Blog

  • I DISTURBI GASTROINTESTINALI NELLA PSICOSOMATICA

    In psicosomatica, l’apparato gastrointestinale è considerato il “secondo cervello” (sistema nervoso enterico). Non è solo una metafora: l’intestino e il cervello comunicano costantemente attraverso l’asse intestino-cervello, rendendo il sistema digerente il palcoscenico principale dove vengono messe in scena le emozioni che non riusciamo a “digerire” a livello conscio.

    Esiste una connessione biochimica e neurologica bidirezionale. Lo stress attiva il sistema nervoso simpatico, che rallenta la digestione o ne altera la motilità, causando dolore e infiammazione.

    In psicosomatica, ogni segmento dell’apparato digerente corrisponde a una fase dell’elaborazione di un’esperienza poichè lo stomaco deve “accogliere” il cibo e “aggredirlo” con gli acidi per scomporlo. I disturbi che posso interessare lo stomaco sono molteplici e includono gastrite, iperacidità, nausea e vomito. Gastrite e Iperacidità rappresentano spesso una rabbia inespressa, un “bruciore” per un’ingiustizia subita o il senso di non riuscire a mandare giù un boccone amaro (un evento, una persona, una critica) mentre la nausea e il vomito esprimono il rifiuto netto di una situazione. “Non ne voglio sapere, lo espello”.

    Anche l’intestino rappresenta poi un mondo a parte: l’intestino tenue è il laboratorio dove avviene la separazione tra ciò che è utile e ciò che è scarto, e le difficoltà di assorbimento possono indicare una tendenza a essere troppo analitici o critici, perdendosi nei dettagli della vita senza riuscire a trarne nutrimento vitale. Il colon invece ha a che fare con “il trattenere e il lasciare andare”. mentre l’intestino crasso infine è legato alla capacità di abbandonare il passato. La stipsi (Stitichezza) è simbolicamente il trattenere e può indicare avarizia (non solo economica, ma emotiva), paura di perdere il controllo o difficoltà a separarsi da vecchi schemi mentali e ricordi. La colite e la diarrea rappresentano il bisogno di liberarsi in fretta di qualcosa di percepito come pericoloso o inaccettabile. Spesso legata all’ansia da prestazione: “voglio che finisca presto”. La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) è forse il disturbo psicosomatico per eccellenza. Si manifesta spesso in persone molto responsabili e perfezioniste che tendono a controllare eccessivamente le proprie emozioni e che vivono un conflitto tra il desiderio di compiacere gli altri e il bisogno di ribellarsi. L’intestino “irritato” riflette un’irritabilità emotiva che non trova sfogo a parole o con le azioni.

    Come intervenire oltre il Sintomo

    Sebbene la dieta e i farmaci (come procinetici o antispastici) siano fondamentali per gestire il dolore acuto, l’approccio psicosomatico suggerisce di ascoltare il corpo (per esempio chiedersi “Cosa sta succedendo nella mia vita che non riesco a digerire?” proprio quando compare il dolore), gestire lo stress (attraverso tecniche di rilassamento, mindfulness o training autogeno aiutano a de-tendere la muscolatura liscia viscerale) e la psicoterapia (utile per identificare i “bocconi amari” che abbiamo inghiottito senza reagire).

    Quando il “secondo cervello” è in fiamme, l’obiettivo è disinnescare la risposta di allarme del sistema nervoso che tiene contratti i muscoli involontari dell’addome. Le tre tecniche efficaci per allentare la tensione psicosomatica sono: la respirazione Diaframmatica, il rilascio del boccone e l’automassaggio viscerale dolce. Vediamoli uno a uno.

    La respirazione diaframmatica è lo strumento più potente per stimolare il nervo vago (che è il freno naturale dello stress). Sdraiati o siediti comodamente si mette una mano sul petto e l’altra sulla pancia (sopra l’ombelico) e si esegue un semplice esercizio si ispira lentamente con il naso facendo gonfiare solo la pancia (la mano sul petto deve restare ferma) e si espira con la bocca socchiusa lasciando che la pancia si sgonfi dolcemente. Questo movimento esegue un massaggio meccanico sugli organi interni e segnala al cervello che il “pericolo” è passato, riducendo l’acidità e i crampi.

    Il rilascio del boccone è utile quando si avverte lo stomaco chiuso o “un nodo” dovuto a un evento specifico. Si chiudono gli occhi e si individuano il punto esatto della tensione (es. bocca dello stomaco). Si visualizza quella tensione come un oggetto fisico (un sasso, un nodo, una morsa) e mentre si espira, si immagina che quell’oggetto si sciolga o che lo si stia finalmente “sputando” o lasciando andare. Infine si accompagna il gesto con l’affermazione mentale: “Non ho bisogno di trattenere questo peso, posso lasciarlo scorrere”.

    Il terzo (l’automassaggio viscerale dolce) è indicato infine se senti l’intestino contratto (stipsi o colite), lo si può aiutare manualmente seguendo un percorso fisiologico usando un olio caldo (mandorle o lavanda) eseguendo dei piccoli cerchi in senso orario partendo in basso a destra (vicino all’anca), salendo verso le costole, attraversando l’addome e scendendo a sinistra. Il senso orario è fondamentale poichè segue il transito intestinale e aiuta a “sbloccare” il ristagno energetico e fisico.

    Un piccolo trucco per la quotidianità

    Spesso i disturbi psicosomatici peggiorano perché “mangiamo le nostre emozioni” prova a fare questo test: la prossima volta che sei a tavola e senti tensione, fermati un istante e chiediti: “Sto mangiando perché ho fame o sto cercando di soffocare un pensiero?”. Se è la seconda, fai tre respiri profondi prima di continuare.

    Il reflusso gastroesofageo, in psicosomatica, rappresenta uno dei segnali più chiari di un conflitto tra ciò che accogliamo e ciò che vorremmo respingere

    Se lo stomaco è il luogo della “digestione” degli eventi, l’esofago è il canale di passaggio: il reflusso è, letteralmente, un’inversione di marcia biologica.

    A differenza della gastrite (che è rabbia che brucia dentro), il reflusso indica qualcosa che è già stato “inghiottito” ma che il nostro sistema profondo rifiuta di elaborare. Esso rappresenta una situazione, una frase o una persona che abbiamo accettato per dovere o per educazione, ma che in realtà ci “disgusta” o ci risulta inaccettabile. L’acido che sale verso l’alto è il tentativo simbolico di riportare fuori ciò che non doveva entrare. Il reflusso colpisce spesso chi vive una discrepanza tra il proprio ruolo sociale/professionale e i propri desideri reali. Spesso si manifesta in chi deve “mandare giù” direttive, critiche o atteggiamenti di un superiore o di un partner dominante senza poter replicare. È la protesta silenziosa dove non potendo urlare o rispondere verbalmente (l’esofago è vicino alle corde vocali), l’organismo usa l’acido per “esprimersi”. Chi soffre di reflusso spesso ha difficoltà a porre dei confini. In psicosomatica, la valvola (il cardias) che non chiude bene simboleggia una difficoltà nel mettere un limite tra l’esterno e l’interno. “Sono così aperto e disponibile che lascio entrare tutto, anche ciò che mi fa male, e ora il mio corpo sta cercando di rimediare al mio eccesso di accondiscendenza”. Essendo vicino al cuore indica spesso un dolore affettivo “acido”, una delusione amorosa o familiare che non riusciamo a digerire. Il rigurgito acido in bocca indica che il conflitto è arrivato al limite della parola: sei quasi pronto a dire quello che pensi, ma l’emozione rimane bloccata a metà strada, irritando i tessuti.

    Cosa suggerisce la psicosomatica per guarire?

    Non accettare tutto passivamente. Chiediti: “Questa situazione mi appartiene davvero o la sto subendo?”. Esprimere “l’acidità” aiuta trovare un modo sano per far uscire la rabbia o il dissenso. Se non puoi parlare direttamente alla persona interessata, scrivi una lettera (anche senza spedirla) o fai attività fisica intensa.

    Se il reflusso peggiora quando mangi in uno stato di ansia occorre trasformare il pasto in un rito in cui “accogli” solo cose buone, isolandoti dalle preoccupazioni lavorative.

    In letteratura una resina, la mastica di chios (pistacia lentiscus) ha pubblicazioni solide per migliorare questi problemi.

  • IL GINESTRINO NEL CONTROLLO DELLO STRESS

    Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).

    L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono alcune molecole (flavonoidi) come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive, i glicosidi cianogenetici (presenti in tracce minime che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici e che esercitano un’azione blandamente sedativa) e i tannini con le saponine (che contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti).

    Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:

    1) Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.

    2) Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).

      Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.

      Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico. Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).

      La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6. Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie di due tipi principali di neuroni:

      a) GABA-A (Recettori Ionotropici) che sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.

      b) GABA-B (Recettori Metabotropici) che agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.

      Il risultato finale è che la carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.

      Il ginestrino e il GABA possono aiutare la mente nel focus e nell’attenzione

      Il GABA non serve “solo” per la calma ma è fondamentale per l’equilibrio biologico poiché inibisce i circuiti della paura nell’amigdala, migliorando la qualità del sonno (durante la notte i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno), regolando il controllo motorio intervenendo sul tono muscolare (bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori) e aumentando il focus mentale in quanto “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), permette una concentrazione più pulita.

      Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA come le benzodiazepine che si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici), l’alcool (che mima l’azione del GABA causando rilassamento iniziale e perdita di coordinazione) e alcuni fitoterapici (come il Ginestrino i cui flavonoidi agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici). Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente. A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per la distonia Neurovegetativa (in quanto regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici) e l’insonnia da “Ruminazione” (poiché è particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna). Il ginestrino ha anche dimostrato una potenziale antidepressiva importante (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32178424/)

    1. LA RISPOSTA DI RILASSAMENTO

      La Risposta di Rilassamento (Relaxation Response) è un termine coniato negli anni ’70 dal Dr. Herbert Benson, professore alla Harvard Medical School.

      Si tratta dell’esatto opposto biologico della risposta “attacca o fuggi” (fight-or-flight): mentre lo stress attiva il sistema nervoso simpatico (aumentando battito e cortisolo), la risposta di rilassamento attiva il sistema nervoso parasimpatico, riportando il corpo in uno stato di equilibrio e riparazione.

      I 4 Pilastri della Tecnica

      Benson ha studiato diverse forme di meditazione e preghiera, estraendone gli elementi scientifici comuni per renderli accessibili a chiunque, senza connotazioni religiose. Per attivarla servono quattro elementi:

      Un ambiente tranquillo: Un luogo con minime distrazioni.

      Un supporto mentale: Una parola, un suono, una breve preghiera o il ritmo del respiro su cui focalizzarsi.

      Un’attitudine passiva: È l’elemento più importante. Se la mente vaga, non bisogna punirsi o sforzarsi, ma riportare dolcemente l’attenzione al supporto mentale.

      Una posizione comoda: Solitamente seduti, per evitare di addormentarsi (che è diverso dal rilassamento vigile).

        Cosa succede al corpo

        Quando attivi questa risposta, il tuo organismo subisce cambiamenti misurabili tra cui la riduzione del consumo di ossigeno (il metabolismo rallenta), il rallentamento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, la riduzione della pressione arteriosa (particolarmente efficace per gli ipertesi) e il cambiamento delle onde cerebrali (tramite un aumento delle onde alfa associate al rilassamento vigile).

        Dato che stavamo parlando di reflusso e psicosomatica, la tecnica di Benson è considerata una “medicina comportamentale” d’eccellenza per questi casi. Lo stress cronico mantiene lo stomaco in uno stato di contrattura e altera la produzione di acido. Praticare la Risposta di Rilassamento per 10-20 minuti due volte al giorno aiuta a “resettare” il sistema nervoso, permettendo al cardias (la valvola dell’esofago) di funzionare correttamente e riducendo l’acidità sistemica.

        Come praticarla ora (Esercizio rapido)

        Siediti comodamente e chiudi gli occhi e rilassa tutti i muscoli, dai piedi al viso. Respira con il naso e, ogni volta che espiri, ripeti mentalmente una parola neutra (Benson suggeriva il numero “Uno”, ma puoi usare “Pace” o “Calma”). e continua per 10 minuti. Quando i pensieri arrivano, sorridi e torna al tuo “Uno”.

          La “Risposta di Rilassamento” non è un singolo comando, ma un insieme di cambiamenti fisiologici coordinati. Quando il dottor Herbert Benson la isolò scientificamente, dimostrò che potevamo “istruire” il nostro corpo a disattivare la risposta allo stress in modo volontario.

          Mentre la risposta allo stress (“Attacca o Fuggi”) accelera tutto, la risposta di rilassamento è un freno biologico: il consumo di ossigeno cala drasticamente (più che durante il sonno profondo), indicando un riposo cellulare totale, il cuore rallenta e le pareti dei vasi sanguigni si distendono, abbassando la pressione arteriosa. Il respiro diventa più profondo e lento, migliorando lo scambio gassoso e la tensione muscolare involontaria (quella che causa il mal di schiena o i crampi allo stomaco) si scioglie.

          A differenza di un semplice riposo sul divano, la risposta di Benson modifica la chimica del sangue poichè riduce l’ormone dello stress che, se alto per troppo tempo, danneggia il sistema immunitario e la mucosa gastrica. e vengono rilasciati neurotrasmettitori che agiscono come antidolorifici naturali e stabilizzatori dell’umore. Tramite l’attivazione del nervo vago viene stimolato il principale nervo del sistema parasimpatico, che governa la digestione e la calma interiore.

          Non è solo una sensazione fisica; il cervello cambia “marcia”: l’attività cerebrale passa dalle onde frenetiche della veglia vigile (Beta) a onde più lente (Alfa), tipiche della creatività e del rilassamento profondo e migliora la capacità di concentrazione riducendosi la “rumore di fondo” dei pensieri ansiosi (quello che in psicosomatica chiamiamo rimuginio).

          Se stai praticando correttamente la tecnica di Benson (o la respirazione diaframmatica), avvertirai dei segnali precisi: le mani e i piedi diventano caldi (perché il sangue torna a circolare verso la periferia invece di restare bloccato nei muscoli vitali) e la bocca torna umida (lo stress la rende secca). Potresti sentire dei “gorgoglii” addominali: se così fosse dovresti interpretare tutto questo come un ottimo segno: significa che il sistema digerente si sta riattivando e rilassando.

          1. PSICHE E TIROIDE

            Oggi vorrei condividere con voi alcuni importanti riflessioni in merito ad una ghiandola nota ma spesso trascurata: la tiroide.

            La tiroide è spesso definita l’orologio biologico del nostro corpo. In ambito psicosomatico, questa ghiandola non si limita a regolare il metabolismo, ma riflette il nostro rapporto con il tempo, l’urgenza e la realizzazione personale.

            Dal punto di vista della medicina psicosomatica, la tiroide funge da ponte tra il cervello (pensiero) e il resto del corpo (azione).

            In psicosomatica, la tiroide è legata alla capacità di “esprimere la propria voce” e di dare ritmo alla propria vita. Le problematiche insorgono spesso quando c’è un conflitto tra il ritmo interno della persona e le richieste del mondo esterno. Le più comuni forme di alterazione tiroidea inclusono l’ipertiroidismo e l’ipotiroidismo.

            Ipertiroidismo: “La corsa contro il tempo”

            Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di iper-efficienza e accelerazione costante. Il conflitto spesso nasce dal bisogno inconscio di fare tutto velocemente per sopravvivere a una minaccia o per ottenere approvazione, mentre il profilo psicologico riporta a persone che si sentono indispensabili, che non sanno delegare e che vivono con la sensazione che “il tempo non basti mai”. Anche il messaggio del corpo è coerente con questo quadro: “Devo correre più forte per essere all’altezza”.

            Ipotiroidismo: “Il freno a mano tirato”

            L’ipotiroidismo rappresenta un rallentamento generale delle funzioni vitali. In questo caso il conflitto può derivare da un senso di rassegnazione o dalla sensazione di essere schiacciati da responsabilità troppo grandi e il profilo psicologico  emerge in chi ha rinunciato a esprimere i propri desideri o si sente bloccato in una situazione che non può cambiare. Il rallentamento è una forma di “sciopero” o di protezione dal mondo esterno ed è collegato ad preciso messaggio del corpo: “Mi fermo, non voglio più subire questo ritmo”.

            In psicosomatica esiste poi anche un legame tra tiroide e Comunicazione. La posizione della tiroide, situata nella gola, è strategicamente importante. È la zona del quinto chakra (secondo le tradizioni orientali), il centro dell’espressione e della creatività. Molti disturbi tiroidei sono preceduti da anni di parole non dette, emozioni soffocate o pianti trattenuti. Se una persona sente di non poter realizzare i propri progetti o di non poter dire la propria verità, la zona della gola può accumulare una tensione che si riflette sulla ghiandola.

            Un approccio integrato potrebbe offrire migliori risultati nei problemi alla tiroide

            È fondamentale ricordare che la psicosomatica non sostituisce la medicina convenzionale. Se i valori di TSH, T3 e T4 sono alterati, la terapia farmacologica (come l’Eutirox o i farmaci antitiroidei) è essenziale. Tuttavia, affiancare un percorso psicologico può aiutare a rimodulare il ritmo imparando a gestire l’ansia da prestazione e il senso di urgenza, dare voce ai bisogni imparando a comunicare in modo assertivo senza “ingoiare il rospo” e ascoltare il corpo (comprendendo cosa sta cercando di dirci quel rallentamento o quell’accelerazione improvvisa).

            Va inoltre ricordato come la tiroide sia estremamente sensibile allo stress (cortisolo). Spesso, un trauma o un periodo di forte pressione emotiva agiscono da “trigger” per patologie autoimmuni come la Tiroidite di Hashimoto.

            In una visione integrata occorre però ricordare come alcuni studi importanti abbiano chiaramente mostrato enormi potenzialità nel trattamento di alcune diffuse patologie tiroidee di un estratto vegetale: la prunella vulgaris.

            La ricerca scientifica sulla Prunella vulgaris L. in relazione alla tiroide è molto attiva, specialmente negli ultimi anni (2020-2026), con un focus particolare sulla medicina integrata. La pianta è utilizzata da secoli nella medicina tradizionale cinese (nota come Xia Ku Cao), ma gli studi moderni stanno cercando di mappare i meccanismi molecolari esatti.

            L’estratto mostra importanti azioni protettive sia nel caso della tiroidite di hashimoto che nell’ipertiroidismo e morbo di graves.

            Nell’ambito della tiroidite il campo della ricerca è molto promettente. Studi pubblicati su Frontiers in Endocrinology e Heliyon (2020-2025) indicano che la Prunella agisce come immunomodulatore innato attraverso una riduzione anticorpi.  È stato infatti dimostrato che l’estratto di Prunella può ridurre significativamente i titoli di TPO-Ab (anti-perossidasi) e TG-Ab (anti-tireoglobulina) attraverso un meccanismo che agisce sulle cellule Th17 (linfociti T helper) e sopprime le citochine infiammatorie (come TNF-α e IL-6) tramite l’inibizione del segnale HMGB1/TLR9. In pratica, aiuta a “calmare” l’attacco immunitario contro la ghiandola. L’estratto inoltre garantisce una protezione cellulare (come confermato da studi del 2024 che suggeriscono come essa protegga i tireociti (le cellule della tiroide) dal danno ossidativo causato da un eccesso di iodio.

            Ipertiroidismo e Morbo di Graves

            Una meta-analisi sistematica pubblicata su Frontiers in Pharmacology (Febbraio 2025) ha analizzato l’uso della Prunella in combinazione con i farmaci antitiroidei (ATD). L’aggiunta di Prunella alla terapia standard ha mostrato una maggiore riduzione di T3 e T4 libero rispetto ai soli farmaci, riducendo anche il rischio di recidive. La ricerca (2024) indica che il componente attivo luteolina, presente nella pianta, riequilibra il rapporto tra cellule T-regolatorie e T-follicolari, riducendo lo stress ossidativo tipico del Graves.

            Anche nella tiroidite subacuta, la Prunella è studiata per ridurre la dipendenza dai corticosteroidi (prednisone) offrendo un risparmio di farmaci. Pubblicazioni sugli Annals of Translational Medicine hanno riportato che l’uso di Prunella permette di ridurre il dosaggio di cortisone mantenendo la stessa velocità di remissione del dolore e del gonfiore tiroideo, minimizzando così gli effetti collaterali del farmaco.

            Infine la prunella si è dimostrata utilissima nel supporto al trattamento ai noduli tiroide.

            Studi di meta-analisi (2021) su trial clinici randomizzati suggeriscono che la Prunella, usata come coadiuvante alla levotiroxina, può aiutare a ridurre il diametro dei noduli tiroidei e migliorare l’efficacia clinica complessiva del trattamento.

            Sebbene ci sia una “forte evidenza” (cit. ResearchGate 2025) per l’efficacia della Prunella vulgaris, la maggior parte degli autori concorda su come il fitoterapico sia più efficace come terapia adiuvante (associata ai farmaci) piuttosto che come cura unica e presenti un profilo di sicurezza elevato, con rari effetti collaterali (principalmente lievi rush cutanei o disturbi gastrici in soggetti sensibili). Le pubblicazioni su queste testate concordano sul fatto che la Prunella vulgaris è particolarmente efficace nel ridurre il titolo anticorpale (TPO-Ab e TG-Ab) e nel migliorare l’ecogenicità della ghiandola (segno di minore infiammazione). Per quanto ci riguarda però, da neuropsicologo del benessere è la lettura psicosomatico l’oggetto dei nostri studi.

            Fonte:

            1. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37631021/;

          2. L’ATTIVITA’ FISICA: NON PIU’ UNA GENERICA INDICAZIONE DI MASSIMA MA UNA VERA E PROPRIA PRESCRIZIONE

            Per ottenere benefici stabili a livello psicologico attraverso un approccio integrato (sedute psicologiche, alimentazione corretta e attività fisica ) è importante passare da indicazioni generiche a vere e proprie prescrizioni del movimento e dell’attività fisica.

            Occorre cioè un approfondimento focalizzato sulla prescrizione clinica (F.I.T.T.) e sulla comparazione biochimica tra le diverse modalità di esercizio, utilizzando il formalismo necessario per definire i carichi di lavoro.

            La trasformazione dell’attività fisica in “farmaco” richiede la definizione di un dosaggio preciso. Nella letteratura psichiatrica, il modello F.I.T.T. (Frequency, Intensity, Time, Type) viene declinato come segue per il trattamento dei disturbi dell’umore: 3-5 sessioni settimanali per dare continuità sono fondamentali per mantenere stabili i livelli di BDNF circolante. Inoltre è stato osservato come per l’effetto antidepressivo, l’intensità deve oscillare tra il 60% e l’80% della Frequenza Cardiaca Massima ($FC_{max}$), calcolabile approssimativamente come:

            $$FC_{max} \approx 220 – \text{età}$$.

            Anche il tempo e il tipo di attività sono molto importanti: sessioni di 30-45 minuti vanno bene mentre oltre i 60 minuti, in soggetti non allenati, l’eccessivo rilascio di cortisolo potrebbe antagonizzare i benefici neurotrofici. La scelta tra protocolli aerobici (AT), anaerobici di resistenza (RT) o combinati è poi da valutare caso per caso da professionisti adeguatamente preparati. L’attività fisica agisce come un catalizzatore per i trattamenti standard (SSRI/SNRI). La ricerca indica che l’esercizio fisico aumenta la permeabilità della barriera emato-encefalica e la sensibilità dei recettori post-sinaptici. In particolare, il rapporto tra volume di esercizio ($V$) e risposta terapeutica può essere modellato come una funzione a “U invertita”, dove il beneficio massimo si ottiene in un range di intensità moderata; carichi eccessivi (overtraining) possono indurre stati di neuroinfiammazione paradossa:

            $$B_{f} = \int_{t_0}^{t_n} (P_{syn} \cdot E_{i}) \, dt – C_{all}$$

            Dove:

            • $B_{f}$: Beneficio fisiologico totale.
            • $P_{syn}$: Plasticità sinaptica indotta.
            • $E_{i}$: Intensità dell’esercizio.
            • $C_{all}$: Carico allostatico (stress biologico).

            La conclusione clinica è che la prescrizione non deve essere statica: il clinico deve monitorare la aderenza terapeutica e la risposta soggettiva, variando il tipo di attività in base alla fase della patologia (es. aerobica in fase acuta ansiosa per lo “scarico” neurologico, resistenza in fase di recupero depressivo per la ricostruzione dell’identità corporea). Associare una adeguata attività fisica ad un supporto psicologico (laddove indicato) può aiutare a condurre una vita più lunga e salutare.

          3. Prescrizione dell’Esercizio Fisico come Adiuvante nel Trattamento dei Disturbi dello Spettro Ansioso-Depressivo: Analisi delle Evidenze Neuroscientifiche

            L’attuale panorama epidemiologico evidenzia un incremento della prevalenza delle patologie psichiatriche superiore al 30% nell’ultimo decennio, con picchi critici nelle coorti degli adolescenti, dei giovani adulti, della popolazione geriatrica e nel genere femminile. In questo contesto, la Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf) propone un cambio di paradigma: la transizione dell’attività fisica da “consiglio comportamentale generico” a prescrizione clinica strutturata.

            Tale approccio non si limita al benessere generale, ma si configura come un protocollo terapeutico mirato, volto a mitigare la vulnerabilità biologica e psicosociale associata alla sedentarietà.

            L’efficacia dell’esercizio fisico nel trattamento dei disturbi dell’umore risiede nella sua capacità di modulare la neurochimica cerebrale e la plasticità neuronale. I principali sistemi coinvolti sono i sistemi Monoaminergici (l’attività motoria induce una regolazione dei circuiti dopaminergici coinvolti nella ricompensa e nella motivazione) e serotoninergici (fondamentali per la regolazione dell’umore e dell’ansia). L’esercizio fisico stimola la sintesi del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), facilitando la sinaptogenesi e contrastando l’atrofia ippocampale spesso osservata nella depressione maggiore. Infine può essere estremamente utile per il riequilibrio dell’asse HPA (Ipotalamo-Ipofisi-Surrene): l’attività fisica regolare ottimizza la risposta allo stress, riducendo i livelli basali di cortisolo e migliorando la resilienza neurologica.

            Ma cosa è il BDNF?

            Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor o Fattore Neurotrofico Derivato dal Cervello) è una proteina appartenente alla famiglia delle neurotrofine che agisce come un vero e proprio “fertilizzante” per il sistema nervoso centrale e periferico.

            Nella gerarchia biochimica del cervello, il BDNF è una delle molecole più importanti per la sopravvivenza dei neuroni esistenti e la crescita di nuovi neuroni.

            Il BDNF svolge tre ruoli critici che spiegano perché l’attività fisica sia così efficace contro ansia e depressione. Contrariamente a quanto si credeva in passato, il cervello adulto può produrre nuovi neuroni, specialmente nell’ippocampo (la sede della memoria e della regolazione emotiva). Il BDNF è il principale mediatore di questo processo. Il BDNF facilita il potenziamento a lungo termine (LTP – Long-Term Potentiation), il meccanismo attraverso il quale le connessioni tra i neuroni (sinapsi) si rafforzano. In termini semplici: aiuta il cervello a imparare, adattarsi e “ricablarsi” per superare schemi di pensiero negativi. Esso protegge i neuroni dallo stress ossidativo e dalla morte cellulare programmata (apoptosi) e quando in condizioni di forte stress cronico o depressione i livelli di BDNF crollano portando a una sorta di “atrofia” cerebrale; l’esercizio fisico inverte questo processo.

            Quando i muscoli si contraggono durante lo sport, rilasciano nel sangue una proteina chiamata irisina. Questa proteina è in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e stimolare l’espressione del gene del BDNF nel cervello. L’attivazione del recettore specifico del BDNF, chiamato TrkB (Tropomyosin receptor kinase B), innesca una cascata di segnali intracellulari che portano ad un aumento della densità dendritica (poichè i neuroni diventano più “ramificati”) e ad una migliore comunicazione chimica (in quanto le sinapsi diventano più efficienti nello scambio di neurotrasmettitori come serotonina e dopamina). Molti farmaci antidepressivi (come gli SSRI) impiegano settimane per funzionare proprio perché il loro obiettivo finale non è solo aumentare la serotonina, ma stimolare indirettamente la produzione di BDNF. L’esercizio fisico agisce sulla stessa via biochimica, ma spesso in modo più rapido e naturale, motivo per cui viene definito un “potenziatore neurotrofico”. Uno studio condotto dall’Università del Sichuan, pubblicato sul Journal of Affective Disorders, identifica l’adolescenza come una finestra di suscettibilità critica. La metanalisi evidenzia che soggetti fisicamente attivi presentano una riduzione del rischio di Disturbo Depressivo Maggiore (MDD) compresa tra il 15% e il 22%. È stata inoltre identificata una soglia minima di efficacia pari a 20 minuti di attività moderata con frequenza trisettimanale. Una revisione sistematica su circa 70.000 soggetti pubblicata su Psychiatry Research conferma che l’esercizio strutturato produce miglioramenti clinicamente rilevanti nel 40% dei pazienti affetti da disturbi d’ansia.

            L’efficacia è stata riscontrata sia in protocolli aerobici che di resistenza, agendo sul miglioramento dell’architettura del sonno e dei ritmi circadiani, la riduzione della tensione neuromuscolare e dello stress reattivo e il potenziamento delle funzioni esecutive e dei processi decisionali.

            Oltre alla componente metabolica, l’esercizio fisico — specialmente se praticato in contesti collettivi — contrasta l’isolamento sociale, fattore di rischio primario per la salute mentale. È interessante notare come la letteratura recente estenda il beneficio anche alla fruizione passiva di eventi sportivi. Tale fenomeno sarebbe mediato dall’attivazione del sistema dei neuroni specchio, promuovendo un senso di appartenenza e riducendo il carico allostatico derivante dalla solitudine.

            Va pertanto ribadita con forza la necessità di integrare l’esercizio fisico nei protocolli di neuropsicofarmacologia clinica. La prescrizione medica dello sport deve includere parametri precisi (F.I.T.T.: Frequenza, Intensità, Tempo, Tipo) per massimizzare l’effetto di potenziamento sinergico con i trattamenti farmacologici e psicoterapeutici tradizionali.

          4. PICCOLI CAMBIMENTI QUOTIDIANI PER GRANDI RISULTATI

            PICCOLI CAMBIMENTI QUOTIDIANI PER GRANDI RISULTATI

            Oggi proponiamo una riflessione sulla validità dei piccoli cambiamenti incrementali rispetto ai grandi obiettivi radicali. Per elevare questo concetto a un livello scientificamente approfondito, dobbiamo analizzare i meccanismi della neuroplasticità, della psicologia comportamentale e della biochimica neuronale.

            Piccole abitudini possono cambiare la nostra neurobiologia

            Per decenni, l’approccio psicologico al miglioramento personale è stato dominato dal concetto di “cambiamento radicale”. Tuttavia, l’evidenza empirica e le moderne neuroscienze suggeriscono che la chiave per una trasformazione duratura risieda nell’implementazione di micro-abitudini (o atomic habits), ovvero cambiamenti comportamentali di portata minima ma ad alta frequenza.

            Ogni volta che adottiamo un nuovo comportamento, il nostro cervello avvia un processo di neuroplasticità. Se l’obiettivo è troppo ambizioso, il sistema limbico — in particolare l’amigdala — può interpretare il cambiamento come una minaccia o uno stressor, attivando una risposta di resistenza che porta alla frustrazione e all’abbandono. Al contrario, le micro-abitudini (come eseguire cinque flessioni o praticare tre minuti di mindfulness) operano “sotto il radar” del sistema di allerta cerebrale. Ripetendo costantemente queste azioni, si rinforzano i percorsi sinaptici attraverso la mielinizzazione, rendendo il comportamento progressivamente automatico e meno dispendioso dal punto di vista cognitivo.

            La Teoria del “Habit Stacking” e i Trigger Ambientali

            La letteratura scientifica, resa popolare da autori come James Clear e BJ Fogg, sottolinea l’importanza del condizionamento operante. Un’abitudine non nasce nel vuoto, ma risponde a un ciclo specifico:

            Segnale (Cue): Un trigger ambientale (es. il risveglio).

            Desiderio (Craving): L’anticipazione di una ricompensa.

            Risposta (Response): L’azione minima (bere un bicchiere d’acqua).

            Ricompensa (Reward): Il rilascio di dopamina.

              Per strutturare un piano di Habit Stacking (stratificazione delle abitudini) che sia scientificamente efficace, dobbiamo sincronizzare le tue azioni con i ritmi circadiani e la disponibilità di risorse cognitive (carico glicidico e riserve di dopamina).

              Ma come operare concretamente? Il segreto non è creare nuovo tempo, ma utilizzare abitudini già consolidate come “ancore” bio-comportamentali. Un’ancora deve essere un’azione che compi ogni giorno senza sforzo volitivo come per esempio fare il caffè, lavarsi i denti, chiudere la porta di casa, spegnere il computer. Una volta fatto questo è opportuno sincronizzare i ritmi circadiani.

              La biologia suggerisce come non tutti i momenti della giornata siano uguali per inserire nuove abitudini ma occorra procedere a fasi definite:

              Fase 1 (0-8 ore dal risveglio): Alti livelli di cortisolo e dopamina. È il momento ideale per le micro-abitudini che richiedono un minimo di sforzo o disciplina (es. attività fisica, studio breve).

              Fase 2 (9-15 ore dal risveglio): Il cortisolo cala, la serotonina aumenta. Ideale per abitudini di riflessione, gratitudine o ordine (es. meditazione, journaling).

              Fase 3 (Pre-sonno): Focus sul rilassamento e l’abbassamento della temperatura corporea.

              Rispettando questa suddivisione di fasi possiamo ottenere grandi benefici senza stravolgere la nostra vita.

              Esistono poi delle strategie di ottimizzazione utili per facilitare ulteriormente l’acquisizione delle nuove abitudini (come per esempio la “regola dei 2 Minuti”, il “visual cuenig” e il “point and call”).

              La prima, detta “la regola dei due minuti” consiste nell’introdurre un’abitudine così breve da non poter essere rifiutata dal cervello (non “leggere un libro”, ma “leggere una pagina”).

              La seconda (il Visual Cueing) è finalizzata a rendere visibile il segnale. Un esempio pratico potrebbe essere dato dal mettere un bicchiere vuoto in un luogo visibile per ricordarci di bere più liquidi

              Una terza strategia potrebbe essere rappresentata dal “Point and Call”, ossia pronunciare ad alta voce l’azione appena compiuta (“Ho bevuto l’acqua”). Dalla psicologia comportamentale sappiamo come questo aumenti la consapevolezza neuronale del successo, rilasciando una piccola dose di dopamina che fissa il loop.

              Il passaggio da un’azione volontaria (che richiede sforzo ed energia metabolica) a un automatismo avviene nei gangli della base. Quando sommiamo piccoli cambiamenti quotidiani, non stiamo semplicemente “facendo qualcosa di buono”, ma stiamo letteralmente ricablando la nostra architettura neurale.

              La somma di questi vettori comportamentali minimi produce, nel lungo periodo, una deviazione significativa della traiettoria del benessere individuale, minimizzando il rischio di burnout decisionale.

              Piccoli cambiamenti appunto per grandi risultati!

            1. INTESTINO E PSICHE: CHI CONDIZIONA CHI?

              Le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD) rappresentano patologie complesse, multifattoriali, caratterizzate da una disregolazione cronica della risposta immunitaria, influenzata da predisposizione genetica, fattori ambientali e, in modo significativo, dal microbiota intestinale. Un’attenzione crescente è stata posta sull’interazione bidirezionale tra il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso enterico (SNE), definita asse intestino-cervello (Gracie et al., 2018), che modula la risposta infiammatoria e la manifestazione clinica delle IBD. Questo studio si è prefissato l’obiettivo di investigare l’associazione tra la composizione del microbiota intestinale, la presenza di disbiosi e l’entità dei sintomi depressivi, ansiosi, i livelli di stress percepito, la qualità di vita e i sintomi gastrointestinali in pazienti affetti da IBD.

              Un numero sempre maggiore di studi sembra associare psiche e intestino

              È stato condotto uno studio longitudinale su un campione di 50 pazienti adulti affetti da IBD, reclutati presso l’Ambulatorio di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Ospedale “S.S. Annunziata” di Chieti. Sono stati inclusi esclusivamente pazienti in fase di quiescenza (attività di malattia clinicamente e biochimicamente in remissione).È stata effettuata la raccolta di campioni fecali per l’analisi e la caratterizzazione molecolare del microbiota intestinale e la valutazione dello stato di disbiosi. Contemporaneamente, sono stati somministrati i seguenti strumenti psicometrici standardizzati per la valutazione dei construct psicologici e clinici:

              Sintomi Gastrointestinali: Gastrointestinal Symptom Rating Scale (GSRS)

              Qualità della Vita correlata alla salute (HRQoL): Inflammatory Bowel Disease Questionnaire (IBDQ)

              Stress Percepito: Perceived Stress Scale (PSS)

              Sintomi di Depressione e Ansia: Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS)

              L’analisi del campione ha rivelato che il 55,75% dei soggetti presentava disbiosi intestinale (alterazione dell’equilibrio microbico) e il 44,25% manifestava una generica alterazione della composizione del microbiota.

              Le analisi di correlazione hanno evidenziato associazioni statisticamente significative tra:

              Elevati livelli di Actinobacteria con una maggiore sintomatologia gastrointestinale (GSRS) ed elevati livelli di Actinobacteria con una scarsa Qualità di Vita (punteggi IBDQ inferiori). Ma è stato anche osservato l’aumento della disbiosi intestinale e un incremento dello stress percepito (PSS) e dei sintomi correlati all’ansia (HADS-A).

              L’analisi di regressione ha dimostrato che lo stress percepito e la sintomatologia ansiosa risultavano essere predittori significativi dello stato di disbiosi intestinale. Specifici taxa batterici, correlati alla Qualità di Vita, mostravano anche una significativa inter-predittività.

              I risultati ottenuti indicano che le alterazioni nella composizione del microbiota intestinale e la presenza di disbiosi non erano primariamente influenzate dall’attività della malattia (essendo il campione in fase di remissione), ma mostravano una forte associazione con la sintomatologia psicologica (ansia e stress percepito).

              Queste evidenze supportano la rilevanza clinica dell’asse intestino-cervello nelle IBD in fase di quiescenza. La consapevolezza di questa interconnessione psiconeuroendocrinoimmunologica apre la strada a nuove strategie terapeutiche multimodali che integrino l’approccio gastroenterologico con interventi mirati alla salute mentale (es. gestione dello stress, psicoterapia) e alla modulazione del microbiota, per ottimizzare il benessere complessivo del paziente.

              Le alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi) non sono solo una conseguenza diretta dell’attività infiammatoria della malattia (IBD), ma sono strettamente e indipendentemente associate alla sintomatologia psicologica, in particolare ansia e stress percepito.

              Oltre a questo studio molti altri dati suggeriscono un’associazione causale o bidirezionale in cui la disbiosi e i cambiamenti specifici nella composizione batterica possono avere un impatto diretto sul benessere mentale. Lo stress percepito e i sintomi ansiosi sono stati identificati come predittori significativi dell’entità della disbiosi intestinale, evidenziando una forte influenza dello stato mentale sulla salute microbica. La comunicazione tra intestino e cervello avviene attraverso diversi canali:

              1)     I batteri intestinali producono e modulano i livelli di neurotrasmettitori (come il GABA e la serotonina, che influenzano l’umore e l’ansia) e di acidi grassi a catena corta (SCFA come butirrato), i quali agiscono come segnali che raggiungono il cervello.

              2)     La disbiosi può aumentare la permeabilità della barriera intestinale (“leaky gut”), portando a un aumento della traslocazione batterica o dei loro prodotti. Questo innesca un’infiammazione sistemica di basso grado, la quale è strettamente correlata all’eziologia della depressione e dell’ansia.

              3)     Il Nervo Vago fornisce una connessione diretta e rapida, consentendo ai segnali enterici di influenzare direttamente l’attività cerebrale.

              La comprensione di questa relazione bidirezionale è cruciale perché apre la strada a nuove strategie di intervento note come terapie psicobiotici attraverso un approccio Olistico.

              Si tratta di promuovere un benessere ottimale e in molti casi anche la guarigione considerando la salute intestinale (tramite dieta, probiotici/prebiotici, trapianto di microbiota fecale) insieme agli aspetti psicologici (terapie per stress e ansia) e trattando la salute fisica e mentale come un unico processo.

                   Fonte:

              1. Zito, L. (2025). Interazione tra il microbiota intestinale ei fattori psicologici in pazienti affetti da Inflammatory Bowel Disease in remissione; https://tesidottorato.depositolegale.it/handle/20.500.14242/190296

              2)   Burgio, E. B. E. Disturbi psicologici e malattie autoimmuni? La causa è nell’intestino;

              3)   MARASCO, M. L’asse microbiota-intestino-cervello: il ruolo di questa interazione nei disturbi psichiatrici, neurodegenerativi e del neurosviluppo. https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/29030

              4) MENCHINI, L. (2021). ASSE INTESTINO-CERVELLO: CAUSE ED EFFETTI DELLA DISBIOSI NELL’INSORGENZA DI MALATTIE NEURODEGENERATIVE, DISTURBI DELLA PSICHE E POSSIBILI INTERVENTI NUTRACEUTICI. https://etd.adm.unipi.it/t/etd-05052021-115424/

            2. LA SALUTOGENESI: UN CAMBIO DI PARADIGMA

              La Salutogenesi è un concetto teorico e un approccio scientifico alla salute sviluppato dal sociologo medico Aaron Antonovsky (1923-1994) che si distingue dalla tradizionale patogenesi perché non si concentra sulle cause della malattia (pathos), ma sulle origini e le risorse che generano e mantengono la salute (salus).

              Il modello salutogenico di Antonovsky si basa sull’idea che la salute non sia una condizione dicotomica (sano o malato), ma un continuum dinamico tra i poli del “benessere” (salute ottimale) e del “malessere” (malattia grave). Tutti gli individui si collocano in un punto lungo questo spettro e sono costantemente esposti a fattori di stress. Antonovsky vede l’essere umano in un flusso costante, dove la salute è un processo dinamico di adattamento e non uno stato fisso. La domanda centrale non è “Perché le persone si ammalano?”, ma “Perché le persone rimangono sane (o si muovono verso il polo della salute) nonostante l’esposizione costante allo stress?”.

              Il concetto cardine della Salutogenesi è il Senso di Coerenza (SOC), definito come un orientamento globale che esprime quanto un individuo ha un sentimento di fiducia per cui:

              Comprensibilità (Comprehensibility): Gli stimoli che provengono dall’ambiente interno ed esterno sono percepiti come strutturati, prevedibili e spiegabili. Gli eventi della vita sono compresi cognitivamente.

              Gestibilità (Manageability): L’individuo percepisce di avere risorse adeguate (le proprie o quelle disponibili esternamente) per far fronte alle richieste poste dagli stimoli. C’è la fiducia di poter affrontare e gestire le sfide.

              Significatività (Meaningfulness): Le sfide della vita sono percepite come degne di investimento, impegno e partecipazione emotiva. È la dimensione motivazionale: le richieste non sono viste come fardelli, ma come sfide da affrontare.

              La salutogenesi cambia l’approccio spostando il focus da ciò che ci fa ammalare a ciò che genera salute

              Le Risorse di Resistenza Generalizzate (GRR) sono fattori biologici, materiali e psicosociali che aiutano l’individuo a gestire efficacemente le tensioni e a sviluppare un SOC forte. Sono le risorse che permettono di vedere la vita come coerente, strutturata e comprensibile e includono fattori Biologici (come una sana costituzione, un buon funzionamento del sistema neuro-endocrino-immunitario), fattori Materiali (come denaro e un ambiente di vita sicuro) e fattori Psico-sociali/Culturali (come conoscenza, esperienza, intelligenza, supporto sociale, autostima, tradizioni culturali e resilienza). Il SOC è, in sostanza, la capacità di una persona di mobilitare e utilizzare queste GRR per affrontare lo stress e mantenere o migliorare la propria posizione sul continuum salute-malattia.

              Un senso di coerenza elevato è associato a una migliore capacità di coping (affrontamento dello stress) e a un movimento verso il polo della salute nel continuum

              La Salutogenesi fornisce una cornice teorica che ha importanti implicazioni in diverse discipline scientifiche:

              1)     Medicina Preventiva e Sanità Pubblica: Sposta il focus dalla mera riduzione dei fattori di rischio (tipica della patogenesi) alla promozione attiva dei fattori che generano salute, incoraggiando lo sviluppo del SOC e delle GRR a livello individuale e comunitario.

              2)     Psicologia della Salute e Neuroscienze: Sottolinea l’importanza degli stati mentali ed emotivi (come il senso di coerenza e la percezione di controllo) nell’influenzare biologicamente la risposta immunitaria e l’equilibrio omeostatico, in linea con il modello PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia).

              3)     Organizzazione del Lavoro: Il SOC è correlato al burnout e alla salute lavorativa. Ambienti di lavoro che promuovono la chiarezza dei ruoli (Comprensibilità), la partecipazione alle decisioni (Gestibilità) e l’attribuzione di valore al compito (Significatività) sono considerati salutogenici.

              Fonte:

              Lindström, B., & Eriksson, M. (2005). Professor Aaron Antonovsky (1923–1994): the father of the salutogenesis. Journal of Epidemiology & Community Health, 59(6), 511-511.