Tag: neuroinfiammazione

  • FITOTERAPIA E CITOCHINE INFIAMMATORIE NELLE MALATTIE MENTALI

    L’interesse scientifico verso la fitoterapia (l’uso di piante medicinali) nel trattamento delle malattie mentali è cresciuto notevolmente, in particolare esplorando la capacità di alcuni estratti vegetali di modulare le citochine infiammatorie e la neuroinfiammazione.

    Questa area di ricerca si inserisce nell’ambito dell’Immunopsichiatria, che riconosce nell’infiammazione cronica a basso grado un fattore eziologico comune in disturbi come la depressione e l’ansia.

    Molte piante medicinali contengono composti bioattivi (fitocomplessi) che possiedono note proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Queste proprietà sono centrali nella potenziale efficacia contro i disturbi mentali legati alla neuroinfiammazione:

    Il meccanismo d’azione più studiato è la capacità di molti fitoestratti di ridurre la produzione o l’attività delle citochine pro-infiammatorie come:

    Interleuchina-1 beta (IL-1)

    Interleuchina-6 (IL-6)

    Fattore di Necrosi Tumorale alfa (TNF-α)

    Queste citochine, se elevate, attraversano la barriera emato-encefalica (o ne segnalano l’attivazione) e inducono la neuroinfiammazione, alterando il metabolismo dei neurotrasmettitori e la plasticità sinaptica (come visto in precedenza).

    Alcuni composti vegetali agiscono bloccando gli enzimi chiave della cascata infiammatoria periferica e centrale:

    Inibizione delle MAO e IDO: Sebbene noti per l’azione sulla ricaptazione dei neurotrasmettitori, alcuni composti come l’Iperico (Erba di San Giovanni) e altri fitoterapici agiscono a più livelli. Le citochine pro-infiammatorie attivano l’enzima IDO (indolamina 2,3-diossigenasi), deviando il triptofano (precursore della serotonina) verso la produzione di metaboliti neurotossici (es. acido chinurenico). La modulazione di questa via è un obiettivo chiave per i fitoterapici antinfiammatori.

    Inibizione di COX/LOX: Piante come la Boswellia o il Ribes Nigrum (pur non essendo specificamente ansiolitiche/antidepressive, ma spesso usate come adiuvanti) inibiscono gli enzimi Ciclossigenasi (COX) e Lipossigenasi (LOX), riducendo la sintesi di prostaglandine e leucotrieni, potenti mediatori infiammatori.

    Effetto Antiossidante e Neuroprotettivo

    L’infiammazione cronica è spesso associata a un aumento dello stress ossidativo (produzione di radicali liberi) nel cervello, che danneggia i neuroni. Molti fitocomplessi (come quelli contenuti in Bacopa Monnieri o la papaya fermentata) sono ricchi di antiossidanti che:

    Neutralizzano i Radicali Liberi: Proteggono le cellule cerebrali (neuroni e microglia) dai danni ossidativi.

    Modulano la Microglia: Contribuiscono a mantenere le cellule della microglia (le cellule immunitarie residenti del cervello) in uno stato non reattivo, prevenendo la neuroinfiammazione.

    Diverse piante sono oggetto di ricerca specifica per la loro interazione con il sistema immunitario e le citochine in contesti psichiatrici:

    Pianta (Nome Scientifico)Nome ComuneMeccanismo Antinfiammatorio/Modulante
    Withania somniferaAshwagandha (Ginseng Indiano)Regola l’Asse HPA e ha dimostrato di ridurre le citochine pro-infiammatorie, agendo come adattogeno.
    Hypericum perforatumIperico (Erba di San Giovanni)L’azione è principalmente quella di inibire la ricaptazione di neurotrasmettitori, ma ha anche azioni antinfiammatorie e antiossidanti che contribuiscono alla sua efficacia antidepressiva.
    Curcuma longaCurcumaLa curcumina inibisce fattori di trascrizione pro-infiammatori (come NF-kB), modulando efficacemente la produzione di citochine.
    Melissa officinalisMelissaOltre all’azione GABAergica, i suoi componenti hanno mostrato un’azione anti-infiammatoria e antiossidante, rilevante nel contesto ansia/depressione.
    Ganoderma lucidumFungo ReishiClassificato come un immunomodulatore, è studiato per le sue proprietà analgesiche e antinfiammatorie che possono migliorare l’equilibrio omeostatico.

    La fitoterapia offre un approccio pleiotropico (a bersagli multipli) per il trattamento dei disturbi mentali, agendo non solo sui neurotrasmettitori classici, ma anche, e forse in modo più fondamentale per un sottogruppo di pazienti, sulla cascata infiammatoria e ossidativa che è alla base della neuroinfiammazione e della psicopatologia.

    Fonte: Maniscalco, A. (2024). Ansia e fitoterapia: una revisione delle evidenze cliniche e delle applicazioni farmacologiche.

  • L’IMPRESSIONATE RELAZIONE TRA INFIAMMAZIONE E DEPRESSIONE

    La ricerca scientifica ha accumulato prove significative sulla relazione bidirezionale tra depressione e infiammazione, suggerendo che l’infiammazione cronica a basso grado possa essere un fattore eziologico (causa) e un marcatore biologico del Disturbo Depressivo Maggiore (DDM). L’idea che l’infiammazione sia coinvolta nell’eziologia della depressione non è nuova (risale agli anni ’90 con la “teoria macrofagica della depressione”), ma ha guadagnato molta forza negli ultimi decenni. Molti studi trasversali e prospettici hanno dimostrato che i pazienti affetti da DDM presentano livelli plasmatici più elevati di citochine pro-infiammatorie (come l’Interleuchina-1 beta (IL-1β), l’Interleuchina-6 (IL-6) e il Fattore di Necrosi Tumorale alfa (TNF-α)) e di proteine di fase acuta (come la Proteina C-Reattiva ad alta sensibilità o hsCRP) rispetto agli individui sani. L’infusione di citochine pro-infiammatorie in modelli animali o nell’uomo (ad esempio, nei pazienti oncologici trattati con interferone-alfa) induce una “malattia comportamentale” che riproduce molti sintomi della depressione (come anedonia, affaticamento, ritiro sociale).Alcune ricerche hanno analizzato se elevati livelli di infiammazione in soggetti sani aumentino il rischio di sviluppare depressione in futuro. Ad esempio, uno studio ha riscontrato che elevati valori basali di marcatori infiammatori (come la hsCRP e il VEGF) in pazienti con malattia cardiaca coronarica non depressi erano associati a una futura insorgenza di depressione. L’infiammazione periferica non si limita al corpo, ma si estende al cervello attraverso la neuroinfiammazione, un processo che altera la normale funzione cerebrale:

    Alterazione dei Neurotrasmettitori: Le citochine pro-infiammatorie possono influenzare il metabolismo del triptofano (precursore della serotonina) attraverso l’attivazione dell’enzima IDO (indolamina 2,3-diossigenasi). Questo porta a una riduzione della serotonina (uno dei neurotrasmettitori chiave nella depressione) e a un aumento di metaboliti neurotossici (come l’acido chinurenico) che danneggiano i neuroni. La neuroinfiammazione cronica danneggia i neuroni, altera la comunicazione tra le cellule cerebrali (plasticità sinaptica) e può portare a disfunzioni cognitive tipiche della depressione. Le citochine sono strettamente legate al sistema endocrino, e possono alterare la regolazione dell’asse dello stress (Asse HPA), portando a un’eccessiva secrezione di cortisolo, un’alterazione anch’essa ampiamente associata alla depressione. La relazione tra infiammazione e depressione ha aperto la strada a nuove strategie di trattamento, nell’ottica della cosiddetta “Immunopsichiatria”. Meta-analisi di studi clinici randomizzati e controllati hanno suggerito che l’aggiunta di farmaci antinfiammatori (come FANS, statine, acidi grassi Omega-3 o minociclina) alla terapia antidepressiva tradizionale può ridurre i sintomi depressivi in modo più efficace rispetto al solo placebo. La ricerca si sta concentrando su molecole con azione più specifica, come l’Interleuchina-2 (IL-2) a dosi molto basse, che ha dimostrato di migliorare la risposta ai farmaci antidepressivi in pazienti selezionati, agendo sull’immunomodulazione. L’obiettivo ultimo è sviluppare biomarcatori (esami del sangue per misurare l’infiammazione) che permettano di identificare i pazienti “infiammati” in modo da poter somministrare immediatamente una terapia personalizzata basata su antidepressivi con effetto antinfiammatorio o l’aggiunta di un farmaco antinfiammatorio specifico. La ricerca attuale sostiene con forza che l’infiammazione non è solo una conseguenza della depressione, ma un meccanismo biologico centrale nel suo sviluppo e nella sua persistenza in un sottogruppo di pazienti. Questo apre prospettive entusiasmanti per una psichiatria più personalizzata che integri l’approccio psichiatrico tradizionale con strategie che mirano a modulare la risposta immunitaria e infiammatoria.