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  • PRENDERSI CURA DELLA PROPRIA ATTENZIONE E CONCENTRAZIONE MENTALE

    “La società della stanchezza” (Müdigkeitsgesellschaft) è un saggio filosofico molto influente scritto da Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano che insegna in Germania che analizza la società contemporanea e i suoi mali, proponendo una tesi centrale: il passaggio dalla Società Disciplinare alla Società della Prestazione.

    Han sostiene che siamo passati dalla “società disciplinare” descritta da Foucault (caratterizzata da divieti, istituzioni come prigioni, manicomi, fabbriche) a una “società della prestazione” (o società del “poter fare”). Nella società della prestazione, l’imperativo non è più il “tu devi” (obbedienza) ma il “tu puoi” (iniziativa, illimitata possibilità). L’assenza di un “Altro” o di un’autorità esterna che impone il lavoro non porta alla vera libertà. L’individuo introietta l’istanza di dominio e diventa sfruttatore e sfruttato di sé stesso. Siamo spinti a ottimizzare costantemente la nostra performance, credendo di realizzare la nostra libertà. Le malattie della nostra epoca non sono più principalmente quelle infettive (dovute a un “Estraneo” esterno, come nella società immunologica), ma quelle “da usura” o “da eccesso di positività”. Tra queste, l’autore annovera in particolare la depressione, il burnout e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), che sono viste come manifestazioni patologiche di questa coazione alla prestazione. La società è pervasa dall’eccesso di stimoli, informazioni e impulsi (“positività” intesa come ciò che è disponibile, accessibile, e che spinge all’attività) e questo eccesso non lascia spazio alla negatività (intesa come l’Altro, la distanza, la pausa, la resistenza) e porta a una saturazione e a una stanchezza cronica. La stanchezza che domina la società è una stanchezza che isola e chiude, frutto dell’iperattività e dell’auto-sfruttamento. Han propone, in contrapposizione, una “stanchezza positiva” (a volte identificata con la stanchezza biblica o quella del “giorno sacro” del riposo) che è capace di aprire lo sguardo sul mondo, di permettere la contemplazione e di interrompere il ciclo mortifero della produzione e della prestazione. Il libro è una critica profonda al neoliberalismo e all’ossessione per l’efficienza e la performance che logora l’individuo e lo rende cronicamente stanco e depresso, nonostante l’illusione di essere libero e autodeterminato.

    Non sappiamo se questa posizione sia condivisibile o meno, ma certo è che il numero di persone che si rivolgono in studio per problemi di stanchezza cronica causata da iper lavoro sta aumentando. Imparare a darsi un limite, a pensare a momenti di recuperaro e condivisione con l’altro potrebbe essere salvifico.