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  • COSA E’ LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE E PERCHE’ FUNZIONA

    La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è attualmente uno dei modelli più diffusi e validati scientificamente a livello mondiale. In poche parole: si basa sull’idea che non sono gli eventi in sé a crearci sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo.

    Ecco una guida sintetica per capire come funziona e perché è così efficace.


    1. I Tre Pilastri: Pensieri, Emozioni, Comportamenti

    La CBT lavora su un triangolo di influenze reciproche. Se cambi uno di questi elementi, influenzi inevitabilmente gli altri due:

    • Cognizione (Pensieri): Quello che diciamo a noi stessi (es. “Non ce la farò mai”).
    • Emozione: Come ci sentiamo di conseguenza (es. Ansia, tristezza).
    • Comportamento: Quello che facciamo per reagire (es. Evitare una sfida, isolarsi).

    2. Come funziona in pratica?

    A differenza di altri approcci che scavano profondamente nel passato o nell’inconscio, la CBT è orientata allo scopo e focalizzata sul presente.

    Le fasi principali:

    1. Psicoeducazione: Il terapeuta ti spiega come funziona il tuo disturbo e come i tuoi pensieri influenzano il tuo malessere.
    2. Ristrutturazione Cognitiva: Si impara a identificare i “pensieri automatici negativi” (distorsioni cognitive) e a sostituirli con pensieri più realistici e funzionali.
    3. Esposizione e Modifica Comportamentale: Si affrontano gradualmente le situazioni temute per rompere le abitudini dannose (come l’evitamento o i rituali compulsivi).

    3. Caratteristiche distintive

    Perché sceglierla? Ecco cosa la rende unica rispetto ad altre forme di terapia:

    CaratteristicaDescrizione
    PraticaSi concentra sulla risoluzione di problemi concreti della vita quotidiana.
    CollaborativaTerapeuta e paziente lavorano insieme come una squadra (“empirismo collaborativo”).
    A breve termineSpesso richiede meno tempo rispetto ad analisi profonde (solitamente dai 6 ai 12 mesi).
    Compiti a casaInclude spesso esercizi pratici da fare tra una seduta e l’altra (diari, esperimenti comportamentali).

    Perché è così popolare?

    È considerata il “gold standard” per il trattamento di molti disturbi, tra cui:

    • Ansia e Attacchi di panico
    • Depressione
    • Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)
    • Fobie
    • Disturbi del sonno

  • INFIAMMAZIONE E NERVO VAGO: LE 3 VIE

    Quando parliamo del nervo vago come “interruttore” dell’infiammazione, entriamo nel campo affascinante della riflessologia neurale. Il nervo vago non è solo un sensore, ma un vero e proprio gestore del sistema immunitario.

    Esistono tre vie principali attraverso cui il nervo vago esercita il suo potere antinfiammatorio, agendo come un ponte tra il cervello e il corpo.


    1. Il Riflesso Antinfiammatorio (Via Afferente)

    Questa è la via del monitoraggio. Il nervo vago funge da “sensore di fumo” del corpo.

    • Come funziona: Le fibre sensoriali (afferenti) del vago rilevano la presenza di citochine infiammatorie (come il TNF−α e l’IL−1β) prodotte dai macrofagi nei tessuti.
    • Il risultato: Il segnale arriva al tronco encefalico, informando il cervello che c’è un’infiammazione in corso. Questo attiva le risposte protettive delle altre due vie.

    2. La Via Colinergica Antinfiammatoria (Via Efferente)

    Questa è la via più famosa e studiata, scoperta dal Dr. Kevin Tracey. È un meccanismo diretto e rapidissimo.

    • Come funziona: Il segnale parte dal cervello e scende lungo il vago fino agli organi. Qui, le terminazioni nervose rilasciano acetilcolina (ACh).
    • Il bersaglio: L’acetilcolina si lega a recettori specifici (chiamati recettori nicotinici α7nAChR) presenti sulla superficie dei macrofagi.
    • Il risultato: Questo legame “spegne” la produzione di citochine infiammatorie. È letteralmente un comando di stop cellulare.

    3. L’Asse Simpatico-Vagale (Via Splenica)

    Questa via è più complessa perché coinvolge un “ponte” tra il sistema parasimpatico (vago) e quello simpatico, concentrandosi sulla milza.

    • Come funziona: Il nervo vago stimola il ganglio celiaco, che a sua volta attiva il nervo splenico. Quest’ultimo rilascia noradrenalina nella milza.
    • La particolarità: La noradrenalina spinge una specifica popolazione di globuli bianchi (cellule T) a produrre acetilcolina proprio all’interno della milza.
    • Il risultato: La milza, che è il principale “filtro” del sangue, smette di immettere in circolo mediatori infiammatori, riducendo l’infiammazione sistemica.

    Sintesi delle vie

    ViaMeccanismo PrincipaleOrgano/Bersaglio Chiave
    AfferenteRilevamento citochineCervello (Feedback)
    ColinergicaRilascio di AcetilcolinaMacrofagi tissutali
    SplenicaAsse Vago-SplenicoMilza

    Capire queste vie spiega perché tecniche come la respirazione diaframmatica profonda, la meditazione o la stimolazione elettrica del vago possono effettivamente ridurre i livelli di infiammazione cronica nel corpo.

  • PICCOLI CAMBIMENTI QUOTIDIANI PER GRANDI RISULTATI

    PICCOLI CAMBIMENTI QUOTIDIANI PER GRANDI RISULTATI

    Oggi proponiamo una riflessione sulla validità dei piccoli cambiamenti incrementali rispetto ai grandi obiettivi radicali. Per elevare questo concetto a un livello scientificamente approfondito, dobbiamo analizzare i meccanismi della neuroplasticità, della psicologia comportamentale e della biochimica neuronale.

    Piccole abitudini possono cambiare la nostra neurobiologia

    Per decenni, l’approccio psicologico al miglioramento personale è stato dominato dal concetto di “cambiamento radicale”. Tuttavia, l’evidenza empirica e le moderne neuroscienze suggeriscono che la chiave per una trasformazione duratura risieda nell’implementazione di micro-abitudini (o atomic habits), ovvero cambiamenti comportamentali di portata minima ma ad alta frequenza.

    Ogni volta che adottiamo un nuovo comportamento, il nostro cervello avvia un processo di neuroplasticità. Se l’obiettivo è troppo ambizioso, il sistema limbico — in particolare l’amigdala — può interpretare il cambiamento come una minaccia o uno stressor, attivando una risposta di resistenza che porta alla frustrazione e all’abbandono. Al contrario, le micro-abitudini (come eseguire cinque flessioni o praticare tre minuti di mindfulness) operano “sotto il radar” del sistema di allerta cerebrale. Ripetendo costantemente queste azioni, si rinforzano i percorsi sinaptici attraverso la mielinizzazione, rendendo il comportamento progressivamente automatico e meno dispendioso dal punto di vista cognitivo.

    La Teoria del “Habit Stacking” e i Trigger Ambientali

    La letteratura scientifica, resa popolare da autori come James Clear e BJ Fogg, sottolinea l’importanza del condizionamento operante. Un’abitudine non nasce nel vuoto, ma risponde a un ciclo specifico:

    1. Segnale (Cue): Un trigger ambientale (es. il risveglio).
    2. Desiderio (Craving): L’anticipazione di una ricompensa.
    3. Risposta (Response): L’azione minima (bere un bicchiere d’acqua).
    4. Ricompensa (Reward): Il rilascio di dopamina.

    Per strutturare un piano di Habit Stacking (stratificazione delle abitudini) che sia scientificamente efficace, dobbiamo sincronizzare le tue azioni con i ritmi circadiani e la disponibilità di risorse cognitive (carico glicidico e riserve di dopamina).

    Ma come operare concretamente? Il segreto non è creare nuovo tempo, ma utilizzare abitudini già consolidate come “ancore” bio-comportamentali. Un’ancora deve essere un’azione che compi ogni giorno senza sforzo volitivo come per esempio fare il caffè, lavarsi i denti, chiudere la porta di casa, spegnere il computer. Una volta fatto questo è opportuno sincronizzare i ritmi circadiani.

    La biologia suggerisce come non tutti i momenti della giornata siano uguali per inserire nuove abitudini ma occorra procedere a fasi definite:

    Fase 1 (0-8 ore dal risveglio): Alti livelli di cortisolo e dopamina. È il momento ideale per le micro-abitudini che richiedono un minimo di sforzo o disciplina (es. attività fisica, studio breve).

    Fase 2 (9-15 ore dal risveglio): Il cortisolo cala, la serotonina aumenta. Ideale per abitudini di riflessione, gratitudine o ordine (es. meditazione, journaling).

    Fase 3 (Pre-sonno): Focus sul rilassamento e l’abbassamento della temperatura corporea.

    Rispettando questa suddivisione di fasi possiamo ottenere grandi benefici senza stravolgere la nostra vita.

    Esistono poi delle strategie di ottimizzazione utili per facilitare ulteriormente l’acquisizione delle nuove abitudini (come per esempio la “regola dei 2 Minuti”, il “visual cuenig” e il “point and call”).

    La prima, detta “la regola dei due minuti” consiste nell’introdurre un’abitudine così breve da non poter essere rifiutata dal cervello (non “leggere un libro”, ma “leggere una pagina”).

    La seconda (il Visual Cueing) è finalizzata a rendere visibile il segnale. Un esempio pratico potrebbe essere dato dal mettere un bicchiere vuoto in un luogo visibile per ricordarci di bere più liquidi

    Una terza strategia potrebbe essere rappresentata dal “Point and Call”, ossia pronunciare ad alta voce l’azione appena compiuta (“Ho bevuto l’acqua”). Dalla psicologia comportamentale sappiamo come questo aumenti la consapevolezza neuronale del successo, rilasciando una piccola dose di dopamina che fissa il loop.

    Il passaggio da un’azione volontaria (che richiede sforzo ed energia metabolica) a un automatismo avviene nei gangli della base. Quando sommiamo piccoli cambiamenti quotidiani, non stiamo semplicemente “facendo qualcosa di buono”, ma stiamo letteralmente ricablando la nostra architettura neurale.

    La somma di questi vettori comportamentali minimi produce, nel lungo periodo, una deviazione significativa della traiettoria del benessere individuale, minimizzando il rischio di burnout decisionale.

    Piccoli cambiamenti appunto per grandi risultati!

  • INTESTINO E PSICHE: CHI CONDIZIONA CHI?

    Le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD) rappresentano patologie complesse, multifattoriali, caratterizzate da una disregolazione cronica della risposta immunitaria, influenzata da predisposizione genetica, fattori ambientali e, in modo significativo, dal microbiota intestinale. Un’attenzione crescente è stata posta sull’interazione bidirezionale tra il sistema nervoso centrale (SNC) e il sistema nervoso enterico (SNE), definita asse intestino-cervello (Gracie et al., 2018), che modula la risposta infiammatoria e la manifestazione clinica delle IBD. Questo studio si è prefissato l’obiettivo di investigare l’associazione tra la composizione del microbiota intestinale, la presenza di disbiosi e l’entità dei sintomi depressivi, ansiosi, i livelli di stress percepito, la qualità di vita e i sintomi gastrointestinali in pazienti affetti da IBD.

    Un numero sempre maggiore di studi sembra associare psiche e intestino

    È stato condotto uno studio longitudinale su un campione di 50 pazienti adulti affetti da IBD, reclutati presso l’Ambulatorio di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’Ospedale “S.S. Annunziata” di Chieti. Sono stati inclusi esclusivamente pazienti in fase di quiescenza (attività di malattia clinicamente e biochimicamente in remissione).È stata effettuata la raccolta di campioni fecali per l’analisi e la caratterizzazione molecolare del microbiota intestinale e la valutazione dello stato di disbiosi. Contemporaneamente, sono stati somministrati i seguenti strumenti psicometrici standardizzati per la valutazione dei construct psicologici e clinici:

    Sintomi Gastrointestinali: Gastrointestinal Symptom Rating Scale (GSRS)

    Qualità della Vita correlata alla salute (HRQoL): Inflammatory Bowel Disease Questionnaire (IBDQ)

    Stress Percepito: Perceived Stress Scale (PSS)

    Sintomi di Depressione e Ansia: Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS)

    L’analisi del campione ha rivelato che il 55,75% dei soggetti presentava disbiosi intestinale (alterazione dell’equilibrio microbico) e il 44,25% manifestava una generica alterazione della composizione del microbiota.

    Le analisi di correlazione hanno evidenziato associazioni statisticamente significative tra:

    Elevati livelli di Actinobacteria con una maggiore sintomatologia gastrointestinale (GSRS) ed elevati livelli di Actinobacteria con una scarsa Qualità di Vita (punteggi IBDQ inferiori). Ma è stato anche osservato l’aumento della disbiosi intestinale e un incremento dello stress percepito (PSS) e dei sintomi correlati all’ansia (HADS-A).

    L’analisi di regressione ha dimostrato che lo stress percepito e la sintomatologia ansiosa risultavano essere predittori significativi dello stato di disbiosi intestinale. Specifici taxa batterici, correlati alla Qualità di Vita, mostravano anche una significativa inter-predittività.

    I risultati ottenuti indicano che le alterazioni nella composizione del microbiota intestinale e la presenza di disbiosi non erano primariamente influenzate dall’attività della malattia (essendo il campione in fase di remissione), ma mostravano una forte associazione con la sintomatologia psicologica (ansia e stress percepito).

    Queste evidenze supportano la rilevanza clinica dell’asse intestino-cervello nelle IBD in fase di quiescenza. La consapevolezza di questa interconnessione psiconeuroendocrinoimmunologica apre la strada a nuove strategie terapeutiche multimodali che integrino l’approccio gastroenterologico con interventi mirati alla salute mentale (es. gestione dello stress, psicoterapia) e alla modulazione del microbiota, per ottimizzare il benessere complessivo del paziente.

    Le alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi) non sono solo una conseguenza diretta dell’attività infiammatoria della malattia (IBD), ma sono strettamente e indipendentemente associate alla sintomatologia psicologica, in particolare ansia e stress percepito.

    Oltre a questo studio molti altri dati suggeriscono un’associazione causale o bidirezionale in cui la disbiosi e i cambiamenti specifici nella composizione batterica possono avere un impatto diretto sul benessere mentale. Lo stress percepito e i sintomi ansiosi sono stati identificati come predittori significativi dell’entità della disbiosi intestinale, evidenziando una forte influenza dello stato mentale sulla salute microbica. La comunicazione tra intestino e cervello avviene attraverso diversi canali:

    1)     I batteri intestinali producono e modulano i livelli di neurotrasmettitori (come il GABA e la serotonina, che influenzano l’umore e l’ansia) e di acidi grassi a catena corta (SCFA come butirrato), i quali agiscono come segnali che raggiungono il cervello.

    2)     La disbiosi può aumentare la permeabilità della barriera intestinale (“leaky gut”), portando a un aumento della traslocazione batterica o dei loro prodotti. Questo innesca un’infiammazione sistemica di basso grado, la quale è strettamente correlata all’eziologia della depressione e dell’ansia.

    3)     Il Nervo Vago fornisce una connessione diretta e rapida, consentendo ai segnali enterici di influenzare direttamente l’attività cerebrale.

    La comprensione di questa relazione bidirezionale è cruciale perché apre la strada a nuove strategie di intervento note come terapie psicobiotici attraverso un approccio Olistico.

    Si tratta di promuovere un benessere ottimale e in molti casi anche la guarigione considerando la salute intestinale (tramite dieta, probiotici/prebiotici, trapianto di microbiota fecale) insieme agli aspetti psicologici (terapie per stress e ansia) e trattando la salute fisica e mentale come un unico processo.

         Fonte:

    1. Zito, L. (2025). Interazione tra il microbiota intestinale ei fattori psicologici in pazienti affetti da Inflammatory Bowel Disease in remissione; https://tesidottorato.depositolegale.it/handle/20.500.14242/190296

    2)   Burgio, E. B. E. Disturbi psicologici e malattie autoimmuni? La causa è nell’intestino;

    3)   MARASCO, M. L’asse microbiota-intestino-cervello: il ruolo di questa interazione nei disturbi psichiatrici, neurodegenerativi e del neurosviluppo. https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/29030

    4) MENCHINI, L. (2021). ASSE INTESTINO-CERVELLO: CAUSE ED EFFETTI DELLA DISBIOSI NELL’INSORGENZA DI MALATTIE NEURODEGENERATIVE, DISTURBI DELLA PSICHE E POSSIBILI INTERVENTI NUTRACEUTICI. https://etd.adm.unipi.it/t/etd-05052021-115424/

  • PSICOFISIOLOGIA DEL BENESSERE, EPIGENETICA E BENEFICI

    La Psicofisiologia del Benessere è un campo interdisciplinare che studia la relazione bidirezionale tra i processi psicologici (mente) e i processi fisiologici (corpo), con un focus specifico sulla promozione e il mantenimento di uno stato di benessere ottimale. Essa si basa sul principio che la mente e il corpo non sono entità separate, ma un sistema integrato in cui pensieri, emozioni e stress influenzano direttamente le funzioni biologiche (es. ritmo cardiaco, respirazione, attività ormonale) e viceversa.

    La psicofisiologia del benessere ha un visione olistica (adotta cioè una visione olistica della persona, considerando l’individuo nella sua totalità (fisica, emotiva, cognitiva) e studia studia come le emozioni si manifestano nel corpo e come le persone possono imparare a autoregolare le proprie risposte fisiologiche e cognitive per migliorare la propria salute e benessere.

    Questo campo si avvale di diverse tecniche per la misurazione, l’intervento e l’autoregolazione:

    Biofeedback: Permette di misurare e monitorare in tempo reale alcune risposte fisiologiche (come la frequenza cardiaca, la tensione muscolare, la conduttanza cutanea) e di imparare a modificarle volontariamente per raggiungere uno stato di rilassamento o controllo.

    Neurofeedback: Simile al biofeedback, ma focalizzato sull’attività cerebrale (onde EEG), per allenare il cervello a produrre schemi di onde più funzionali al rilassamento, alla concentrazione o alla gestione dello stress.

    Tecniche Psicocorporee: Include pratiche come lo yoga, la Bioenergetica, la Mindfulness e le tecniche di respirazione (come quelle descritte nel libro “Respirando le emozioni: Psicofisiologia del benessere”), che mirano a sciogliere i blocchi fisici ed emotivi e ad aumentare la consapevolezza corporea. La Psicofisiologia del Benessere viene applicata in diversi ambiti:

    Gestione dello Stress e Ansia: Aiuta a riconoscere e modificare le risposte fisiologiche disfunzionali allo stress cronico.

    Potenziamento Cognitivo e Performance: Utilizzata per migliorare l’attenzione, la concentrazione e le prestazioni in ambito lavorativo, sportivo o scolastico (spesso tramite la Neuropsicologia del Benessere).

    Promozione della Salute: Contribuisce alla prevenzione e al supporto nel trattamento di disturbi psicosomatici e di alcune patologie croniche.

    Grazie alla psicofisiologia del Benessere è possibile fornire una base scientifica per comprendere come prenderci cura della nostra salute fisica attraverso la gestione della nostra vita emotiva e mentale.