostima, poiché il cervello interpreta l’errore come un difetto di fabbrica dell’individuo, attivando circuiti di vergogna e svalutazione.

      2. Permanenza (Stable vs. Unstable Attribution)

      Questa dimensione riguarda la componente temporale dell’attribuzione causale. Di fronte a un fallimento, il cervello valuta se la causa agirà anche in futuro. Il pessimista formula un’attribuzione stabile (permanente): proietta la causa all’infinito nel tempo (“Sarà sempre così”). L’ottimista formula un’attribuzione instabile (temporanea): circoscrive la causa a una finestra temporale limitata (“È successo questa volta”). Scientificamente, la percezione di permanenza spegne la motivazione e induce la rinuncia (l’impotenza appresa). Se la causa è permanente, il cervello calcola che qualsiasi sforzo futuro produrrà lo stesso esito negativo, quindi economizza le energie smettendo di tentare. Al contrario, l’attribuzione temporanea mantiene intatta l’aspettativa di successo futuro.

      3. Pervasività (Global vs. Specific Attribution)

      Questa dimensione riguarda l’estensione spaziale o categoriale dell’evento, ovvero la tendenza del cervello a generalizzare. Questo processo si basa sul bias cognitivo della ipergeneralizzazione. Il pessimista effettua un’attribuzione globale: un fallimento in un’area specifica (es. un rifiuto sentimentale) viene esteso dal cervello a tutte le altre aree biologiche e sociali (es. “La mia intera vita è un fallimento, non valgo niente nemmeno sul lavoro”). L’ottimista effettua un’attribuzione specifica: confina l’evento negativo all’interno del suo perimetro originario (“Non sono piaciuto a questa persona, ma le mie amicizie e la mia carriera sono solide”). La pervasività determina la capacità del cervello di contenere il danno. L’ottimizzazione specifica agisce come una barriera tagliafuoco: l’area colpita soffre, ma il resto del sistema psicologico della persona rimane funzionale e sicuro.

      Per comprendere appieno la teoria scientifica di Seligman, bisogna notare che lo stile esplicativo funziona in modo perfettamente speculare di fronte agli eventi positivi. È qui che si misura la salute cognitiva di una persona:

      Per cambiare il proprio stile esplicativo e “imparare” l’ottimismo, Seligman ha preso in prestito la terapia cognitivo-comportamentale e ha strutturato il modello ABCDE. È un esercizio di scrittura mentale da fare quando ci capita qualcosa di storto:

      • A (Adversity – L’avversità): Identifica il fatto oggettivo. (Es: Il mio capo ha criticato duramente la mia presentazione).
      • B (Belief – La convinzione): Nota i pensieri pessimistici automatici che scattano nella tua testa. (Es: Non valgo niente, mi licenzierà).
      • C (Consequences – Le conseguenze): Guarda come ti fa sentire quella convinzione. (Es: Mi sento demotivato, triste e ho voglia di mollare tutto).
      • D (Disputation – La discussione): Questo è il passaggio chiave. Metti in discussione la tua convinzione iniziale come se fossi un avvocato difensore. Cerca le prove contrarie. (Es: Aspetta, in passato ha elogiato tre miei lavori. Oggi era molto stressato per il budget e la critica era su dati specifici, non su di me come persona).
      • E (Energization – La rivitalizzazione): Nota come cambia il tuo stato d’animo dopo aver smontato il pensiero tossico. (Es: Mi sento più sollevato e pronto a correggere le slide per domani).

      Seligman non dice di ignorare i problemi o di raccontarsi bugie felici. L’ottimismo appreso è un bagno di realtà contro i drammi ingiustificati che la nostra mente crea in automatico.

      A Seligman dobbiamo molto…… anche se purtroppo molti psicologi oggi lo hanno dimenticato……

    2. L’ARTE DI DIVENTARE CIO’ CHE SI E’

      C’è una bugia sottile che ci raccontano fin da piccoli, una favola apparentemente innocente che però rischia di anestetizzare le nostre vite. Ci dicono che il talento sia come un biglietto della lotteria d’oro: o nasci con quel biglietto in tasca (sei il nuovo Mozart, il nuovo Maradona, il genio della matematica) oppure sei destinato a una vita grigia, ordinaria, passata a guardare gli altri brillare. Cresciamo così, con una strana ansia addosso, lo sguardo fisso all’esterno, sperando di imbatterci prima o poi nel “nostro talento”, come se fosse un portafoglio smarrito sul marciapiede o un tesoro nascosto chissà dove nel mondo. Ma la verità psicologica è molto diversa, ed è racchiusa in una frase straordinaria del saggista e psicoanalista James Hillman:

      “Il talento non è un oggetto da trovare fuori, ma il coraggio di dare spazio a ciò che insiste per uscire da dentro”

      Se ti sei mai sentito “senza talento”, sbagliato o fuori posto, ferma tutto. Questa frase non è un semplice slogan motivazionale; è la mappa per ritrovare te stesso. L’errore di cercare fuori: il mito del “prodotto perfetto”. Perché cerchiamo il talento all’esterno? Perché la società ci ha abituati a confondere il talento con il successo commerciale o con una performance da applausi. Pensiamo che avere talento significhi saper suonare il pianoforte divinamente, dipingere quadri da museo o fatturare milioni con una startup. Quelli sono i risultati visibili, ma non sono il talento. Quando cerchi il tuo valore fuori, ti paragoni inevitabilmente agli altri. E il paragone è il più grande ladro di gioia e di autostima che esista. Ti guardi intorno, vedi persone che sembrano avere tutto sotto controllo, e pensi: “Io non ho niente di speciale”. Ma stai commettendo un errore di calcolo. Stai cercando un oggetto finito, un prodotto da esibire, dimenticando che il talento, all’inizio, non sembra mai un capolavoro. Sembra piuttosto un fastidio. Un’insistenza. Cos’è quella cosa che “insiste” dentro di te?

      Il tuo talento non si manifesterà quasi mai come una voce angelica che ti dice cosa fare. Si manifesta come un’inquietudine. È quella cosa che attira la tua attenzione quando cammini per strada; è l’argomento di cui parleresti per ore senza stancarti; è quel modo tutto tuo – e solo tuo – di accorgerti dei dettagli che gli altri ignorano. Magari il tuo talento è una straordinaria capacità di ascoltare e far sentire le persone al sicuro. Magari è il modo in cui riesci a mettere ordine nel caos, che sia una stanza o un foglio di calcolo. Magari è quell’ironia tagliente che riesce a strappare un sorriso anche nei momenti più bui. O forse è una curiosità viscerale per come funzionano le cose, per le storie delle persone, per i meccanismi della natura. Il talento è energia pura che bussa alla porta della tua mente. È ciò che ti fa sentire vivo e connesso mentre lo fai. Se c’è qualcosa che continui a desiderare di fare, di studiare, di approfondire – nonostante i tuoi dubbi, nonostante il tempo che manca, nonostante la paura – allora congratulazioni: hai trovato ciò che insiste.

      La vera sfida non è l’abilità, è il coraggio

      Perché serve coraggio? Perché dare spazio a ciò che abbiamo dentro significa esporsi. Significa dire al mondo (e a noi stessi): “Questo sono io, questo è ciò che amo, e anche se non sono perfetto, mi concedo il permesso di provarci”.

      Spesso soffochiamo quello che insiste dentro di noi per paura del giudizio altrui. Temiamo di sembrare ridicoli, di fallire, di sentirci dire: “Ma chi ti credi di essere?”. E così, preferiamo rimanere protetti nella nostra fortezza di insoddisfazione, continuando a raccontarci la scusa che “non abbiamo talento”. È una scelta comoda, ma è una scelta che spegne la luce nei nostri occhi. Liberare il proprio potenziale non significa stravolgere la propria vita dall’oggi al domani o licenziarsi per inseguire un sogno folle. Significa iniziare a fare spazio, anche solo per dieci minuti al giorno, a quella parte di te che reclama attenzione. Significa smettere di chiedere il permesso agli altri per essere chi sei.

      Il mondo ha bisogno della tua luce

      Non commettere il reato di privare il mondo della tua unicità. Non esiste un’altra persona sulla Terra che abbia la tua esatta combinazione di esperienze, ferite, passioni e sguardi sulle cose. Quello che tu puoi dare, nel tuo modo unico, non può darlo nessun altro. La prossima volta che ti senti inadeguato, non guardare fuori. Non cercare conferme nei “mi piace” sui social, nei complimenti degli altri o nei traguardi di chi ti sta accanto. Chiudi gli occhi, respira e ascolta. C’è qualcosa, là dentro, che sta spingendo contro le sbarre della tua paura. Smetti di cercare il tesoro altrove. Il tesoro sei tu, devi solo avere il coraggio di aprire la porta e lasciarti uscire.

    3. SBALZI DI UMORE, AUTOSTIMA E RESILIENZA: COSA DICE LA PSICOLOGIA

      La psicologia identifica diversi fattori che possono scatenare queste “montagne russe emotive”: i fattori Biologici e Ormonali, lo stress e il burnout, lo stile di vita e l’evoluzione psicologica

      I primi sono determinati da fluttuazioni di neurotrasmettitori come la serotonina e la dopamina, o cambiamenti ormonali (ciclo mestruale, gravidanza, menopausa, problemi alla tiroide) mentre i secondi accadono quando il carico cognitivo ed emotivo supera la nostra capacità di gestione e la “soglia di tolleranza” si abbassa rendendoci reattivi a ogni stimolo.

      Anche lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale: è ampiamente dimostrato come la privazione del sonno sia una delle cause primarie di instabilità emotiva (cosi come anche l’abuso di caffeina o zuccheri che possono creare picchi e crolli d’umore).

      Nelle fasi di transizione poi della nostra vita (adolescenza, crisi di mezza età), gli sbalzi sono spesso il risultato di una rinegoziazione dell’identità.

      Anche se ovviamente è da considerarsi normale sentirsi “su e giù” ogni tanto la psicologia clinica presta attenzione quando queste variazioni diventano invalidanti.

      Sbalzi d’umore estremi possono essere sintomi di quadri più complessi come il Disturbo Bipolare, il Disturbo Borderline di Personalità o la Ciclotimia. In questi casi, la diagnosi deve essere fatta esclusivamente da un professionista (spesso un psichiatra).

      La psicologia suggerisce un consulto se senti di aver perso il controllo, se i tuoi rapporti interpersonali ne soffrono o se sperimenti pensieri di autosvalutazione profonda durante i momenti di “down”. Un percorso terapeutico può aiutare a identificare i trigger (gli inneschi) e a costruire una resilienza emotiva più solida. Quando l’umore cambia “senza motivo”, le evidenze scientifiche ci dicono che in realtà un motivo esiste, ma si trova sotto la soglia della tua consapevolezza cosciente.

      Immagina la tua mente come una vasca da bagno. Ogni piccolo stress quotidiano, anche minimo (una mail letta di sfuggita, un rumore fastidioso, una preoccupazione per il futuro), è una goccia. La vasca si riempie in silenzio e all’improvviso l’ultima goccia — invisibile — fa traboccare tutto. Ti ritrovi giù di morale o irritabile e pensi: “Ma se non è successo niente!”. In realtà, è il peso accumulato di tutto ciò che hai ignorato durante la giornata o la settimana.

      A volte invece il “motivo” non è psicologico, ma puramente fisiologico. Il cervello reagisce a segnali del corpo che noi non interpretiamo subito come fisici (come micro-variazioni di glucosio, stanchezza neurocognitiva e alterazione dei ritmi circadiani).

      Il nostro cervello è una macchina che crea collegamenti: un odore, un tono di voce alla radio, o persino una particolare luce pomeridiana possono attivare un ricordo emotivo archiviato. Per esempio se una luce ci ricorda una domenica malinconica dell’infanzia questa può innescare un senso di vuoto, anche se oggi la tua vita va bene. Non riconosci il collegamento, vedi solo l’effetto: lo sbalzo d’umore.

      Tuttavia oggi sappiamo che attraverso diverse tecniche di neuropsicologia del benessere o di psicoterapia cognitivo -comportamentale è possibile intervenire per riequilibrare rapidamente l’umore per ritrovare serenità ed equilibrio.

    4. Cosa è la Emotionally Focused Therapy

      L’EFT (acronimo di Emotionally Focused Therapy o Emotion-Focused Therapy) viene spesso classificata come una “terapia di esposizione somatica“. Sebbene i suoi sostenitori citino i meridiani della medicina cinese, la psicologia clinica tende a spiegare la sua efficacia attraverso altri processi che vanno dal disingaggio dell’amigdala alla riduzione del cortisolo e alla ristrutturazione cognitiva.

      Il disingaggio dell’amigdala, la riduzione del cortisolo e la ristrutturazione cognitiva come elementi portanti dell’Emotion-Focused Therapy per ansia e depressione

      Il Disingaggio dell’amigdala consiste nel “picchiettamento (tapping) di alcune zone specifiche del corpo. Tramite questa azione il corpo invierebbe segnali de-attivanti ai centri di sopravvivenza del cervello mentre il paziente richiama l’evento stressante, facilitando una sorta di contro-condizionamento. Alcuni studi (es. Bach et al., 2019) hanno mostrato riduzioni significative dei livelli di cortisolo salivare superiori rispetto alla semplice terapia verbale o al riposo.

      La ristrutturazione cognitiva invece si concretizza in una fase di “accettazione” e nel “richiamo del problema” che agendo come una forma di esposizione graduata unita a un reframing cognitivo favorirebbe una diversa interpretazione degli eventi stressanti

      L’EFT ha fatto passi avanti significativi verso il riconoscimento come pratica basata sull’evidenza, in particolare per il Disturbo da Stress Post-Traumatico, area nella quale ha dimostrato prove più solide. Diverse meta-analisi indicano che l’EFT ha un’efficacia paragonabile all’EMDR o alla CBT focalizzata sul trauma.

      Anche sull’ansia, sulla depressione e su fobie specifiche questa tecnica sembrerebbe possedere una efficace e rapida riduzione dei sintomi nel breve e nel medio termine.

      Esiste tutta via un punto critico: la controversia scientifica principale riguarda i “punti di tapping”. Molti ricercatori sostengono che l’efficacia derivi dall’esposizione e dagli elementi cognitivi, e che il picchiettamento agisca più come distrazione o placebo somatico. Tuttavia, alcuni studi di “smantellamento” suggeriscono che il tapping attivo porti risultati superiori rispetto al picchiettamento di punti casuali o alla sola esposizione.

      Per uno psicologo, l’EFT può essere vista come uno strumento di self-help o una tecnica di stabilizzazione emotiva da integrare in un percorso terapeutico più ampio che spazia dalla gestione del transfert/controtransfert (può essere usata dal terapeuta stesso per scaricare la tensione post-seduta) all’aumento dell’autonomia del paziente (in quanto fornisce al paziente uno strumento concreto da usare nei momenti di crisi tra una seduta e l’altra favorendo in questo modo l’empowerment).

      L’Emotionally Focused Therapy (o Emotion-Focused Therapy) èspesso più rapida di altre tecniche nel ridurre l’attivazione fisiologica acuta (arousal)

      Sebbene venga talvolta presentata come soluzione a tutto, rimane una tecnica complementare. Non sostituisce la profondità del lavoro sulla relazione terapeutica o sull’analisi del profondo.

    5. PSICOSOMATICA DELL’APPARATO GASTROINTESTINALE

      Quando stomaco e intestino non si comportano bene

      Il legame tra psiche e intestino non è solo una suggestione romantica o un modo di dire (“avere fegato”, “sentire le farfalle nello stomaco”): è una realtà biologica solidissima.

      In psicosomatica, l’intestino è considerato il nostro “secondo cervello”. Esiste infatti un asse bidirezionale (asse intestino-cervello) che collega il sistema nervoso centrale con il sistema nervoso enterico attraverso il nervo vago e segnali biochimici.

      Ma quali sono le emozioni “che parlano” attraverso la pancia?

      L’intestino ha il compito di assimilare ciò che ci nutre e lasciare andare ciò che è tossico o superfluo. In chiave psicosomatica, i problemi intestinali spesso riflettono difficoltà nel gestire questi processi emotivi. Per esempio le difficoltà a“digerire” un evento, come un torto subito, una notizia improvvisa o una situazione lavorativa pesante Oppure trattenere il controllo o la paura e la insicurezza.

      Sotto il primo aspetto chi soffre di stipsi spesso ha difficoltà a lasciar andare il passato, le emozioni o il controllo sulla propria vita, mentre sotto il secondo si possono presentare disturbi come la colite o la diarrea che possono rappresentare il desiderio inconscio di “espellere” rapidamente una situazione che ci spaventa o che non ci sentiamo in grado di gestire.

      La ricerca scientifica ha confermato che stress, ansia e depressione possono alterare la motilità intestinale e la sensibilità viscerale, ma non è “tutto nella tua testa”. La connessione è chimica poiché la serotonina (l’ormone del buon umore) è prodotta per circa il 95% è prodotta nell’intestino. Se l’intestino è in fiamme, anche l’umore ne risente, e viceversa. Ma anche il microbiota intestinale gioca un ruolo di primo piano. Lo stress altera la flora batterica intestinale e un microbiota alterato (disbiosi) invia segnali di allarme al cervello, creando un circolo vizioso di ansia e malessere fisico.

      La psicosomatica non esclude però la medicina tradizionale. È fondamentale indagare prima le cause organiche (intolleranze, infiammazioni, patologie) con un medico, per poi integrare il percorso con un lavoro sull’ascolto delle proprie emozioni. Spesso, quando l’intestino “urla”, ci sta chiedendo di rallentare o di prestare attenzione a qualcosa che stiamo ignorando a livello conscio. Anche in questi casi la psicosomatica si può utilmente alleare con la fitoterapia. Sotto quest’ultimo aspetto gli studi non mancano sulla Pistacia lentiscus (conosciuta anche come Mastice di Chios o Lentisco): https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7003480/).

    6. COSA E’ LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE E PERCHE’ FUNZIONA

      La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è attualmente uno dei modelli più diffusi e validati scientificamente a livello mondiale e si basa sull’idea che non sono gli eventi in sé a crearci sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo.

      La CBT lavora su un triangolo di influenze reciproche. Se cambi uno di questi elementi, influenzi inevitabilmente gli altri due

      A differenza di altri approcci che scavano profondamente nel passato o nell’inconscio, la CBT è orientata allo scopo e focalizzata sul presente. Le 3 fasi principali sulle quali si basa sono la psicoeducazione, la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione e modifica comportamentale. Il terapeuta ti spiega come funziona il tuo disturbo e come i tuoi pensieri influenzano il tuo malessere dopodichè si impara a identificare i “pensieri automatici negativi” (distorsioni cognitive) e a sostituirli con pensieri più realistici e funzionali. Infine si affrontano gradualmente le situazioni temute per rompere le abitudini dannose (come l’evitamento o i rituali compulsivi). In estrema sintesi la psicoterapia cognitivo-comportamentale è pratica, collaborativa e a breve termine, e comporta spesso l’assegnazione di compiti da svolgere tra le sedute. La CBT rappresenta oggi un approccio utile e pratico per aiutare a risolvere numerosi problemi

      È considerata il “gold standard” per il trattamento di molti disturbi, tra cui: Ansia e Attacchi di panico, depressione, disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), fobie e disturbi del sonno

    7. I DISTURBI GASTROINTESTINALI NELLA PSICOSOMATICA

      In psicosomatica, l’apparato gastrointestinale è considerato il “secondo cervello” (sistema nervoso enterico). Non è solo una metafora: l’intestino e il cervello comunicano costantemente attraverso l’asse intestino-cervello, rendendo il sistema digerente il palcoscenico principale dove vengono messe in scena le emozioni che non riusciamo a “digerire” a livello conscio.

      Esiste una connessione biochimica e neurologica bidirezionale. Lo stress attiva il sistema nervoso simpatico, che rallenta la digestione o ne altera la motilità, causando dolore e infiammazione.

      In psicosomatica, ogni segmento dell’apparato digerente corrisponde a una fase dell’elaborazione di un’esperienza poichè lo stomaco deve “accogliere” il cibo e “aggredirlo” con gli acidi per scomporlo. I disturbi che posso interessare lo stomaco sono molteplici e includono gastrite, iperacidità, nausea e vomito. Gastrite e Iperacidità rappresentano spesso una rabbia inespressa, un “bruciore” per un’ingiustizia subita o il senso di non riuscire a mandare giù un boccone amaro (un evento, una persona, una critica) mentre la nausea e il vomito esprimono il rifiuto netto di una situazione. “Non ne voglio sapere, lo espello”.

      Anche l’intestino rappresenta poi un mondo a parte: l’intestino tenue è il laboratorio dove avviene la separazione tra ciò che è utile e ciò che è scarto, e le difficoltà di assorbimento possono indicare una tendenza a essere troppo analitici o critici, perdendosi nei dettagli della vita senza riuscire a trarne nutrimento vitale. Il colon invece ha a che fare con “il trattenere e il lasciare andare”. mentre l’intestino crasso infine è legato alla capacità di abbandonare il passato. La stipsi (Stitichezza) è simbolicamente il trattenere e può indicare avarizia (non solo economica, ma emotiva), paura di perdere il controllo o difficoltà a separarsi da vecchi schemi mentali e ricordi. La colite e la diarrea rappresentano il bisogno di liberarsi in fretta di qualcosa di percepito come pericoloso o inaccettabile. Spesso legata all’ansia da prestazione: “voglio che finisca presto”. La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) è forse il disturbo psicosomatico per eccellenza. Si manifesta spesso in persone molto responsabili e perfezioniste che tendono a controllare eccessivamente le proprie emozioni e che vivono un conflitto tra il desiderio di compiacere gli altri e il bisogno di ribellarsi. L’intestino “irritato” riflette un’irritabilità emotiva che non trova sfogo a parole o con le azioni.

      Come intervenire oltre il Sintomo

      Sebbene la dieta e i farmaci (come procinetici o antispastici) siano fondamentali per gestire il dolore acuto, l’approccio psicosomatico suggerisce di ascoltare il corpo (per esempio chiedersi “Cosa sta succedendo nella mia vita che non riesco a digerire?” proprio quando compare il dolore), gestire lo stress (attraverso tecniche di rilassamento, mindfulness o training autogeno aiutano a de-tendere la muscolatura liscia viscerale) e la psicoterapia (utile per identificare i “bocconi amari” che abbiamo inghiottito senza reagire).

      Quando il “secondo cervello” è in fiamme, l’obiettivo è disinnescare la risposta di allarme del sistema nervoso che tiene contratti i muscoli involontari dell’addome. Le tre tecniche efficaci per allentare la tensione psicosomatica sono: la respirazione Diaframmatica, il rilascio del boccone e l’automassaggio viscerale dolce. Vediamoli uno a uno.

      La respirazione diaframmatica è lo strumento più potente per stimolare il nervo vago (che è il freno naturale dello stress). Sdraiati o siediti comodamente si mette una mano sul petto e l’altra sulla pancia (sopra l’ombelico) e si esegue un semplice esercizio si ispira lentamente con il naso facendo gonfiare solo la pancia (la mano sul petto deve restare ferma) e si espira con la bocca socchiusa lasciando che la pancia si sgonfi dolcemente. Questo movimento esegue un massaggio meccanico sugli organi interni e segnala al cervello che il “pericolo” è passato, riducendo l’acidità e i crampi.

      Il rilascio del boccone è utile quando si avverte lo stomaco chiuso o “un nodo” dovuto a un evento specifico. Si chiudono gli occhi e si individuano il punto esatto della tensione (es. bocca dello stomaco). Si visualizza quella tensione come un oggetto fisico (un sasso, un nodo, una morsa) e mentre si espira, si immagina che quell’oggetto si sciolga o che lo si stia finalmente “sputando” o lasciando andare. Infine si accompagna il gesto con l’affermazione mentale: “Non ho bisogno di trattenere questo peso, posso lasciarlo scorrere”.

      Il terzo (l’automassaggio viscerale dolce) è indicato infine se senti l’intestino contratto (stipsi o colite), lo si può aiutare manualmente seguendo un percorso fisiologico usando un olio caldo (mandorle o lavanda) eseguendo dei piccoli cerchi in senso orario partendo in basso a destra (vicino all’anca), salendo verso le costole, attraversando l’addome e scendendo a sinistra. Il senso orario è fondamentale poichè segue il transito intestinale e aiuta a “sbloccare” il ristagno energetico e fisico.

      Un piccolo trucco per la quotidianità

      Spesso i disturbi psicosomatici peggiorano perché “mangiamo le nostre emozioni” prova a fare questo test: la prossima volta che sei a tavola e senti tensione, fermati un istante e chiediti: “Sto mangiando perché ho fame o sto cercando di soffocare un pensiero?”. Se è la seconda, fai tre respiri profondi prima di continuare.

      Il reflusso gastroesofageo, in psicosomatica, rappresenta uno dei segnali più chiari di un conflitto tra ciò che accogliamo e ciò che vorremmo respingere

      Se lo stomaco è il luogo della “digestione” degli eventi, l’esofago è il canale di passaggio: il reflusso è, letteralmente, un’inversione di marcia biologica.

      A differenza della gastrite (che è rabbia che brucia dentro), il reflusso indica qualcosa che è già stato “inghiottito” ma che il nostro sistema profondo rifiuta di elaborare. Esso rappresenta una situazione, una frase o una persona che abbiamo accettato per dovere o per educazione, ma che in realtà ci “disgusta” o ci risulta inaccettabile. L’acido che sale verso l’alto è il tentativo simbolico di riportare fuori ciò che non doveva entrare. Il reflusso colpisce spesso chi vive una discrepanza tra il proprio ruolo sociale/professionale e i propri desideri reali. Spesso si manifesta in chi deve “mandare giù” direttive, critiche o atteggiamenti di un superiore o di un partner dominante senza poter replicare. È la protesta silenziosa dove non potendo urlare o rispondere verbalmente (l’esofago è vicino alle corde vocali), l’organismo usa l’acido per “esprimersi”. Chi soffre di reflusso spesso ha difficoltà a porre dei confini. In psicosomatica, la valvola (il cardias) che non chiude bene simboleggia una difficoltà nel mettere un limite tra l’esterno e l’interno. “Sono così aperto e disponibile che lascio entrare tutto, anche ciò che mi fa male, e ora il mio corpo sta cercando di rimediare al mio eccesso di accondiscendenza”. Essendo vicino al cuore indica spesso un dolore affettivo “acido”, una delusione amorosa o familiare che non riusciamo a digerire. Il rigurgito acido in bocca indica che il conflitto è arrivato al limite della parola: sei quasi pronto a dire quello che pensi, ma l’emozione rimane bloccata a metà strada, irritando i tessuti.

      Cosa suggerisce la psicosomatica per guarire?

      Non accettare tutto passivamente. Chiediti: “Questa situazione mi appartiene davvero o la sto subendo?”. Esprimere “l’acidità” aiuta trovare un modo sano per far uscire la rabbia o il dissenso. Se non puoi parlare direttamente alla persona interessata, scrivi una lettera (anche senza spedirla) o fai attività fisica intensa.

      Se il reflusso peggiora quando mangi in uno stato di ansia occorre trasformare il pasto in un rito in cui “accogli” solo cose buone, isolandoti dalle preoccupazioni lavorative.

      In letteratura una resina, la mastica di chios (pistacia lentiscus) ha pubblicazioni solide per migliorare questi problemi.

    8. IL GINESTRINO NEL CONTROLLO DELLO STRESS

      Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).

      L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono alcune molecole (flavonoidi) come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive, i glicosidi cianogenetici (presenti in tracce minime che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici e che esercitano un’azione blandamente sedativa) e i tannini con le saponine (che contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti).

      Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:

      1) Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.

      2) Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).

        Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.

        Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico. Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).

        La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6. Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie di due tipi principali di neuroni:

        a) GABA-A (Recettori Ionotropici) che sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.

        b) GABA-B (Recettori Metabotropici) che agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.

        Il risultato finale è che la carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.

        Il ginestrino e il GABA possono aiutare la mente nel focus e nell’attenzione

        Il GABA non serve “solo” per la calma ma è fondamentale per l’equilibrio biologico poiché inibisce i circuiti della paura nell’amigdala, migliorando la qualità del sonno (durante la notte i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno), regolando il controllo motorio intervenendo sul tono muscolare (bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori) e aumentando il focus mentale in quanto “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), permette una concentrazione più pulita.

        Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA come le benzodiazepine che si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici), l’alcool (che mima l’azione del GABA causando rilassamento iniziale e perdita di coordinazione) e alcuni fitoterapici (come il Ginestrino i cui flavonoidi agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici). Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente. A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per la distonia Neurovegetativa (in quanto regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici) e l’insonnia da “Ruminazione” (poiché è particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna). Il ginestrino ha anche dimostrato una potenziale antidepressiva importante (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32178424/)