Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) è una proteina che agisce come un potentissimo nutriente per i tuoi neuroni.
Senza BDNF i neuroni appassiscono, le connessioni si indeboliscono e il giardino diventa arido (difficoltà di apprendimento, depressione, declino cognitivo) ma con con molto BDNF: I neuroni creano nuovi rami, le radici si fortificano e il giardino prospera.
Le 3 funzioni chiave del BDNF:
La Neurogenesi: Possiamo davvero creare nuovi neuroni?
Fino a pochi decenni fa si pensava che nascessimo con un numero fisso di neuroni destinati solo a diminuire. Oggi sappiamo che non è così.
La neurogenesi avviene principalmente in una zona specifica: l’Ippocampo (la sede della memoria e della regolazione emotiva).
Il processo: Le cellule staminali neurali si dividono e si trasformano in neuroni funzionali.
Il limite: Non basta “creare” il neurone; esso deve sopravvivere e integrarsi nei circuiti esistenti. Senza stimoli (o senza BDNF), il nuovo neurone muore in pochi giorni.
Come stimolare BDNF e Neurogenesi (Scienza alla mano)
Ecco i modi più efficaci per aumentare la produzione di questo “fertilizzante” naturale:
A. L’Esercizio Fisico (Il re dello stimolo)
L’attività aerobica è lo stimolo più potente conosciuto per il BDNF.
Cosa fare: Corsa, nuoto o camminata veloce per almeno 30-40 minuti.
Perché: Quando i muscoli lavorano, rilasciano una proteina chiamata Irisina, che viaggia fino al cervello e ordina di produrre più BDNF.
B. Alimentazione e Digiuno Intermittente
Il cervello produce più BDNF quando “ha fame” (una risposta evolutiva per renderci più intelligenti nella ricerca del cibo).
Digiuno Intermittente (16/8): Favorisce la produzione di corpi chetonici che stimolano l’espressione del gene del BDNF.
Polifenoli e Omega-3: Mirtilli, cioccolato fondente (>85%), curcuma e pesce grasso sono i migliori alleati.
C. Sonno Profondo
La neurogenesi avviene principalmente mentre dormi. Durante il sonno profondo, il cervello attiva il sistema glinfatico (la “pulizia dei rifiuti”) e consolida i nuovi neuroni nati durante il giorno.
D. Arricchimento Ambientale (Imparare cose nuove)
Il cervello segue la regola del “Use it or lose it” (usalo o perdilo).
Studiare una lingua, imparare a suonare uno strumento o viaggiare in posti nuovi “costringe” i nuovi neuroni a integrarsi nei circuiti per non morire.
Tabella Riassuntiva: I Killer vs. Gli Alleati
Fattori che DISTRUGGONO il BDNF
Fattori che AUMENTANO il BDNF
Stress cronico (Cortisolo alto)
Esercizio aerobico costante
Zuccheri raffinati e grassi trans
Digiuno intermittente / Restrizione calorica
Isolamento sociale
Apprendimento continuo (sfide cognitive)
Privazione del sonno
Esposizione al sole (Vitamina D)
Un consiglio pratico
Se vuoi un “picco” immediato di BDNF, la combinazione vincente è: Attività fisica intensa seguita da una doccia fredda e poi una sessione di studio o lettura. L’esercizio prepara il terreno, il freddo dà la scossa e lo studio dice ai nuovi neuroni dove posizionarsi.
La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è attualmente uno dei modelli più diffusi e validati scientificamente a livello mondiale. In poche parole: si basa sull’idea che non sono gli eventi in sé a crearci sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo.
Ecco una guida sintetica per capire come funziona e perché è così efficace.
1. I Tre Pilastri: Pensieri, Emozioni, Comportamenti
La CBT lavora su un triangolo di influenze reciproche. Se cambi uno di questi elementi, influenzi inevitabilmente gli altri due:
Cognizione (Pensieri): Quello che diciamo a noi stessi (es. “Non ce la farò mai”).
Emozione: Come ci sentiamo di conseguenza (es. Ansia, tristezza).
Comportamento: Quello che facciamo per reagire (es. Evitare una sfida, isolarsi).
2. Come funziona in pratica?
A differenza di altri approcci che scavano profondamente nel passato o nell’inconscio, la CBT è orientata allo scopo e focalizzata sul presente.
Le fasi principali:
Psicoeducazione: Il terapeuta ti spiega come funziona il tuo disturbo e come i tuoi pensieri influenzano il tuo malessere.
Ristrutturazione Cognitiva: Si impara a identificare i “pensieri automatici negativi” (distorsioni cognitive) e a sostituirli con pensieri più realistici e funzionali.
Esposizione e Modifica Comportamentale: Si affrontano gradualmente le situazioni temute per rompere le abitudini dannose (come l’evitamento o i rituali compulsivi).
3. Caratteristiche distintive
Perché sceglierla? Ecco cosa la rende unica rispetto ad altre forme di terapia:
Caratteristica
Descrizione
Pratica
Si concentra sulla risoluzione di problemi concreti della vita quotidiana.
Collaborativa
Terapeuta e paziente lavorano insieme come una squadra (“empirismo collaborativo”).
A breve termine
Spesso richiede meno tempo rispetto ad analisi profonde (solitamente dai 6 ai 12 mesi).
Compiti a casa
Include spesso esercizi pratici da fare tra una seduta e l’altra (diari, esperimenti comportamentali).
Perché è così popolare?
È considerata il “gold standard” per il trattamento di molti disturbi, tra cui:
Quando parliamo del nervo vago come “interruttore” dell’infiammazione, entriamo nel campo affascinante della riflessologia neurale. Il nervo vago non è solo un sensore, ma un vero e proprio gestore del sistema immunitario.
Esistono tre vie principali attraverso cui il nervo vago esercita il suo potere antinfiammatorio, agendo come un ponte tra il cervello e il corpo.
1. Il Riflesso Antinfiammatorio (Via Afferente)
Questa è la via del monitoraggio. Il nervo vago funge da “sensore di fumo” del corpo.
Come funziona: Le fibre sensoriali (afferenti) del vago rilevano la presenza di citochine infiammatorie (come il TNF−α e l’IL−1β) prodotte dai macrofagi nei tessuti.
Il risultato: Il segnale arriva al tronco encefalico, informando il cervello che c’è un’infiammazione in corso. Questo attiva le risposte protettive delle altre due vie.
2. La Via Colinergica Antinfiammatoria (Via Efferente)
Questa è la via più famosa e studiata, scoperta dal Dr. Kevin Tracey. È un meccanismo diretto e rapidissimo.
Come funziona: Il segnale parte dal cervello e scende lungo il vago fino agli organi. Qui, le terminazioni nervose rilasciano acetilcolina (ACh).
Il bersaglio: L’acetilcolina si lega a recettori specifici (chiamati recettori nicotinici α7nAChR) presenti sulla superficie dei macrofagi.
Il risultato: Questo legame “spegne” la produzione di citochine infiammatorie. È letteralmente un comando di stop cellulare.
3. L’Asse Simpatico-Vagale (Via Splenica)
Questa via è più complessa perché coinvolge un “ponte” tra il sistema parasimpatico (vago) e quello simpatico, concentrandosi sulla milza.
Come funziona: Il nervo vago stimola il ganglio celiaco, che a sua volta attiva il nervo splenico. Quest’ultimo rilascia noradrenalina nella milza.
La particolarità: La noradrenalina spinge una specifica popolazione di globuli bianchi (cellule T) a produrre acetilcolina proprio all’interno della milza.
Il risultato: La milza, che è il principale “filtro” del sangue, smette di immettere in circolo mediatori infiammatori, riducendo l’infiammazione sistemica.
Sintesi delle vie
Via
Meccanismo Principale
Organo/Bersaglio Chiave
Afferente
Rilevamento citochine
Cervello (Feedback)
Colinergica
Rilascio di Acetilcolina
Macrofagi tissutali
Splenica
Asse Vago-Splenico
Milza
Capire queste vie spiega perché tecniche come la respirazione diaframmatica profonda, la meditazione o la stimolazione elettrica del vago possono effettivamente ridurre i livelli di infiammazione cronica nel corpo.
In psicosomatica, l’apparato gastrointestinale è considerato il “secondo cervello” (sistema nervoso enterico). Non è solo una metafora: l’intestino e il cervello comunicano costantemente attraverso l’asse intestino-cervello, rendendo il sistema digerente il palcoscenico principale dove vengono messe in scena le emozioni che non riusciamo a “digerire” a livello conscio.
Ecco un’analisi dei principali disturbi e del loro significato simbolico.
1. L’Asse Intestino-Cervello
Esiste una connessione biochimica e neurologica bidirezionale. Lo stress attiva il sistema nervoso simpatico, che rallenta la digestione o ne altera la motilità, causando dolore e infiammazione.
2. Significato Simbolico dei Tratti Digerenti
In psicosomatica, ogni segmento dell’apparato digerente corrisponde a una fase dell’elaborazione di un’esperienza:
A. Lo Stomaco: L’Accoglienza e l’Aggressività
Lo stomaco deve “accogliere” il cibo e “aggredirlo” con gli acidi per scomporlo.
Gastrite e Iperacidità: Rappresentano spesso una rabbia inespressa, un “bruciore” per un’ingiustizia subita o il senso di non riuscire a mandare giù un boccone amaro (un evento, una persona, una critica).
Nausea e Vomito: Esprimono il rifiuto netto di una situazione. “Non ne voglio sapere, lo espello”.
B. L’Intestino Tenue: L’Analisi
Qui avviene la separazione tra ciò che è utile e ciò che è scarto.
Difficoltà di assorbimento: Può indicare una tendenza a essere troppo analitici o critici, perdendosi nei dettagli della vita senza riuscire a trarne nutrimento vitale.
C. Il Colon: Il Trattenere e il Lasciare Andare
L’intestino crasso è legato alla capacità di abbandonare il passato.
Stipsi (Stitichezza): Simbolicamente è il trattenere. Può indicare avarizia (non solo economica, ma emotiva), paura di perdere il controllo o difficoltà a separarsi da vecchi schemi mentali e ricordi.
Colite e Diarrea: Rappresentano il bisogno di liberarsi in fretta di qualcosa di percepito come pericoloso o inaccettabile. Spesso legata all’ansia da prestazione: “Voglio che finisca presto”.
3. La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS)
È il disturbo psicosomatico per eccellenza. Si manifesta spesso in persone:
Molto responsabili e perfezioniste.
Che tendono a controllare eccessivamente le proprie emozioni.
Che vivono un conflitto tra il desiderio di compiacere gli altri e il bisogno di ribellarsi.
L’intestino “irritato” riflette un’irritabilità emotiva che non trova sfogo a parole o con le azioni.
4. Come Intervenire: Oltre il Sintomo
Sebbene la dieta e i farmaci (come procinetici o antispastici) siano fondamentali per gestire il dolore acuto, l’approccio psicosomatico suggerisce di:
Ascoltare il corpo: Chiedersi “Cosa sta succedendo nella mia vita che non riesco a digerire?” proprio quando compare il dolore.
Gestione dello stress: Tecniche di rilassamento, mindfulness o training autogeno aiutano a de-tendere la muscolatura liscia viscerale.
Psicoterapia: Utile per identificare i “bocconi amari” che abbiamo inghiottito senza reagire.
Quando il “secondo cervello” è in fiamme, l’obiettivo è disinnescare la risposta di allarme del sistema nervoso che tiene contratti i muscoli involontari dell’addome.
Ecco tre tecniche efficaci per allentare la tensione psicosomatica:
1. Respirazione Diaframmatica (Il “Massaggio Interno”)
È lo strumento più potente per stimolare il nervo vago, che è il freno naturale dello stress.
Come fare: Sdraiati o siediti comodamente. Metti una mano sul petto e l’altra sulla pancia (sopra l’ombelico).
L’esercizio: Ispira lentamente con il naso facendo gonfiare solo la pancia (la mano sul petto deve restare ferma). Espira con la bocca socchiusa lasciando che la pancia si sgonfi dolcemente.
Perché funziona: Questo movimento esegue un massaggio meccanico sugli organi interni e segnala al cervello che il “pericolo” è passato, riducendo l’acidità e i crampi.
2. Esercizio di “Rilascio del Boccone” (Visualizzazione)
Utile quando senti lo stomaco chiuso o “un nodo” dovuto a un evento specifico.
Chiudi gli occhi e individua il punto esatto della tensione (es. bocca dello stomaco).
Visualizza quella tensione come un oggetto fisico (un sasso, un nodo, una morsa).
Mentre espiri, immagina che quell’oggetto si sciolga o che tu lo stia finalmente “sputando” o lasciando andare.
Accompagna il gesto con l’affermazione mentale: “Non ho bisogno di trattenere questo peso, posso lasciarlo scorrere”.
3. Automassaggio Viscerale Dolce
Se senti l’intestino contratto (stipsi o colite), puoi aiutarlo manualmente seguendo il percorso fisiologico.
Usa un olio caldo (mandorle o lavanda).
Esegui dei piccoli cerchi in senso orario partendo in basso a destra (vicino all’anca), salendo verso le costole, attraversando l’addome e scendendo a sinistra.
Il senso orario è fondamentale: segue il transito intestinale e aiuta a “sbloccare” il ristagno energetico e fisico.
Un piccolo trucco per la quotidianità
Spesso i disturbi psicosomatici peggiorano perché “mangiamo le nostre emozioni”. Prova a fare questo test: la prossima volta che sei a tavola e senti tensione, fermati un istante e chiediti: “Sto mangiando perché ho fame o sto cercando di soffocare un pensiero?”. Se è la seconda, fai tre respiri profondi prima di continuare.
Il reflusso gastroesofageo, in psicosomatica, rappresenta uno dei segnali più chiari di un conflitto tra ciò che accogliamo e ciò che vorremmo respingere. Se lo stomaco è il luogo della “digestione” degli eventi, l’esofago è il canale di passaggio: il reflusso è, letteralmente, un’inversione di marcia biologica.
Ecco l’analisi dettagliata del significato profondo di questo disturbo:
1. Il “Boccone Amaro” che risale
A differenza della gastrite (che è rabbia che brucia dentro), il reflusso indica qualcosa che è già stato “inghiottito” ma che il nostro sistema profondo rifiuta di elaborare.
Simbolismo: Rappresenta una situazione, una frase o una persona che abbiamo accettato per dovere o per educazione, ma che in realtà ci “disgusta” o ci risulta inaccettabile.
Il ritorno: L’acido che sale verso l’alto è il tentativo simbolico di riportare fuori ciò che non doveva entrare.
2. La Sfida all’Autorità e il “Mandare giù”
Il reflusso colpisce spesso chi vive una discrepanza tra il proprio ruolo sociale/professionale e i propri desideri reali.
Il tema del potere: Spesso si manifesta in chi deve “mandare giù” direttive, critiche o atteggiamenti di un superiore o di un partner dominante senza poter replicare.
La risalita acida: È la protesta silenziosa. Non potendo urlare o rispondere verbalmente (l’esofago è vicino alle corde vocali), l’organismo usa l’acido per “esprimersi”.
3. L’Incapacità di Dire di No
Chi soffre di reflusso spesso ha difficoltà a porre dei confini.
In psicosomatica, la valvola (il cardias) che non chiude bene simboleggia una difficoltà nel mettere un limite tra l’esterno e l’interno.
È come se dicessi: “Sono così aperto e disponibile che lascio entrare tutto, anche ciò che mi fa male, e ora il mio corpo sta cercando di rimediare al mio eccesso di accondiscendenza”.
4. Differenze di Sfumatura
Bruciore retrosternale (dietro il petto): È vicino al cuore. Indica spesso un dolore affettivo “acido”, una delusione amorosa o familiare che non riusciamo a digerire.
Rigurgito acido in bocca: Indica che il conflitto è arrivato al limite della parola. Sei quasi pronto a dire quello che pensi, ma l’emozione rimane bloccata a metà strada, irritando i tessuti.
Cosa suggerisce la Psicosomatica per guarire?
Oltre ai rimedi fisici (come la Mastiha di Chios che abbiamo visto, ottima per proteggere le mucose dell’esofago), il lavoro interiore dovrebbe concentrarsi su:
Imparare a filtrare: Non accettare tutto passivamente. Chiediti: “Questa situazione mi appartiene davvero o la sto subendo?”.
Esprimere l’acidità: Trova un modo sano per far uscire la rabbia o il dissenso. Se non puoi parlare direttamente alla persona interessata, scrivi una lettera (anche senza spedirla) o fai attività fisica intensa.
Il momento del pasto: Il reflusso peggiora se mangi con l’ansia. Trasforma il pasto in un rito in cui “accogli” solo cose buone, isolandoti dalle preoccupazioni lavorative.
La Mastic di Chios (conosciuta anche come Mastiha) è uno dei rimedi più antichi e potenti della tradizione mediterranea, definita spesso “la lacrima che guarisce”.
In psicosomatica, l’atto di masticare questa resina dura che si scioglie lentamente ha un valore simbolico fortissimo: aiuta a “masticare e sminuzzare” i problemi che ci sembrano troppo duri da digerire.
Cos’è esattamente?
È una resina naturale prodotta esclusivamente dall’albero del lentisco (Pistacia lentiscus) nell’isola greca di Chios. Dal 2014 è protetta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità.
I benefici scientifici per l’apparato digerente
Non è solo tradizione; la scienza conferma proprietà straordinarie:
Antisettico naturale: È l’unico rimedio naturale con efficacia provata contro l’Helicobacter pylori, il batterio responsabile di molte gastriti e ulcere.
Antinfiammatorio: Riduce l’infiammazione del tratto gastrointestinale (ottima per colite e morbo di Crohn in fase lieve come confermato in una recente ricerca: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37569412).
Protettivo gastrico: Forma una sorta di pellicola sulle pareti dello stomaco, proteggendole dall’acidità eccessiva (reflusso).
Esistono tre modi principali per assumerla, a seconda del tuo obiettivo:
Formato
Utilizzo ideale
Come si usa
Lacrime (Resina grezza)
Riflessologia orale e gastrite
Si mastica come una gomma (senza deglutirla subito). All’inizio è dura, poi diventa elastica.
Polvere
Ulcere e reflusso
Si scioglie mezzo cucchiaino in un bicchiere d’acqua (o yogurt) al mattino a digiuno.
Capsule
Trattamento d’urto (H. Pylori)
Seguire il dosaggio dell’erborista (solitamente 500mg-1g al giorno).
Il “Rito della Masticazione” come terapia
Se il tuo disturbo è psicosomatico, ti consiglio la resina grezza (le lacrime).
Masticare la Mastiha richiede tempo e pazienza. In psicosomatica, questo esercizio aiuta a:
Scaricare la tensione mandibolare: Molte persone che soffrono di stomaco soffrono anche di bruxismo (serrano i denti per la rabbia).
Rallentare: Non puoi masticare la Mastiha di fretta. Ti costringe a un ritmo più lento, preparando lo stomaco all’accoglienza.
Dove trovarla?
La trovi nelle migliori erboristerie o nei negozi di prodotti biologici/greci. Assicurati che sia la “Chios Mastiha originale” (PDO – Denominazione di Origine Protetta) per evitare resine comuni di pino che non hanno gli stessi effetti terapeutici.
Piccola dritta: Se la mastichi, all’inizio sentirai un sapore di pino e terra molto intenso, quasi amaro. È normale! Dopo pochi minuti diventa più neutro e rinfrescante.
Certamente, completiamo il quadro con la parte pratica e le avvertenze. La Mastic di Chios è un rimedio molto sicuro, ma come ogni sostanza attiva va usata con consapevolezza.
1. La Tisana “Balsamo di Chios”
Se hai a disposizione la polvere di Mastiha, puoi preparare una bevanda lenitiva perfetta per i momenti di forte stress gastrico o reflusso.
Ingredienti:
1 tazza d’acqua (circa 200ml)
1/2 cucchiaino di polvere di Mastiha (circa 1g)
1 cucchiaino di semi di finocchio (per il gonfiore)
Un pizzico di zenzero fresco (opzionale, per la nausea)
Preparazione:
Porta l’acqua a ebollizione con i semi di finocchio e lo zenzero.
Lascia in infusione per 5-7 minuti e poi filtra.
Importante: Aggiungi la polvere di Mastiha solo quando l’acqua è tiepida (non bollente), per non alterare i suoi oli essenziali.
Mescola bene finché non si scioglie parzialmente (tende a precipitare sul fondo, quindi continua a mescolare mentre bevi).
2. Controindicazioni e Interazioni
In linea generale, la Mastiha è ben tollerata, ma ecco a cosa prestare attenzione:
Gravidanza e Allattamento: Non ci sono studi sufficienti che ne garantiscano la sicurezza assoluta in queste fasi, quindi è meglio evitarla o consultare il medico.
Interazioni Farmacologiche: * Anticoagulanti/Antiaggreganti: La Mastiha potrebbe potenziare leggermente l’effetto di questi farmaci.
Farmaci per il Diabete: Può influire sui livelli di zucchero nel sangue; se prendi insulina o metformina, monitora la glicemia.
Allergie: Se sei allergico ai pistacchi o ad altre resine (come la trementina), fai molta attenzione o evita il prodotto.
3. Il Consiglio per il “Lavoro Psicosomatico”
Visto che abbiamo parlato dell’aspetto emotivo, usa il momento della tisana o della masticazione come una bolla di silenzio. Mentre la assumi, prova a visualizzare la resina che scende e “sigilla” le pareti dello stomaco, proprio come fa sull’albero per proteggerlo dalle ferite della corteccia. È un esercizio di autocura molto potente.
Abbiamo visto il contratto (per la tua sicurezza legale), la psicosomatica (per capire il “perché” del corpo) e la Mastiha (per l’aiuto fisico).
Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).
Ecco la spiegazione scientifica del suo meccanismo d’azione contro lo stress:
1. Il Profilo Fitochimico
L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono:
Flavonoidi: Come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive.
Glicosidi Cianogenetici: Presenti in tracce minime (che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici), esercitano un’azione blandamente sedativa.
Tannini e Saponine: Contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti.
2. Meccanismo d’Azione sul Sistema Nervoso
Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:
Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.
Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).
Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.
Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico.
1. Sintesi e Struttura Chimica
Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).
La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6:
2. Come funziona? (Il meccanismo “Serratura e Chiave”)
Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie dei neuroni. Esistono due tipi principali:
GABA-A (Recettori Ionotropici): Sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.
GABA-B (Recettori Metabotropici): Agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.
Il risultato finale? La carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.
3. Gli effetti sul corpo e sulla mente
Il GABA non serve “solo” per la calma; è fondamentale per l’equilibrio biologico:
Riduzione dell’ansia: Inibisce i circuiti della paura nell’amigdala.
Qualità del sonno: Durante la notte, i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno.
Controllo motorio: Regola il tono muscolare. Bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori.
Focus mentale: Sembra paradossale, ma “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), il GABA permette una concentrazione più pulita.
4. Il legame con il Ginestrino e i Farmaci
Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA:
Benzodiazepine: Si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici).
Alcol: Mimica l’azione del GABA (ecco perché causa rilassamento iniziale e perdita di coordinazione).
Fitoterapici (come il Ginestrino): I flavonoidi del ginestrino agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici.
Curiosità: Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica. Per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente.
3. Effetti Clinici Specifici
A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per:
Distonia Neurovegetativa: Regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici.
Insonnia da “Ruminazione”: È particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna.
La Risposta di Rilassamento (Relaxation Response) è un termine coniato negli anni ’70 dal Dr. Herbert Benson, professore alla Harvard Medical School.
Si tratta dell’esatto opposto biologico della risposta “attacca o fuggi” (fight-or-flight). Mentre lo stress attiva il sistema nervoso simpatico (aumentando battito e cortisolo), la Risposta di Rilassamento attiva il sistema nervoso parasimpatico, riportando il corpo in uno stato di equilibrio e riparazione.
I 4 Pilastri della Tecnica
Benson ha studiato diverse forme di meditazione e preghiera, estraendone gli elementi scientifici comuni per renderli accessibili a chiunque, senza connotazioni religiose. Per attivarla servono quattro elementi:
Un ambiente tranquillo: Un luogo con minime distrazioni.
Un supporto mentale: Una parola, un suono, una breve preghiera o il ritmo del respiro su cui focalizzarsi.
Un’attitudine passiva: È l’elemento più importante. Se la mente vaga, non bisogna punirsi o sforzarsi, ma riportare dolcemente l’attenzione al supporto mentale.
Una posizione comoda: Solitamente seduti, per evitare di addormentarsi (che è diverso dal rilassamento vigile).
Cosa succede al corpo (Fisiologia)
Quando attivi questa risposta, il tuo organismo subisce cambiamenti misurabili:
Riduzione del consumo di ossigeno: Il metabolismo rallenta.
Rallentamento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria.
Riduzione della pressione arteriosa (particolarmente efficace per gli ipertesi).
Cambiamento delle onde cerebrali: Aumento delle onde alfa (associate al rilassamento vigile).
Connessione con i tuoi disturbi gastrointestinali
Dato che stavamo parlando di reflusso e psicosomatica, la tecnica di Benson è considerata una “medicina comportamentale” d’eccellenza per questi casi.
Lo stress cronico mantiene lo stomaco in uno stato di contrattura e altera la produzione di acido. Praticare la Risposta di Rilassamento per 10-20 minuti due volte al giorno aiuta a “resettare” il sistema nervoso, permettendo al cardias (la valvola dell’esofago) di funzionare correttamente e riducendo l’acidità sistemica.
Come praticarla ora (Esercizio rapido)
Siediti comodamente e chiudi gli occhi.
Rilassa tutti i muscoli, dai piedi al viso.
Respira con il naso e, ogni volta che espiri, ripeti mentalmente una parola neutra (Benson suggeriva il numero “Uno”, ma puoi usare “Pace” o “Calma”).
Continua per 10 minuti. Quando i pensieri arrivano, sorridi e torna al tuo “Uno”.
La “Risposta di Rilassamento” non è un singolo comando, ma un insieme di cambiamenti fisiologici coordinati. Quando il dottor Herbert Benson la isolò scientificamente, dimostrò che potevamo “istruire” il nostro corpo a disattivare la risposta allo stress in modo volontario.
Ecco nel dettaglio cosa succede al tuo organismo quando attivi correttamente questa risposta:
1. I Cambiamenti Fisiologici (Cosa succede dentro)
Mentre la risposta allo stress (“Attacca o Fuggi”) accelera tutto, la Risposta di Rilassamento è un freno biologico:
Riduzione del Metabolismo: Il consumo di ossigeno cala drasticamente (più che durante il sonno profondo), indicando un riposo cellulare totale.
Battito Cardiaco e Pressione: Il cuore rallenta e le pareti dei vasi sanguigni si distendono, abbassando la pressione arteriosa.
Frequenza Respiratoria: Il respiro diventa più profondo e lento, migliorando lo scambio gassoso.
Muscolatura: La tensione muscolare involontaria (quella che causa il mal di schiena o i crampi allo stomaco) si scioglie.
2. Le Risposte a Livello Biochimico
A differenza di un semplice riposo sul divano, la risposta di Benson modifica la chimica del sangue:
Crollo del Cortisolo: Si riduce l’ormone dello stress che, se alto per troppo tempo, danneggia il sistema immunitario e la mucosa gastrica.
Aumento delle Endorfine: Vengono rilasciati neurotrasmettitori che agiscono come antidolorifici naturali e stabilizzatori dell’umore.
Attivazione del Nervo Vago: Viene stimolato il principale nervo del sistema parasimpatico, che governa la digestione e la calma interiore.
3. Effetti sulla Mente e sul Cervello
Non è solo una sensazione fisica; il cervello cambia “marcia”:
Onde Alfa e Theta: L’attività cerebrale passa dalle onde frenetiche della veglia vigile (Beta) a onde più lente (Alfa), tipiche della creatività e del rilassamento profondo.
Focus Mentale: Migliora la capacità di concentrazione e si riduce la “rumore di fondo” dei pensieri ansiosi (quello che in psicosomatica chiamiamo rimuginio).
Come riconoscerla mentre accade?
Se stai praticando correttamente la tecnica di Benson (o la respirazione diaframmatica), avvertirai dei segnali precisi:
Calore alle estremità: Le mani e i piedi diventano caldi (perché il sangue torna a circolare verso la periferia invece di restare bloccato nei muscoli vitali).
Salivazione: La bocca torna umida (lo stress la rende secca).
Movimenti intestinali: Potresti sentire dei “gorgoglii” addominali. È un ottimo segno: significa che il sistema digerente si sta riattivando e rilassando.
Oggi vorrei condividere con voi alcuni importanti riflessioni in merito ad una ghiandola nota ma spesso trascurata: la tiroide.
La tiroide è spesso definita l’orologio biologico del nostro corpo. In ambito psicosomatico, questa ghiandola non si limita a regolare il metabolismo, ma riflette il nostro rapporto con il tempo, l’urgenza e la realizzazione personale.
Dal punto di vista della medicina psicosomatica, la tiroide funge da ponte tra il cervello (pensiero) e il resto del corpo (azione).
In psicosomatica, la tiroide è legata alla capacità di “esprimere la propria voce” e di dare ritmo alla propria vita. Le problematiche insorgono spesso quando c’è un conflitto tra il ritmo interno della persona e le richieste del mondo esterno. Le più comuni forme di alterazione tiroidea inclusono l’ipertiroidismo e l’ipotiroidismo.
Ipertiroidismo: “La corsa contro il tempo”
Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di iper-efficienza e accelerazione costante. Il conflitto spesso nasce dal bisogno inconscio di fare tutto velocemente per sopravvivere a una minaccia o per ottenere approvazione, mentre il profilo psicologico riporta a persone che si sentono indispensabili, che non sanno delegare e che vivono con la sensazione che “il tempo non basti mai”. Anche il messaggio del corpo è coerente con questo quadro: “Devo correre più forte per essere all’altezza”.
Ipotiroidismo: “Il freno a mano tirato”
L’ipotiroidismo rappresenta un rallentamento generale delle funzioni vitali. In questo caso il conflitto può derivare da un senso di rassegnazione o dalla sensazione di essere schiacciati da responsabilità troppo grandi e il profilo psicologico emerge in chi ha rinunciato a esprimere i propri desideri o si sente bloccato in una situazione che non può cambiare. Il rallentamento è una forma di “sciopero” o di protezione dal mondo esterno ed è collegato ad preciso messaggio del corpo: “Mi fermo, non voglio più subire questo ritmo”.
In psicosomatica esiste poi anche un legame tra tiroide e Comunicazione. La posizione della tiroide, situata nella gola, è strategicamente importante. È la zona del quinto chakra (secondo le tradizioni orientali), il centro dell’espressione e della creatività. Molti disturbi tiroidei sono preceduti da anni di parole non dette, emozioni soffocate o pianti trattenuti. Se una persona sente di non poter realizzare i propri progetti o di non poter dire la propria verità, la zona della gola può accumulare una tensione che si riflette sulla ghiandola.
Un approccio integrato potrebbe offrire migliori risultati nei problemi alla tiroide
È fondamentale ricordare che la psicosomatica non sostituisce la medicina convenzionale. Se i valori di TSH, T3 e T4 sono alterati, la terapia farmacologica (come l’Eutirox o i farmaci antitiroidei) è essenziale. Tuttavia, affiancare un percorso psicologico può aiutare a rimodulare il ritmo imparando a gestire l’ansia da prestazione e il senso di urgenza, dare voce ai bisogni imparando a comunicare in modo assertivo senza “ingoiare il rospo” e ascoltare il corpo (comprendendo cosa sta cercando di dirci quel rallentamento o quell’accelerazione improvvisa).
Va inoltre ricordato come la tiroide sia estremamente sensibile allo stress (cortisolo). Spesso, un trauma o un periodo di forte pressione emotiva agiscono da “trigger” per patologie autoimmuni come la Tiroidite di Hashimoto.
In una visione integrata occorre però ricordare come alcuni studi importanti abbiano chiaramente mostrato enormi potenzialità nel trattamento di alcune diffuse patologie tiroidee di un estratto vegetale: la prunella vulgaris.
La ricerca scientifica sulla Prunella vulgaris L. in relazione alla tiroide è molto attiva, specialmente negli ultimi anni (2020-2026), con un focus particolare sulla medicina integrata. La pianta è utilizzata da secoli nella medicina tradizionale cinese (nota come Xia Ku Cao), ma gli studi moderni stanno cercando di mappare i meccanismi molecolari esatti.
L’estratto mostra importanti azioni protettive sia nel caso della tiroidite di hashimoto che nell’ipertiroidismo e morbo di graves.
Tiroidite di Hashimoto (Autoimmune)
È il campo dove la ricerca è più promettente. Studi pubblicati su Frontiers in Endocrinology e Heliyon (2020-2025) indicano che la Prunella agisce come immunomodulatore innato attraverso una riduzione anticorpi. È stato infatti dimostrato che l’estratto di Prunella può ridurre significativamente i titoli di TPO-Ab (anti-perossidasi) e TG-Ab (anti-tireoglobulina) attraverso un meccanismo che agisce sulle cellule Th17 (linfociti T helper) e sopprime le citochine infiammatorie (come TNF-α e IL-6) tramite l’inibizione del segnale HMGB1/TLR9. In pratica, aiuta a “calmare” l’attacco immunitario contro la ghiandola. L’estratto inoltre garantisce una protezione cellulare (come confermato da studi del 2024 che suggeriscono come essa protegga i tireociti (le cellule della tiroide) dal danno ossidativo causato da un eccesso di iodio.
Ipertiroidismo e Morbo di Graves
Una meta-analisi sistematica pubblicata su Frontiers in Pharmacology (Febbraio 2025) ha analizzato l’uso della Prunella in combinazione con i farmaci antitiroidei (ATD).
Sinergia: L’aggiunta di Prunella alla terapia standard ha mostrato una maggiore riduzione di T3 e T4 libero rispetto ai soli farmaci, riducendo anche il rischio di recidive.
Stress Ossidativo: La ricerca (2024) indica che il componente attivo luteolina, presente nella pianta, riequilibra il rapporto tra cellule T-regolatorie e T-follicolari, riducendo lo stress ossidativo tipico del Graves.
Anche nellatiroidite subacuta, la Prunella è studiata per ridurre la dipendenza dai corticosteroidi (prednisone) offrendo un risparmio di farmaci. Pubblicazioni sugli Annals of Translational Medicine hanno riportato che l’uso di Prunella permette di ridurre il dosaggio di cortisone mantenendo la stessa velocità di remissione del dolore e del gonfiore tiroideo, minimizzando così gli effetti collaterali del farmaco.
Infine la prunella si è dimostrata utilissima nel supporto al trattamento ai noduli tiroide.
Studi di meta-analisi (2021) su trial clinici randomizzati suggeriscono che la Prunella, usata come coadiuvante alla levotiroxina, può aiutare a ridurre il diametro dei noduli tiroidei e migliorare l’efficacia clinica complessiva del trattamento.
Le ricerche di “Network Pharmacology” (farmacologia di rete) hanno isolato i seguenti composti come responsabili degli effetti sulla tiroide:
Acido Rosmarinico: Il principale responsabile dell’azione anti-infiammatoria e della riduzione degli anticorpi.
Luteolina: Fondamentale per la modulazione del sistema immunitario nell’ipertiroidismo.
Quercetina e Kaempferolo: Agiscono sui percorsi di morte cellulare (apoptosi), proteggendo il tessuto ghiandolare sano.
Sebbene ci sia una “forte evidenza” (cit. ResearchGate 2025) per l’efficacia della Prunella vulgaris, la maggior parte degli autori concorda su come il fitoterapico sia più efficace come terapia adiuvante (associata ai farmaci) piuttosto che come cura unica e presenti un profilo di sicurezza elevato, con rari effetti collaterali (principalmente lievi rush cutanei o disturbi gastrici in soggetti sensibili).
Le riviste Frontiers in Endocrinology e Heliyon sono state tra le più attive negli ultimi anni (periodo 2020-2025) nel pubblicare studi di Network Pharmacology (farmacologia di rete) e trial clinici sulla Prunella vulgaris applicata alle patologie tiroidee.
Una delle pubblicazioni più citate (spesso indicata come studio di Network Pharmacology) ha analizzato come i composti della Prunella interagiscano con le proteine umane nella Tiroidite di Hashimoto e nel Graves.
Identificazione dei Target: Lo studio ha identificato 14 composti attivi (tra cui Quercetina, Luteolina e Acido Kaempferolico) che agiscono su oltre 150 geni correlati alla tiroide.
Percorso Stat3/IL-6: La ricerca evidenzia che la Prunella inibisce il percorso di segnalazione STAT3. Questo è cruciale perché STAT3 promuove l’infiammazione e la sopravvivenza dei linfociti autoreattivi che attaccano la tiroide.
Regolazione delle T-reg: Lo studio conclude che l’estratto favorisce l’equilibrio tra cellule Th17 (pro-infiammatorie) e cellule Treg (regolatorie), riducendo l’aggressione autoimmune.
In un importante studio multicentrico e di revisione pubblicato su Heliyon, i ricercatori si sono concentrati sull’efficacia clinica della Prunella nel trattamento dei noduli tiroidei benigni e hanno osservato una riduzione del volume. Nel corso della ricerca i dati mostrano che la somministrazione di estratti di Prunella spesso in combinazione con terapie standard porta a una riduzione statisticamente significativa del volume dei noduli rispetto al gruppo di controllo. Inoltre sono state osservate un’azione anti-angiogenica (la ricerca suggerisce che la Prunella inibisca il fattore di crescita vascolare endoteliale (VEGF), riducendo l’apporto di sangue al nodulo e frenandone la crescita. La rivista Heliyon riporta che l’incidenza di effetti collaterali è estremamente bassa, rendendola un’opzione valida per trattamenti a lungo termine sotto supervisione medica.
L’eccesso di iodio potrebbe essere mitigata da prunella vulgaris
Sia Frontiers che Heliyon hanno esplorato il “paradosso dello iodio”. Un eccesso di iodio può scatenare tiroiditi autoimmuni in soggetti predisposti. Gli studi indicano che l’Acido Rosmarinico contenuto nella Prunella agisce come uno scudo antiossidante, prevenendo l’apoptosi (morte cellulare) dei tireociti indotta dall’eccesso di iodio.
Secondo queste riviste, la Prunella vulgaris non agisce “come un farmaco” che sostituisce l’ormone, ma come un modulatore di sistema:
Target Molecolare
Effetto riscontrato (Frontiers/Heliyon)
Patologia di riferimento
TNF-α / IL-6
Riduzione dell’infiammazione sistemica
Tiroidite di Hashimoto
VEGF
Inibizione della vascolarizzazione del nodulo
Noduli Tiroidei
STAT3
Soppressione dell’attacco autoimmune
Morbo di Graves / Hashimoto
Caspasi-3
Protezione dalla morte cellulare
Danni da eccesso di Iodio
Le pubblicazioni su queste testate concordano sul fatto che la Prunella vulgaris è particolarmente efficace nel ridurre il titolo anticorpale (TPO-Ab e TG-Ab) e nel migliorare l’ecogenicità della ghiandola (segno di minore infiammazione).
Per ottenere benefici stabili a livello psicologico attraverso un approccio integrato (sedute psicologiche, alimentazione corretta e attività fisica ) è importante passare da indicazioni generiche a vere e proprie prescrizioni del movimento e dell’attività fisica.
Occorre cioè un approfondimento focalizzato sulla prescrizione clinica (F.I.T.T.) e sulla comparazione biochimica tra le diverse modalità di esercizio, utilizzando il formalismo necessario per definire i carichi di lavoro.
Protocollo Clinico di Prescrizione: Il Modello F.I.T.T.
La trasformazione dell’attività fisica in “farmaco” richiede la definizione di un dosaggio preciso. Nella letteratura psichiatrica, il modello F.I.T.T. (Frequency, Intensity, Time, Type) viene declinato come segue per il trattamento dei disturbi dell’umore:
Frequenza: 3-5 sessioni settimanali. La continuità è fondamentale per mantenere stabili i livelli di BDNF circolante.
Intensità: Per l’effetto antidepressivo, l’intensità deve oscillare tra il 60% e l’80% della Frequenza Cardiaca Massima ($FC_{max}$), calcolabile approssimativamente come:
$$FC_{max} \approx 220 – \text{età}$$
Tempo: Sessioni di 30-45 minuti. Oltre i 60 minuti, in soggetti non allenati, l’eccessivo rilascio di cortisolo potrebbe antagonizzare i benefici neurotrofici.
Tipo: Scelta tra protocolli aerobici (AT), anaerobici di resistenza (RT) o combinati.
Comparazione Tecnica: Esercizio Aerobico (AT) vs. Resistenza (RT)
Sebbene entrambi siano efficaci, agiscono su pathway biochimici e sintomatologici parzialmente distinti:
Parametro di Confronto
Esercizio Aerobico (es. Corsa, Ciclismo)
Esercizio di Resistenza (es. Weightlifting)
Meccanismo Prevalente
Modulazione del sistema oppioide (Endorfine) e endocannabinoide.
Up-regulation del fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1).
Target Sintomatologico
Elevata efficacia su Ansia Generalizzata e attacchi di panico (desensibilizzazione all’iperpnea).
Elevata efficacia su Autostima e sintomi cognitivi della depressione.
Effetto Neuroplastico
Massima stimolazione del volume ippocampale.
Miglioramento della connettività funzionale nella corteccia prefrontale.
Riduzione dell’infiammazione sistemica (riduzione citochine pro-infiammatorie come IL-6).
Sinergia Neuropsicofarmacologica
L’attività fisica agisce come un catalizzatore per i trattamenti standard (SSRI/SNRI). La ricerca indica che l’esercizio fisico aumenta la permeabilità della barriera emato-encefalica e la sensibilità dei recettori post-sinaptici.
In particolare, il rapporto tra volume di esercizio ($V$) e risposta terapeutica può essere modellato come una funzione a “U invertita”, dove il beneficio massimo si ottiene in un range di intensità moderata; carichi eccessivi (overtraining) possono indurre stati di neuroinfiammazione paradossa:
La conclusione clinica è che la prescrizione non deve essere statica: il clinico deve monitorare la aderenza terapeutica e la risposta soggettiva, variando il tipo di attività in base alla fase della patologia (es. aerobica in fase acuta ansiosa per lo “scarico” neurologico, resistenza in fase di recupero depressivo per la ricostruzione dell’identità corporea).
L’attuale panorama epidemiologico evidenzia un incremento della prevalenza delle patologie psichiatriche superiore al 30% nell’ultimo decennio, con picchi critici nelle coorti degli adolescenti, dei giovani adulti, della popolazione geriatrica e nel genere femminile. In questo contesto, la Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf) propone un cambio di paradigma: la transizione dell’attività fisica da “consiglio comportamentale generico” a prescrizione clinica strutturata.
Tale approccio non si limita al benessere generale, ma si configura come un protocollo terapeutico mirato, volto a mitigare la vulnerabilità biologica e psicosociale associata alla sedentarietà.
L’efficacia dell’esercizio fisico nel trattamento dei disturbi dell’umore risiede nella sua capacità di modulare la neurochimica cerebrale e la plasticità neuronale. I principali sistemi coinvolti sono:
Sistemi Monoaminergici: L’attività motoria induce una regolazione dei circuiti dopaminergici (coinvolti nella ricompensa e nella motivazione) e serotoninergici (fondamentali per la regolazione dell’umore e dell’ansia).
Neuroplasticità: L’esercizio fisico stimola la sintesi del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), facilitando la sinaptogenesi e contrastando l’atrofia ippocampale spesso osservata nella depressione maggiore.
Asse HPA (Ipotalamo-Ipofisi-Surrene): L’attività fisica regolare ottimizza la risposta allo stress, riducendo i livelli basali di cortisolo e migliorando la resilienza neurologica.
Ma cosa è il BDNF?
Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor o Fattore Neurotrofico Derivato dal Cervello) è una proteina appartenente alla famiglia delle neurotrofine. Agisce come un vero e proprio “fertilizzante” per il sistema nervoso centrale e periferico.
Nella gerarchia biochimica del cervello, il BDNF è una delle molecole più importanti per la sopravvivenza dei neuroni esistenti e la crescita di nuovi neuroni.
Il BDNF svolge tre ruoli critici che spiegano perché l’attività fisica sia così efficace contro ansia e depressione:
Contrariamente a quanto si credeva in passato, il cervello adulto può produrre nuovi neuroni, specialmente nell’ippocampo (la sede della memoria e della regolazione emotiva). Il BDNF è il principale mediatore di questo processo.
Il BDNF facilita il potenziamento a lungo termine (LTP – Long-Term Potentiation), il meccanismo attraverso il quale le connessioni tra i neuroni (sinapsi) si rafforzano. In termini semplici: aiuta il cervello a imparare, adattarsi e “ricablarsi” per superare schemi di pensiero negativi.
Protegge i neuroni dallo stress ossidativo e dalla morte cellulare programmata (apoptosi). In condizioni di forte stress cronico o depressione, i livelli di BDNF crollano, portando a una sorta di “atrofia” cerebrale; l’esercizio fisico inverte questo processo.
Quando i muscoli si contraggono durante lo sport, rilasciano nel sangue una proteina chiamata irisina. Questa proteina è in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e stimolare l’espressione del gene del BDNF nel cervello.
L’attivazione del recettore specifico del BDNF, chiamato TrkB (Tropomyosin receptor kinase B), innesca una cascata di segnali intracellulari che portano ad un aumento della densità dendritica (poichè i neuroni diventano più “ramificati”) e ad una migliore comunicazione chimica (in quanto le sinapsi diventano più efficienti nello scambio di neurotrasmettitori come serotonina e dopamina).
Molti farmaci antidepressivi (come gli SSRI) impiegano settimane per funzionare proprio perché il loro obiettivo finale non è solo aumentare la serotonina, ma stimolare indirettamente la produzione di BDNF.
L’esercizio fisico agisce sulla stessa via biochimica, ma spesso in modo più rapido e naturale, motivo per cui viene definito un “potenziatore neurotrofico”.
Uno studio condotto dall’Università del Sichuan, pubblicato sul Journal of Affective Disorders, identifica l’adolescenza come una finestra di suscettibilità critica. La metanalisi evidenzia che:
Soggetti fisicamente attivi presentano una riduzione del rischio di Disturbo Depressivo Maggiore (MDD) compresa tra il 15% e il 22%.
È stata identificata una soglia minima di efficacia pari a 20 minuti di attività moderata con frequenza trisettimanale.
Una revisione sistematica su circa 70.000 soggetti pubblicata su Psychiatry Research conferma che l’esercizio strutturato produce miglioramenti clinicamente rilevanti nel 40% dei pazienti affetti da disturbi d’ansia. L’efficacia è stata riscontrata sia in protocolli aerobici che di resistenza, agendo su:
Miglioramento dell’architettura del sonno e dei ritmi circadiani.
Riduzione della tensione neuromuscolare e dello stress reattivo.
Potenziamento delle funzioni esecutive e dei processi decisionali.
Oltre alla componente metabolica, l’esercizio fisico — specialmente se praticato in contesti collettivi — contrasta l’isolamento sociale, fattore di rischio primario per la salute mentale. È interessante notare come la letteratura recente estenda il beneficio anche alla fruizione passiva di eventi sportivi. Tale fenomeno sarebbe mediato dall’attivazione del sistema dei neuroni specchio, promuovendo un senso di appartenenza e riducendo il carico allostatico derivante dalla solitudine.
Va pertanto ribadita con forza la necessità di integrare l’esercizio fisico nei protocolli di neuropsicofarmacologia clinica. La prescrizione medica dello sport deve includere parametri precisi (F.I.T.T.: Frequenza, Intensità, Tempo, Tipo) per massimizzare l’effetto di potenziamento sinergico con i trattamenti farmacologici e psicoterapeutici tradizionali.
In psicosomatica, la tiroide è considerata l’organo del ritmo, della comunicazione e del tempo. Essendo situata alla base del collo, funge da ponte tra il corpo (istinto e bisogni) e la testa (razionalità e controllo). Quando questa ghiandola non funziona correttamente, il corpo sta spesso urlando un disagio legato a “quanto velocemente” stiamo vivendo o a “quanto” ci sentiamo autorizzati a esprimere la nostra verità. La tiroide regola il metabolismo, ovvero la velocità con cui trasformiamo l’energia. Simbolicamente, rappresenta il nostro metabolismo esistenziale.
L’ipertiroidismo in psicosomatica ovvero “Correre per sopravvivere”
Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di urgenza cronica. Il messaggio psicosomatico é: “Devo fare tutto in fretta”, “Non c’è tempo”, “Devo anticipare i pericoli” e interessa persone iperattive, che cercano di controllare tutto, spesso spinte da un profondo senso di insicurezza. La persona “brucia” le tappe per paura di restare indietro o di non essere all’altezza.
Al contrario, l’ipotiroidismo rallenta tutto. Il corpo entra in “risparmio energetico”. In questo secondo caso il messaggio psicosomatico è “Non ce la faccio più”, “Voglio fermarmi”, “Mi chiudo in me stesso” e riguarda individui il cui profilo psicosomatico spesso nasconde una delusione profonda o la rinuncia ai propri desideri. È il corpo che dice “basta” a un ritmo che non appartiene più all’anima, portando a stanchezza e apatia come forma di protezione dal mondo esterno.
La posizione della tiroide coincide con il quinto chakra (nella tradizione orientale), legato alla creatività e alla parola. In psicosomatica, i problemi alla tiroide (soprattutto i noduli) possono essere collegati a parole non dette (come emozioni, rabbia o bisogni che “restano in gola“) oppure alla creatività repressa. In questo secondo caso è il sentire di avere un potenziale o un talento che non trova sfogo nella vita quotidiana a causa di obblighi o doveri.
Secondo alcune scuole di psicosomatica (come la Nuova Medicina di Hamer o la Biodecodifica), la tiroide risponde a un conflitto di tempo in termini di velocità (sentire che le cose vanno troppo veloci e non si riesce a stare al passo e oppure desiderare che il tempo passi più in fretta per uscire da una situazione spiacevole oppure un conflitto di impotenza (per esempio sentire di avere le “mani legate” e non poter agire tempestivamente per cambiare una situazione).
Ma cosa fare concretamente per provare ad uscire da situazioni di questo genere?
In molti casi occorre lavorare su ritmo, espressione e controllo
Il ritmo riguarda il sentire che la mia vita sta andando troppo veloce o troppo lenta per i miei desideri reali, mentte l’espressione interessa il sentire che ci potrebbe essere qualcosa che vorrei dire o fare, ma che sto trattenendo “in gola” per paura o senso del dovere. Anche il tema del controllo è ricorrente: sto cercando di controllare ogni dettaglio della mia vita per paura di un imprevisto?
Lavorare sulla psicosomatica non sostituisce mai la terapia medica ma la potenzia. Affiancare alla cura farmacologica un percorso di psicoterapia o tecniche di rilassamento (come lo yoga o la mindfulness) aiuta a “disinnescare” lo stress che mantiene la ghiandola sotto pressione.
Utile poi anche l’utilizzo (sempre su indicazione di professionisti qualificati) l’utilizzo di alcuni rimedi naturali come la prunella vulgaris.
La Prunella vulgaris, conosciuta comunemente come Brunella o “erba del rammendo”, è una pianta della famiglia delle Lamiaceae utilizzata da secoli nella medicina tradizionale, specialmente in quella cinese (dove è nota come Xia Ku Cao).
Negli ultimi anni, l’interesse scientifico si è concentrato proprio sul suo legame con la tiroide, ma è fondamentale distinguere tra ciò che dice la tradizione e ciò che conferma la medicina moderna.
La prunella vulgaris come potenziale rimedio fitoterapico per proteggere la tiroide
Nella medicina tradizionale cinese, la Prunella è considerata un rimedio d’elezione per “disperdere il calore” e “ridurre i noduli“. Ecco come agisce secondo gli studi preliminari (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36118009/)
La pianta viene spesso utilizzata come coadiuvante nel trattamento del gozzo e dei noduli tiroidei. Si ritiene che i suoi composti (come l’acido rosmarinico) abbiano proprietà anti-infiammatorie e anti-proliferative che potrebbero aiutare a ridurre il volume dei tessuti infiammati.
Alcune ricerche suggeriscono che la Prunella possa avere un effetto lievemente inibitorio sulla funzione tiroidea. Ed è studiata per chi soffre di ipertiroidismo (morbo di Graves) o di altre alterazioni del funzionamento della tiroide.
Poiché molte patologie tiroidee (come la tiroidite di Hashimoto o il Graves) sono di natura autoimmune, l’azione della Prunella sul sistema immunitario è di grande interesse. Aiuterebbe a modulare la risposta infiammatoria del corpo contro la ghiandola.
Nonostante sia un rimedio naturale, “naturale” non significa privo di rischi, specialmente quando si tocca l’equilibrio delicato degli ormoni:
Interazione con i farmaci: Se assumi Eutirox (levotiroxina) o farmaci antitiroidei (come il Tapazole), la Prunella potrebbe interferire con il dosaggio.
Effetto “Iodio”: Sebbene la pianta in sé non sia una fonte primaria di iodio come le alghe, il suo effetto sulla captazione dello iodio è ancora oggetto di studio.
Gravidanza e Allattamento: L’uso è generalmente sconsigliato in queste fasi per mancanza di dati sulla sicurezza.
Nota di cautela: La tiroide è una “centralina” sensibilissima. Prima di integrare la Prunella vulgaris nella tua routine, è indispensabile consultare un endocrinologo. Il rischio di sballare i valori del TSH con il fai-da-te è concreto.