Il legame tra psiche e intestino non è solo una suggestione romantica o un modo di dire (“avere fegato”, “sentire le farfalle nello stomaco”): è una realtà biologica solidissima.
In psicosomatica, l’intestino è considerato il nostro “secondo cervello”. Esiste infatti un asse bidirezionale (asse intestino-cervello) che collega il sistema nervoso centrale con il sistema nervoso enterico attraverso il nervo vago e segnali biochimici.
Ma quali sono le emozioni “che parlano” attraverso la pancia?
L’intestino ha il compito di assimilare ciò che ci nutre e lasciare andare ciò che è tossico o superfluo. In chiave psicosomatica, i problemi intestinali spesso riflettono difficoltà nel gestire questi processi emotivi. Per esempio le difficoltà a “digerire” un evento, come un torto subito, una notizia improvvisa o una situazione lavorativa pesante. Oppure trattenere il controllo o la paura e la insicurezza. Sotto il primo aspetto chi soffre di stipsi spesso ha difficoltà a lasciar andare il passato, le emozioni o il controllo sulla propria vita, mentre sotto il secondo si possono presentare disturbi come la colite o la diarrea che possono rappresentare il desiderio inconscio di “espellere” rapidamente una situazione che ci spaventa o che non ci sentiamo in grado di gestire.
La ricerca scientifica ha confermato che stress, ansia e depressione possono alterare la motilità intestinale e la sensibilità viscerale, ma non è “tutto nella tua testa”. La connessione è chimica poiché la serotonina (l’ormone del buon umore) è prodotta per circa il 95% è prodotta nell’intestino. Se l’intestino è in fiamme, anche l’umore ne risente, e viceversa. Ma anche il microbiota intestinale gioca un ruolo di primo piano. Lo stress altera la flora batterica intestinale e un microbiota alterato (disbiosi) invia segnali di allarme al cervello, creando un circolo vizioso di ansia e malessere fisico.
La psicosomatica non esclude però la medicina tradizionale. È fondamentale indagare prima le cause organiche (intolleranze, infiammazioni, patologie) con un medico, per poi integrare il percorso con un lavoro sull’ascolto delle proprie emozioni. Spesso, quando l’intestino “urla”, ci sta chiedendo di rallentare o di prestare attenzione a qualcosa che stiamo ignorando a livello conscio. Anche in questi casi la psicosomatica si può utilmente alleare con la fitoterapia. Sotto quest’ultimo aspetto gli studi non mancano:(https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7003480/).
L’integrazione di Pistacia lentiscus (conosciuto anche come Mastice di Chios o Lentisco) in contesti di infiammazioni intestinali gravi rappresenta un campo di grande interesse per la fitoterapia moderna. Quando parliamo di condizioni “gravi”, ci riferiamo solitamente a patologie come la Rettocolite Ulcerosa (RCU) o la Malattia di Crohn, che rientrano nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI/IBD). In questo tipo di infiammazioni, il corpo produce un eccesso di molecole infiammatorie chiamate citochine (come il TNF-α e l’IL-6). La Pistacia lentiscus agisce come un modulatore sia nell’inibizione dei mediatori (riducendo la produzione di queste citochine e “spegnendo” il segnale che autoalimenta l’infiammazione nella mucosa intestinale) e sia nella riduzione dell’Ossido Nitrico (il lentisco riduce l’enzima iNOS. Livelli troppo alti di NO nelle pareti intestinali sono tipici delle fasi acute delle coliti).
Nelle infiammazioni croniche, le “giunzioni strette intestinali” che tengono unite le cellule dell’intestino si allentano, permettendo a tossine e batteri di passare nel sangue. Sotto questo aspetto il Lentisco favorisce la produzione di muco protettivo e aiuta a mantenere l’integrità della membrana, agendo come una sorta di “cerotto naturale” che protegge le aree ulcerate dal contatto con i succhi gastrici e i residui fecali irritanti.
Inoltre a differenza degli antibiotici sintetici che possono distruggere la flora batterica “buona”, la Pistacia lentiscus ha dimostrato proprietà antibatteriche selettive (tant’è che è particolarmente nota per il contrasto all’Helicobacter pylori nello stomaco ma nell’intestino aiuta a tenere sotto controllo la proliferazione di agenti patogeni che potrebbero complicare un quadro infiammatorio già compromesso (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10419108/).
La Mastica di chios è indicata sia nell’infiammazione lieve (colon irritabile) e sia nell’infiammazione definita “grave”, per le quali la farmacologia propone come risposta cicli ripetetuti di mesalazina, steroidi o farmaci biologici.
La Pistacia lentiscus può essere un eccellente coadiuvante per prolungare le fasi di remissione (quando la malattia non è attiva), ridurre il dosaggio dei farmaci (sempre sotto stretto controllo medico) e migliorare la qualità della vita riducendo i sintomi residui come gonfiore e fastidio addominale.
La Mastic (Pistacia lentiscus) se adeguatamente concentrata è particolarmente efficace nel proteggere le mucose dello stomaco e dell’intestino, aiutando anche contro il batterio Helicobacter pylori e se associata al Lithothamnion calcareum (un’alga rossa ricca di calcio e magnesio organici che funziona come un “tampone” naturale che contrasta l’acidità e apporta minerali essenziali per il trofismo delle membrane), può dare risultati davvero importanti senza effetti collaterali o controindicazioni.
In psicosomatica, l’apparato gastrointestinale è considerato il “secondo cervello” (sistema nervoso enterico). Non è solo una metafora: l’intestino e il cervello comunicano costantemente attraverso l’asse intestino-cervello, rendendo il sistema digerente il palcoscenico principale dove vengono messe in scena le emozioni che non riusciamo a “digerire” a livello conscio.
Esiste una connessione biochimica e neurologica bidirezionale. Lo stress attiva il sistema nervoso simpatico, che rallenta la digestione o ne altera la motilità, causando dolore e infiammazione.
In psicosomatica, ogni segmento dell’apparato digerente corrisponde a una fase dell’elaborazione di un’esperienza poichè lo stomaco deve “accogliere” il cibo e “aggredirlo” con gli acidi per scomporlo. I disturbi che posso interessare lo stomaco sono molteplici e includono gastrite, iperacidità, nausea e vomito. Gastrite e Iperacidità rappresentano spesso una rabbia inespressa, un “bruciore” per un’ingiustizia subita o il senso di non riuscire a mandare giù un boccone amaro (un evento, una persona, una critica) mentre la nausea e il vomito esprimono il rifiuto netto di una situazione. “Non ne voglio sapere, lo espello”.
Anche l’intestino rappresenta poi un mondo a parte: l‘Intestino Tenue è il laboratorio dove avviene la separazione tra ciò che è utile e ciò che è scarto, e le difficoltà di assorbimento possono indicare una tendenza a essere troppo analitici o critici, perdendosi nei dettagli della vita senza riuscire a trarne nutrimento vitale. Il Colon invece ha a che fare con “il trattenere e il lasciare andare“.
L’intestino crasso infine è legato alla capacità di abbandonare il passato. La stipsi (Stitichezza) è simbolicamente il trattenere e può indicare avarizia (non solo economica, ma emotiva), paura di perdere il controllo o difficoltà a separarsi da vecchi schemi mentali e ricordi. La colite e la diarrea rappresentano il bisogno di liberarsi in fretta di qualcosa di percepito come pericoloso o inaccettabile. Spesso legata all’ansia da prestazione: “Voglio che finisca presto”. La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) è forse il disturbo psicosomatico per eccellenza. Si manifesta spesso in persone molto responsabili e perfezioniste che tendono a controllare eccessivamente le proprie emozioni e che vivono un conflitto tra il desiderio di compiacere gli altri e il bisogno di ribellarsi. L’intestino “irritato” riflette un’irritabilità emotiva che non trova sfogo a parole o con le azioni.
Come intervenire oltre il Sintomo
Sebbene la dieta e i farmaci (come procinetici o antispastici) siano fondamentali per gestire il dolore acuto, l’approccio psicosomatico suggerisce di ascoltare il corpo (per esempio chiedersi “Cosa sta succedendo nella mia vita che non riesco a digerire?” proprio quando compare il dolore), gestire lo stress (attraverso tecniche di rilassamento, mindfulness o training autogeno aiutano a de-tendere la muscolatura liscia viscerale) e la psicoterapia (utile per identificare i “bocconi amari” che abbiamo inghiottito senza reagire).
Quando il “secondo cervello” è in fiamme, l’obiettivo è disinnescare la risposta di allarme del sistema nervoso che tiene contratti i muscoli involontari dell’addome.
Ecco tre tecniche efficaci per allentare la tensione psicosomatica:
1. Respirazione Diaframmatica (Il “Massaggio Interno”)
È lo strumento più potente per stimolare il nervo vago, che è il freno naturale dello stress. Sdraiati o siediti comodamente si mette una mano sul petto e l’altra sulla pancia (sopra l’ombelico) e si esegue un semplice esercizio si ispira lentamente con il naso facendo gonfiare solo la pancia (la mano sul petto deve restare ferma) e si espira con la bocca socchiusa lasciando che la pancia si sgonfi dolcemente. Questo movimento esegue un massaggio meccanico sugli organi interni e segnala al cervello che il “pericolo” è passato, riducendo l’acidità e i crampi.
2. Esercizio di “Rilascio del Boccone” (Visualizzazione)
Utile quando si avverte lo stomaco chiuso o “un nodo” dovuto a un evento specifico. Si chiudono gli occhi e si individuano il punto esatto della tensione (es. bocca dello stomaco). Si visualizza quella tensione come un oggetto fisico (un sasso, un nodo, una morsa) e mentre si espira, si immagina che quell’oggetto si sciolga o che lo si stia finalmente “sputando” o lasciando andare. Infine si accompagna il gesto con l’affermazione mentale: “Non ho bisogno di trattenere questo peso, posso lasciarlo scorrere”.
3. Automassaggio Viscerale Dolce
Se senti l’intestino contratto (stipsi o colite), lo si può aiutare manualmente seguendo un percorso fisiologico usando un olio caldo (mandorle o lavanda) eseguendo dei piccoli cerchi in senso orario partendo in basso a destra (vicino all’anca), salendo verso le costole, attraversando l’addome e scendendo a sinistra. Il senso orario è fondamentale poichè segue il transito intestinale e aiuta a “sbloccare” il ristagno energetico e fisico.
Un piccolo trucco per la quotidianità
Spesso i disturbi psicosomatici peggiorano perché “mangiamo le nostre emozioni”. Prova a fare questo test: la prossima volta che sei a tavola e senti tensione, fermati un istante e chiediti: “Sto mangiando perché ho fame o sto cercando di soffocare un pensiero?”. Se è la seconda, fai tre respiri profondi prima di continuare.
Il reflusso gastroesofageo, in psicosomatica, rappresenta uno dei segnali più chiari di un conflitto tra ciò che accogliamo e ciò che vorremmo respingere. Se lo stomaco è il luogo della “digestione” degli eventi, l’esofago è il canale di passaggio: il reflusso è, letteralmente, un’inversione di marcia biologica.
Ecco l’analisi dettagliata del significato profondo di questo disturbo:
1. Il “Boccone Amaro” che risale
A differenza della gastrite (che è rabbia che brucia dentro), il reflusso indica qualcosa che è già stato “inghiottito” ma che il nostro sistema profondo rifiuta di elaborare. Esso rappresenta una situazione, una frase o una persona che abbiamo accettato per dovere o per educazione, ma che in realtà ci “disgusta” o ci risulta inaccettabile. L’acido che sale verso l’alto è il tentativo simbolico di riportare fuori ciò che non doveva entrare.
2. La Sfida all’Autorità e il “Mandare giù”
Il reflusso colpisce spesso chi vive una discrepanza tra il proprio ruolo sociale/professionale e i propri desideri reali. Spesso si manifesta in chi deve “mandare giù” direttive, critiche o atteggiamenti di un superiore o di un partner dominante senza poter replicare. È la protesta silenziosa. Non potendo urlare o rispondere verbalmente (l’esofago è vicino alle corde vocali), l’organismo usa l’acido per “esprimersi”.
3. L’Incapacità di Dire di No
Chi soffre di reflusso spesso ha difficoltà a porre dei confini. In psicosomatica, la valvola (il cardias) che non chiude bene simboleggia una difficoltà nel mettere un limite tra l’esterno e l’interno. “Sono così aperto e disponibile che lascio entrare tutto, anche ciò che mi fa male, e ora il mio corpo sta cercando di rimediare al mio eccesso di accondiscendenza”.
4. Differenze di Sfumatura
Bruciore retrosternale (dietro il petto): È vicino al cuore. Indica spesso un dolore affettivo “acido”, una delusione amorosa o familiare che non riusciamo a digerire.
Rigurgito acido in bocca: Indica che il conflitto è arrivato al limite della parola. Sei quasi pronto a dire quello che pensi, ma l’emozione rimane bloccata a metà strada, irritando i tessuti.
Cosa suggerisce la Psicosomatica per guarire?
Imparare a filtrare: Non accettare tutto passivamente. Chiediti: “Questa situazione mi appartiene davvero o la sto subendo?”.
Esprimere l’acidità: Trova un modo sano per far uscire la rabbia o il dissenso. Se non puoi parlare direttamente alla persona interessata, scrivi una lettera (anche senza spedirla) o fai attività fisica intensa.
Il momento del pasto: Il reflusso peggiora se mangi con l’ansia. Trasforma il pasto in un rito in cui “accogli” solo cose buone, isolandoti dalle preoccupazioni lavorative.
In psicosomatica, l’atto di masticare questa resina dura che si scioglie lentamente ha un valore simbolico fortissimo: aiuta a “masticare e sminuzzare” i problemi che ci sembrano troppo duri da digerire.
Esiste poi una resina utilissima per i problemi gastrointestinali che ci può essere molto utile: la mastica di chios. Ma cos’è esattamente la mastica di chios?
Si tratta di una resina naturale prodotta esclusivamente dall’albero del lentisco (Pistacia lentiscus) nell’isola greca di Chios. Dal 2014 è protetta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Non è solo tradizione: la scienza conferma proprietà straordinarie:
Antisettico naturale: È l’unico rimedio naturale con efficacia provata contro l’Helicobacter pylori, il batterio responsabile di molte gastriti e ulcere.
Antinfiammatorio: Riduce l’infiammazione del tratto gastrointestinale (ottima per colite e morbo di Crohn in fase lieve come confermato in una recente ricerca: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37569412).
Protettivo gastrico: Forma una sorta di pellicola sulle pareti dello stomaco, proteggendole dall’acidità eccessiva (reflusso).
Esistono tre modi principali per assumerla, a seconda del tuo obiettivo:
Formato
Utilizzo ideale
Come si usa
Lacrime (Resina grezza)
Riflessologia orale e gastrite
Si mastica come una gomma (senza deglutirla subito). All’inizio è dura, poi diventa elastica.
Polvere
Ulcere e reflusso
Si scioglie mezzo cucchiaino in un bicchiere d’acqua (o yogurt) al mattino a digiuno.
Capsule
Trattamento d’urto (H. Pylori)
Seguire il dosaggio dell’erborista (solitamente 500mg-1g al giorno).
Se il tuo disturbo è psicosomatico, ti consiglio la resina grezza (le lacrime).
Masticare la Mastiha richiede tempo e pazienza. In psicosomatica, questo esercizio aiuta a:
Scaricare la tensione mandibolare: Molte persone che soffrono di stomaco soffrono anche di bruxismo (serrano i denti per la rabbia).
Rallentare: Non puoi masticare la Mastiha di fretta. Ti costringe a un ritmo più lento, preparando lo stomaco all’accoglienza.
La trovi nelle migliori erboristerie o nei negozi di prodotti biologici/greci. Assicurati che sia la “Chios Mastiha originale” (PDO – Denominazione di Origine Protetta) per evitare resine comuni di pino che non hanno gli stessi effetti terapeutici.
Piccola dritta: Se la mastichi, all’inizio sentirai un sapore di pino e terra molto intenso, quasi amaro. È normale! Dopo pochi minuti diventa più neutro e rinfrescante.
1. La Tisana “Balsamo di Chios”
Se hai a disposizione la polvere di Mastiha, puoi preparare una bevanda lenitiva perfetta per i momenti di forte stress gastrico o reflusso.
Ingredienti:
1 tazza d’acqua (circa 200ml)
1/2 cucchiaino di polvere di Mastiha (circa 1g)
1 cucchiaino di semi di finocchio (per il gonfiore)
Un pizzico di zenzero fresco (opzionale, per la nausea)
Preparazione:
Porta l’acqua a ebollizione con i semi di finocchio e lo zenzero.
Lascia in infusione per 5-7 minuti e poi filtra.
Importante: Aggiungi la polvere di Mastiha solo quando l’acqua è tiepida (non bollente), per non alterare i suoi oli essenziali.
Mescola bene finché non si scioglie parzialmente (tende a precipitare sul fondo, quindi continua a mescolare mentre bevi).
Mentre la assumi, prova a visualizzare la resina che scende e “sigilla” le pareti dello stomaco, proprio come fa sull’albero per proteggerlo dalle ferite della corteccia. È un esercizio di autocura molto potente.
Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).
L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono:
Flavonoidi: Come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive.
Glicosidi Cianogenetici: Presenti in tracce minime (che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici), esercitano un’azione blandamente sedativa.
Tannini e Saponine: Contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti.
Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:
Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.
Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).
Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.
Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico.
Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).
La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6:
2. Come funziona? (Il meccanismo “Serratura e Chiave”)
Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie dei neuroni. Esistono due tipi principali:
GABA-A (Recettori Ionotropici): Sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.
GABA-B (Recettori Metabotropici): Agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.
Il risultato finale? La carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.
Il ginestrino e il GABA possono aiutare la mente nel focus e nell’attenzione
Il GABA non serve “solo” per la calma; è fondamentale per l’equilibrio biologico poiché inibisce i circuiti della paura nell’amigdala, migliora la qualità del sonno (durante la notte, i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno) regola il controllo motorio intervenendo sul tono muscolare (bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori) e aumenta il focus mentale in quanto “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), il GABA permette una concentrazione più pulita.
Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA come le benzodiazepine che si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici), l’alcool (che mima l’azione del GABA causando rilassamento iniziale e perdita di coordinazione) e alcuni fitoterapici (come il Ginestrino i cui flavonoidi agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici). Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente. A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per la distonia Neurovegetativa (in quanto regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici) e l’insonnia da “Ruminazione” (poiché è particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna). Il ginestrino ha anche dimostrato una potenziale antidepressiva importante (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32178424/)
Oggi vorrei condividere con voi alcuni importanti riflessioni in merito ad una ghiandola nota ma spesso trascurata: la tiroide.
La tiroide è spesso definita l’orologio biologico del nostro corpo. In ambito psicosomatico, questa ghiandola non si limita a regolare il metabolismo, ma riflette il nostro rapporto con il tempo, l’urgenza e la realizzazione personale.
Dal punto di vista della medicina psicosomatica, la tiroide funge da ponte tra il cervello (pensiero) e il resto del corpo (azione).
In psicosomatica, la tiroide è legata alla capacità di “esprimere la propria voce” e di dare ritmo alla propria vita. Le problematiche insorgono spesso quando c’è un conflitto tra il ritmo interno della persona e le richieste del mondo esterno. Le più comuni forme di alterazione tiroidea inclusono l’ipertiroidismo e l’ipotiroidismo.
Ipertiroidismo: “La corsa contro il tempo”
Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di iper-efficienza e accelerazione costante. Il conflitto spesso nasce dal bisogno inconscio di fare tutto velocemente per sopravvivere a una minaccia o per ottenere approvazione, mentre il profilo psicologico riporta a persone che si sentono indispensabili, che non sanno delegare e che vivono con la sensazione che “il tempo non basti mai”. Anche il messaggio del corpo è coerente con questo quadro: “Devo correre più forte per essere all’altezza”.
Ipotiroidismo: “Il freno a mano tirato”
L’ipotiroidismo rappresenta un rallentamento generale delle funzioni vitali. In questo caso il conflitto può derivare da un senso di rassegnazione o dalla sensazione di essere schiacciati da responsabilità troppo grandi e il profilo psicologico emerge in chi ha rinunciato a esprimere i propri desideri o si sente bloccato in una situazione che non può cambiare. Il rallentamento è una forma di “sciopero” o di protezione dal mondo esterno ed è collegato ad preciso messaggio del corpo: “Mi fermo, non voglio più subire questo ritmo”.
In psicosomatica esiste poi anche un legame tra tiroide e Comunicazione. La posizione della tiroide, situata nella gola, è strategicamente importante. È la zona del quinto chakra (secondo le tradizioni orientali), il centro dell’espressione e della creatività. Molti disturbi tiroidei sono preceduti da anni di parole non dette, emozioni soffocate o pianti trattenuti. Se una persona sente di non poter realizzare i propri progetti o di non poter dire la propria verità, la zona della gola può accumulare una tensione che si riflette sulla ghiandola.
Un approccio integrato potrebbe offrire migliori risultati nei problemi alla tiroide
È fondamentale ricordare che la psicosomatica non sostituisce la medicina convenzionale. Se i valori di TSH, T3 e T4 sono alterati, la terapia farmacologica (come l’Eutirox o i farmaci antitiroidei) è essenziale. Tuttavia, affiancare un percorso psicologico può aiutare a rimodulare il ritmo imparando a gestire l’ansia da prestazione e il senso di urgenza, dare voce ai bisogni imparando a comunicare in modo assertivo senza “ingoiare il rospo” e ascoltare il corpo (comprendendo cosa sta cercando di dirci quel rallentamento o quell’accelerazione improvvisa).
Va inoltre ricordato come la tiroide sia estremamente sensibile allo stress (cortisolo). Spesso, un trauma o un periodo di forte pressione emotiva agiscono da “trigger” per patologie autoimmuni come la Tiroidite di Hashimoto.
In una visione integrata occorre però ricordare come alcuni studi importanti abbiano chiaramente mostrato enormi potenzialità nel trattamento di alcune diffuse patologie tiroidee di un estratto vegetale: la prunella vulgaris.
La ricerca scientifica sulla Prunella vulgaris L. in relazione alla tiroide è molto attiva, specialmente negli ultimi anni (2020-2026), con un focus particolare sulla medicina integrata. La pianta è utilizzata da secoli nella medicina tradizionale cinese (nota come Xia Ku Cao), ma gli studi moderni stanno cercando di mappare i meccanismi molecolari esatti.
L’estratto mostra importanti azioni protettive sia nel caso della tiroidite di hashimoto che nell’ipertiroidismo e morbo di graves.
Tiroidite di Hashimoto (Autoimmune)
È il campo dove la ricerca è più promettente. Studi pubblicati su Frontiers in Endocrinology e Heliyon (2020-2025) indicano che la Prunella agisce come immunomodulatore innato attraverso una riduzione anticorpi. È stato infatti dimostrato che l’estratto di Prunella può ridurre significativamente i titoli di TPO-Ab (anti-perossidasi) e TG-Ab (anti-tireoglobulina) attraverso un meccanismo che agisce sulle cellule Th17 (linfociti T helper) e sopprime le citochine infiammatorie (come TNF-α e IL-6) tramite l’inibizione del segnale HMGB1/TLR9. In pratica, aiuta a “calmare” l’attacco immunitario contro la ghiandola. L’estratto inoltre garantisce una protezione cellulare (come confermato da studi del 2024 che suggeriscono come essa protegga i tireociti (le cellule della tiroide) dal danno ossidativo causato da un eccesso di iodio.
Ipertiroidismo e Morbo di Graves
Una meta-analisi sistematica pubblicata su Frontiers in Pharmacology (Febbraio 2025) ha analizzato l’uso della Prunella in combinazione con i farmaci antitiroidei (ATD).
Sinergia: L’aggiunta di Prunella alla terapia standard ha mostrato una maggiore riduzione di T3 e T4 libero rispetto ai soli farmaci, riducendo anche il rischio di recidive.
Stress Ossidativo: La ricerca (2024) indica che il componente attivo luteolina, presente nella pianta, riequilibra il rapporto tra cellule T-regolatorie e T-follicolari, riducendo lo stress ossidativo tipico del Graves.
Anche nellatiroidite subacuta, la Prunella è studiata per ridurre la dipendenza dai corticosteroidi (prednisone) offrendo un risparmio di farmaci. Pubblicazioni sugli Annals of Translational Medicine hanno riportato che l’uso di Prunella permette di ridurre il dosaggio di cortisone mantenendo la stessa velocità di remissione del dolore e del gonfiore tiroideo, minimizzando così gli effetti collaterali del farmaco.
Infine la prunella si è dimostrata utilissima nel supporto al trattamento ai noduli tiroide.
Studi di meta-analisi (2021) su trial clinici randomizzati suggeriscono che la Prunella, usata come coadiuvante alla levotiroxina, può aiutare a ridurre il diametro dei noduli tiroidei e migliorare l’efficacia clinica complessiva del trattamento.
Le ricerche di “Network Pharmacology” (farmacologia di rete) hanno isolato i seguenti composti come responsabili degli effetti sulla tiroide:
Acido Rosmarinico: Il principale responsabile dell’azione anti-infiammatoria e della riduzione degli anticorpi.
Luteolina: Fondamentale per la modulazione del sistema immunitario nell’ipertiroidismo.
Quercetina e Kaempferolo: Agiscono sui percorsi di morte cellulare (apoptosi), proteggendo il tessuto ghiandolare sano.
Sebbene ci sia una “forte evidenza” (cit. ResearchGate 2025) per l’efficacia della Prunella vulgaris, la maggior parte degli autori concorda su come il fitoterapico sia più efficace come terapia adiuvante (associata ai farmaci) piuttosto che come cura unica e presenti un profilo di sicurezza elevato, con rari effetti collaterali (principalmente lievi rush cutanei o disturbi gastrici in soggetti sensibili).
Le riviste Frontiers in Endocrinology e Heliyon sono state tra le più attive negli ultimi anni (periodo 2020-2025) nel pubblicare studi di Network Pharmacology (farmacologia di rete) e trial clinici sulla Prunella vulgaris applicata alle patologie tiroidee.
Una delle pubblicazioni più citate (spesso indicata come studio di Network Pharmacology) ha analizzato come i composti della Prunella interagiscano con le proteine umane nella Tiroidite di Hashimoto e nel Graves.
Identificazione dei Target: Lo studio ha identificato 14 composti attivi (tra cui Quercetina, Luteolina e Acido Kaempferolico) che agiscono su oltre 150 geni correlati alla tiroide.
Percorso Stat3/IL-6: La ricerca evidenzia che la Prunella inibisce il percorso di segnalazione STAT3. Questo è cruciale perché STAT3 promuove l’infiammazione e la sopravvivenza dei linfociti autoreattivi che attaccano la tiroide.
Regolazione delle T-reg: Lo studio conclude che l’estratto favorisce l’equilibrio tra cellule Th17 (pro-infiammatorie) e cellule Treg (regolatorie), riducendo l’aggressione autoimmune.
In un importante studio multicentrico e di revisione pubblicato su Heliyon, i ricercatori si sono concentrati sull’efficacia clinica della Prunella nel trattamento dei noduli tiroidei benigni e hanno osservato una riduzione del volume. Nel corso della ricerca i dati mostrano che la somministrazione di estratti di Prunella spesso in combinazione con terapie standard porta a una riduzione statisticamente significativa del volume dei noduli rispetto al gruppo di controllo. Inoltre sono state osservate un’azione anti-angiogenica (la ricerca suggerisce che la Prunella inibisca il fattore di crescita vascolare endoteliale (VEGF), riducendo l’apporto di sangue al nodulo e frenandone la crescita. La rivista Heliyon riporta che l’incidenza di effetti collaterali è estremamente bassa, rendendola un’opzione valida per trattamenti a lungo termine sotto supervisione medica.
L’eccesso di iodio potrebbe essere mitigata da prunella vulgaris
Sia Frontiers che Heliyon hanno esplorato il “paradosso dello iodio”. Un eccesso di iodio può scatenare tiroiditi autoimmuni in soggetti predisposti. Gli studi indicano che l’Acido Rosmarinico contenuto nella Prunella agisce come uno scudo antiossidante, prevenendo l’apoptosi (morte cellulare) dei tireociti indotta dall’eccesso di iodio.
Secondo queste riviste, la Prunella vulgaris non agisce “come un farmaco” che sostituisce l’ormone, ma come un modulatore di sistema:
Target Molecolare
Effetto riscontrato (Frontiers/Heliyon)
Patologia di riferimento
TNF-α / IL-6
Riduzione dell’infiammazione sistemica
Tiroidite di Hashimoto
VEGF
Inibizione della vascolarizzazione del nodulo
Noduli Tiroidei
STAT3
Soppressione dell’attacco autoimmune
Morbo di Graves / Hashimoto
Caspasi-3
Protezione dalla morte cellulare
Danni da eccesso di Iodio
Le pubblicazioni su queste testate concordano sul fatto che la Prunella vulgaris è particolarmente efficace nel ridurre il titolo anticorpale (TPO-Ab e TG-Ab) e nel migliorare l’ecogenicità della ghiandola (segno di minore infiammazione).
L’attuale panorama epidemiologico evidenzia un incremento della prevalenza delle patologie psichiatriche superiore al 30% nell’ultimo decennio, con picchi critici nelle coorti degli adolescenti, dei giovani adulti, della popolazione geriatrica e nel genere femminile. In questo contesto, la Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf) propone un cambio di paradigma: la transizione dell’attività fisica da “consiglio comportamentale generico” a prescrizione clinica strutturata.
Tale approccio non si limita al benessere generale, ma si configura come un protocollo terapeutico mirato, volto a mitigare la vulnerabilità biologica e psicosociale associata alla sedentarietà.
L’efficacia dell’esercizio fisico nel trattamento dei disturbi dell’umore risiede nella sua capacità di modulare la neurochimica cerebrale e la plasticità neuronale. I principali sistemi coinvolti sono:
Sistemi Monoaminergici: L’attività motoria induce una regolazione dei circuiti dopaminergici (coinvolti nella ricompensa e nella motivazione) e serotoninergici (fondamentali per la regolazione dell’umore e dell’ansia).
Neuroplasticità: L’esercizio fisico stimola la sintesi del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), facilitando la sinaptogenesi e contrastando l’atrofia ippocampale spesso osservata nella depressione maggiore.
Asse HPA (Ipotalamo-Ipofisi-Surrene): L’attività fisica regolare ottimizza la risposta allo stress, riducendo i livelli basali di cortisolo e migliorando la resilienza neurologica.
Ma cosa è il BDNF?
Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor o Fattore Neurotrofico Derivato dal Cervello) è una proteina appartenente alla famiglia delle neurotrofine. Agisce come un vero e proprio “fertilizzante” per il sistema nervoso centrale e periferico.
Nella gerarchia biochimica del cervello, il BDNF è una delle molecole più importanti per la sopravvivenza dei neuroni esistenti e la crescita di nuovi neuroni.
Il BDNF svolge tre ruoli critici che spiegano perché l’attività fisica sia così efficace contro ansia e depressione:
Contrariamente a quanto si credeva in passato, il cervello adulto può produrre nuovi neuroni, specialmente nell’ippocampo (la sede della memoria e della regolazione emotiva). Il BDNF è il principale mediatore di questo processo.
Il BDNF facilita il potenziamento a lungo termine (LTP – Long-Term Potentiation), il meccanismo attraverso il quale le connessioni tra i neuroni (sinapsi) si rafforzano. In termini semplici: aiuta il cervello a imparare, adattarsi e “ricablarsi” per superare schemi di pensiero negativi.
Protegge i neuroni dallo stress ossidativo e dalla morte cellulare programmata (apoptosi). In condizioni di forte stress cronico o depressione, i livelli di BDNF crollano, portando a una sorta di “atrofia” cerebrale; l’esercizio fisico inverte questo processo.
Quando i muscoli si contraggono durante lo sport, rilasciano nel sangue una proteina chiamata irisina. Questa proteina è in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e stimolare l’espressione del gene del BDNF nel cervello.
L’attivazione del recettore specifico del BDNF, chiamato TrkB (Tropomyosin receptor kinase B), innesca una cascata di segnali intracellulari che portano ad un aumento della densità dendritica (poichè i neuroni diventano più “ramificati”) e ad una migliore comunicazione chimica (in quanto le sinapsi diventano più efficienti nello scambio di neurotrasmettitori come serotonina e dopamina).
Molti farmaci antidepressivi (come gli SSRI) impiegano settimane per funzionare proprio perché il loro obiettivo finale non è solo aumentare la serotonina, ma stimolare indirettamente la produzione di BDNF.
L’esercizio fisico agisce sulla stessa via biochimica, ma spesso in modo più rapido e naturale, motivo per cui viene definito un “potenziatore neurotrofico”.
Uno studio condotto dall’Università del Sichuan, pubblicato sul Journal of Affective Disorders, identifica l’adolescenza come una finestra di suscettibilità critica. La metanalisi evidenzia che:
Soggetti fisicamente attivi presentano una riduzione del rischio di Disturbo Depressivo Maggiore (MDD) compresa tra il 15% e il 22%.
È stata identificata una soglia minima di efficacia pari a 20 minuti di attività moderata con frequenza trisettimanale.
Una revisione sistematica su circa 70.000 soggetti pubblicata su Psychiatry Research conferma che l’esercizio strutturato produce miglioramenti clinicamente rilevanti nel 40% dei pazienti affetti da disturbi d’ansia. L’efficacia è stata riscontrata sia in protocolli aerobici che di resistenza, agendo su:
Miglioramento dell’architettura del sonno e dei ritmi circadiani.
Riduzione della tensione neuromuscolare e dello stress reattivo.
Potenziamento delle funzioni esecutive e dei processi decisionali.
Oltre alla componente metabolica, l’esercizio fisico — specialmente se praticato in contesti collettivi — contrasta l’isolamento sociale, fattore di rischio primario per la salute mentale. È interessante notare come la letteratura recente estenda il beneficio anche alla fruizione passiva di eventi sportivi. Tale fenomeno sarebbe mediato dall’attivazione del sistema dei neuroni specchio, promuovendo un senso di appartenenza e riducendo il carico allostatico derivante dalla solitudine.
Va pertanto ribadita con forza la necessità di integrare l’esercizio fisico nei protocolli di neuropsicofarmacologia clinica. La prescrizione medica dello sport deve includere parametri precisi (F.I.T.T.: Frequenza, Intensità, Tempo, Tipo) per massimizzare l’effetto di potenziamento sinergico con i trattamenti farmacologici e psicoterapeutici tradizionali.
In psicosomatica, la tiroide è considerata l’organo del ritmo, della comunicazione e del tempo. Essendo situata alla base del collo, funge da ponte tra il corpo (istinto e bisogni) e la testa (razionalità e controllo). Quando questa ghiandola non funziona correttamente, il corpo sta spesso urlando un disagio legato a “quanto velocemente” stiamo vivendo o a “quanto” ci sentiamo autorizzati a esprimere la nostra verità. La tiroide regola il metabolismo, ovvero la velocità con cui trasformiamo l’energia. Simbolicamente, rappresenta il nostro metabolismo esistenziale.
L’ipertiroidismo in psicosomatica ovvero “Correre per sopravvivere”
Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di urgenza cronica. Il messaggio psicosomatico é: “Devo fare tutto in fretta”, “Non c’è tempo”, “Devo anticipare i pericoli” e interessa persone iperattive, che cercano di controllare tutto, spesso spinte da un profondo senso di insicurezza. La persona “brucia” le tappe per paura di restare indietro o di non essere all’altezza.
Al contrario, l’ipotiroidismo rallenta tutto. Il corpo entra in “risparmio energetico”. In questo secondo caso il messaggio psicosomatico è “Non ce la faccio più”, “Voglio fermarmi”, “Mi chiudo in me stesso” e riguarda individui il cui profilo psicosomatico spesso nasconde una delusione profonda o la rinuncia ai propri desideri. È il corpo che dice “basta” a un ritmo che non appartiene più all’anima, portando a stanchezza e apatia come forma di protezione dal mondo esterno.
La posizione della tiroide coincide con il quinto chakra (nella tradizione orientale), legato alla creatività e alla parola. In psicosomatica, i problemi alla tiroide (soprattutto i noduli) possono essere collegati a parole non dette (come emozioni, rabbia o bisogni che “restano in gola“) oppure alla creatività repressa. In questo secondo caso è il sentire di avere un potenziale o un talento che non trova sfogo nella vita quotidiana a causa di obblighi o doveri.
Secondo alcune scuole di psicosomatica (come la Nuova Medicina di Hamer o la Biodecodifica), la tiroide risponde a un conflitto di tempo in termini di velocità (sentire che le cose vanno troppo veloci e non si riesce a stare al passo e oppure desiderare che il tempo passi più in fretta per uscire da una situazione spiacevole oppure un conflitto di impotenza (per esempio sentire di avere le “mani legate” e non poter agire tempestivamente per cambiare una situazione).
Ma cosa fare concretamente per provare ad uscire da situazioni di questo genere?
In molti casi occorre lavorare su ritmo, espressione e controllo
Il ritmo riguarda il sentire che la mia vita sta andando troppo veloce o troppo lenta per i miei desideri reali, mentte l’espressione interessa il sentire che ci potrebbe essere qualcosa che vorrei dire o fare, ma che sto trattenendo “in gola” per paura o senso del dovere. Anche il tema del controllo è ricorrente: sto cercando di controllare ogni dettaglio della mia vita per paura di un imprevisto?
Lavorare sulla psicosomatica non sostituisce mai la terapia medica ma la potenzia. Affiancare alla cura farmacologica un percorso di psicoterapia o tecniche di rilassamento (come lo yoga o la mindfulness) aiuta a “disinnescare” lo stress che mantiene la ghiandola sotto pressione.
Utile poi anche l’utilizzo (sempre su indicazione di professionisti qualificati) l’utilizzo di alcuni rimedi naturali come la prunella vulgaris.
La Prunella vulgaris, conosciuta comunemente come Brunella o “erba del rammendo”, è una pianta della famiglia delle Lamiaceae utilizzata da secoli nella medicina tradizionale, specialmente in quella cinese (dove è nota come Xia Ku Cao).
Negli ultimi anni, l’interesse scientifico si è concentrato proprio sul suo legame con la tiroide, ma è fondamentale distinguere tra ciò che dice la tradizione e ciò che conferma la medicina moderna.
La prunella vulgaris come potenziale rimedio fitoterapico per proteggere la tiroide
Nella medicina tradizionale cinese, la Prunella è considerata un rimedio d’elezione per “disperdere il calore” e “ridurre i noduli“. Ecco come agisce secondo gli studi preliminari (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36118009/)
La pianta viene spesso utilizzata come coadiuvante nel trattamento del gozzo e dei noduli tiroidei. Si ritiene che i suoi composti (come l’acido rosmarinico) abbiano proprietà anti-infiammatorie e anti-proliferative che potrebbero aiutare a ridurre il volume dei tessuti infiammati.
Alcune ricerche suggeriscono che la Prunella possa avere un effetto lievemente inibitorio sulla funzione tiroidea. Ed è studiata per chi soffre di ipertiroidismo (morbo di Graves) o di altre alterazioni del funzionamento della tiroide.
Poiché molte patologie tiroidee (come la tiroidite di Hashimoto o il Graves) sono di natura autoimmune, l’azione della Prunella sul sistema immunitario è di grande interesse. Aiuterebbe a modulare la risposta infiammatoria del corpo contro la ghiandola.
Nonostante sia un rimedio naturale, “naturale” non significa privo di rischi, specialmente quando si tocca l’equilibrio delicato degli ormoni:
Interazione con i farmaci: Se assumi Eutirox (levotiroxina) o farmaci antitiroidei (come il Tapazole), la Prunella potrebbe interferire con il dosaggio.
Effetto “Iodio”: Sebbene la pianta in sé non sia una fonte primaria di iodio come le alghe, il suo effetto sulla captazione dello iodio è ancora oggetto di studio.
Gravidanza e Allattamento: L’uso è generalmente sconsigliato in queste fasi per mancanza di dati sulla sicurezza.
Nota di cautela: La tiroide è una “centralina” sensibilissima. Prima di integrare la Prunella vulgaris nella tua routine, è indispensabile consultare un endocrinologo. Il rischio di sballare i valori del TSH con il fai-da-te è concreto.
La relazione tra i mitocondri e il microbiota intestinale è un’interazione bidirezionale e fondamentale per la salute cellulare e sistemica. I metaboliti prodotti dai batteri intestinali influenzano direttamente la funzione mitocondriale e, allo stesso modo, la salute dei mitocondri può influenzare la composizione del microbiota (https://www.nature.com/articles/ncomms13419). Tale relazione sembra manifestarsi anche con chiara evidenza nel corso di attività fisica (sportiva o altro: si veda https://www.frontiersin.org/journals/physiology/articles/10.3389/fphys.2017.00319/full)
Il microbiota intestinale influenza in modo diretto i mitocondri e la loro funzione
Il microbiota intestinale produce una vasta gamma di metaboliti che vengono assorbiti e agiscono come molecole segnale o fonti di energia per le cellule dell’ospite, influenzando in particolare i mitocondri. Ma quali sono i metaboliti prodotti dal microbiota intestinale?
Acidi Grassi a Catena Corta (SCFA): Sono i mediatori più noti. Prodotti dalla fermentazione delle fibre alimentari non digeribili, gli SCFA (come butirrato, propionato e acetato) hanno un impatto diretto.
Il butirrato è la principale fonte di energia per le cellule epiteliali del colon (colonociti). Stimola la biogenesi mitocondriale (la creazione di nuovi mitocondri) e ne ottimizza la funzione, riducendo lo stress ossidativo e l’infiammazione.
Gli SCFA possono anche regolare la trascrizione genica di fattori cruciali per la funzione mitocondriale in diversi tessuti (es. muscolo, tessuto adiposo, fegato).
Acidi Biliari Secondari: Derivati dalla modificazione degli acidi biliari primari da parte del microbiota. Questi acidi biliari fungono da segnali che possono modulare il metabolismo dell’ospite, influenzando potenzialmente anche i mitocondri.
Altri Metaboliti: Alcuni composti prodotti dal microbiota possono avere effetti negativi se in eccesso, come il solfuro di idrogeno, che ad alte concentrazioni può inibire la funzione mitocondriale e danneggiare la barriera intestinale.
I mitocondri possono influenzare direttamente il microbiota intestinale
La funzione mitocondriale dell’ospite, in particolare nelle cellule epiteliali intestinali (enterociti) e nelle cellule immunitarie, è cruciale e può influenzare l’ambiente intestinale e, di conseguenza, la composizione del microbiota (la disbiosi).
Mitocondri sani negli enterociti sono essenziali per l’integrità della barriera intestinale. Quando i mitocondri sono disfunzionali, può esserci un aumento dello stress ossidativo e un danno alla barriera, portando alla cosiddetta “permeabilità intestinale” (leaky gut). Questa alterazione permette il passaggio di molecole batteriche e metaboliti infiammatori, innescando l’infiammazione e alterando l’ambiente per il microbiota, favorendo la disbiosi (uno squilibrio microbico).
I mitocondri svolgono un ruolo chiave nella risposta immunitaria delle cellule. La disfunzione mitocondriale può portare a una risposta infiammatoria eccessiva che, a sua volta, influenza la selezione e la crescita delle specie microbiche nell’intestino.
Molteplici studi hanno suggerito che le mutazioni nel mtDNA (l’unità di energia delle cellule) possono essere collegate a specifici cambiamenti nella composizione del microbiota, indicando un’influenza diretta della genetica mitocondriale sulla popolazione batterica.
La relazione tra microbiota intestinale e mitocondri crea un’alleanza cruciale
Questa interazione costituisce un vero e proprio asse bidirezionale (“asse mitocondrio-microbiota”) che è essenziale per il mantenimento dell’omeostasi sistemica. La disfunzione in quest’asse è stata implicata nello sviluppo di diverse patologie, tra cui alterazioni metaboliche (come resistenza all’insulina e obesità), malattie infiammatorie intestinali e malattie neurodegenerative (come per la malattia di Alzheimer, attraverso l’asse intestino-cervello).
Un microbiota sano supporta i mitocondri producendo “carburante” e molecole protettive, e a sua volta, mitocondri sani garantiscono un ambiente intestinale ottimale e non infiammato che mantiene il microbiota in equilibrio.
L’interesse scientifico verso la fitoterapia (l’uso di piante medicinali) nel trattamento delle malattie mentali è cresciuto notevolmente, in particolare esplorando la capacità di alcuni estratti vegetali di modulare le citochine infiammatorie e la neuroinfiammazione.
Questa area di ricerca si inserisce nell’ambito dell’Immunopsichiatria, che riconosce nell’infiammazione cronica a basso grado un fattore eziologico comune in disturbi come la depressione e l’ansia.
Molte piante medicinali contengono composti bioattivi (fitocomplessi) che possiedono note proprietà antiossidanti e antinfiammatorie. Queste proprietà sono centrali nella potenziale efficacia contro i disturbi mentali legati alla neuroinfiammazione:
Il meccanismo d’azione più studiato è la capacità di molti fitoestratti di ridurre la produzione o l’attività delle citochine pro-infiammatorie come:
Interleuchina-1 beta (IL-1)
Interleuchina-6 (IL-6)
Fattore di Necrosi Tumorale alfa (TNF-α)
Queste citochine, se elevate, attraversano la barriera emato-encefalica (o ne segnalano l’attivazione) e inducono la neuroinfiammazione, alterando il metabolismo dei neurotrasmettitori e la plasticità sinaptica (come visto in precedenza).
Alcuni composti vegetali agiscono bloccando gli enzimi chiave della cascata infiammatoria periferica e centrale:
Inibizione delle MAO e IDO: Sebbene noti per l’azione sulla ricaptazione dei neurotrasmettitori, alcuni composti come l’Iperico (Erba di San Giovanni) e altri fitoterapici agiscono a più livelli. Le citochine pro-infiammatorie attivano l’enzima IDO (indolamina 2,3-diossigenasi), deviando il triptofano (precursore della serotonina) verso la produzione di metaboliti neurotossici (es. acido chinurenico). La modulazione di questa via è un obiettivo chiave per i fitoterapici antinfiammatori.
Inibizione di COX/LOX: Piante come la Boswellia o il Ribes Nigrum (pur non essendo specificamente ansiolitiche/antidepressive, ma spesso usate come adiuvanti) inibiscono gli enzimi Ciclossigenasi (COX) e Lipossigenasi (LOX), riducendo la sintesi di prostaglandine e leucotrieni, potenti mediatori infiammatori.
Effetto Antiossidante e Neuroprotettivo
L’infiammazione cronica è spesso associata a un aumento dello stress ossidativo (produzione di radicali liberi) nel cervello, che danneggia i neuroni. Molti fitocomplessi (come quelli contenuti in Bacopa Monnieri o la papaya fermentata) sono ricchi di antiossidanti che:
Neutralizzano i Radicali Liberi: Proteggono le cellule cerebrali (neuroni e microglia) dai danni ossidativi.
Modulano la Microglia: Contribuiscono a mantenere le cellule della microglia (le cellule immunitarie residenti del cervello) in uno stato non reattivo, prevenendo la neuroinfiammazione.
Diverse piante sono oggetto di ricerca specifica per la loro interazione con il sistema immunitario e le citochine in contesti psichiatrici:
Pianta (Nome Scientifico)
Nome Comune
Meccanismo Antinfiammatorio/Modulante
Withania somnifera
Ashwagandha (Ginseng Indiano)
Regola l’Asse HPA e ha dimostrato di ridurre le citochine pro-infiammatorie, agendo come adattogeno.
Hypericum perforatum
Iperico (Erba di San Giovanni)
L’azione è principalmente quella di inibire la ricaptazione di neurotrasmettitori, ma ha anche azioni antinfiammatorie e antiossidanti che contribuiscono alla sua efficacia antidepressiva.
Curcuma longa
Curcuma
La curcumina inibisce fattori di trascrizione pro-infiammatori (come NF-kB), modulando efficacemente la produzione di citochine.
Melissa officinalis
Melissa
Oltre all’azione GABAergica, i suoi componenti hanno mostrato un’azione anti-infiammatoria e antiossidante, rilevante nel contesto ansia/depressione.
Ganoderma lucidum
Fungo Reishi
Classificato come un immunomodulatore, è studiato per le sue proprietà analgesiche e antinfiammatorie che possono migliorare l’equilibrio omeostatico.
La fitoterapia offre un approccio pleiotropico (a bersagli multipli) per il trattamento dei disturbi mentali, agendo non solo sui neurotrasmettitori classici, ma anche, e forse in modo più fondamentale per un sottogruppo di pazienti, sulla cascata infiammatoria e ossidativa che è alla base della neuroinfiammazione e della psicopatologia.
Fonte: Maniscalco, A. (2024). Ansia e fitoterapia: una revisione delle evidenze cliniche e delle applicazioni farmacologiche.
Un’alternativa forse no, ma una proposta interessante forse si.
Una recente ricerca si è concentrata sulla criticità nell’attuale gestione farmacologica dell’ansia. I farmaci ansiolitici moderni (come le benzodiazepine o alcuni antidepressivi) spesso mostrano limiti di efficacia (non tutti i pazienti rispondono in modo adeguato al trattamento) e problemi di sicurezza (oltre al rischio di dipendenza, soprattutto con le benzodiazepine, posso dare sedazione, alterazioni cognitive e altri effetti collaterali che compromettono la qualità di vita. In questo contesto, la fitoterapia (l’uso di estratti vegetali) è vista come un’importante risorsa per il miglioramento della gestione terapeutica dell’ansia, offrendo potenziali benefici con un profilo di sicurezza percepito come migliore.
L’ansia è descritta come una condizione psicofisica complessa che si attiva in risposta a stimoli stressanti che sonno dare:
Manifestazioni Psicologiche: Sentimenti di apprensione, incertezza, paura e allarme.
Sintomi Fisici (Somatici): Tali manifestazioni sono spesso accompagnate da una risposta neurovegetativa che include tachicardia, sudorazione, tremori e tensione muscolare.
Disturbi d’Ansia Comuni: Il testo menziona i principali disturbi (Disturbo d’Ansia Sociale, Disturbo d’Ansia Generalizzato, Attacchi di Panico, Agorafobia), sottolineando la loro elevata prevalenza globale (7.3%), che ha subito un forte aumento (fino al 25%) durante la pandemia da COVID-19, evidenziando l’influenza dei fattori ambientali e di stress collettivo.
L’ansia è un fenomeno che coinvolge meccanismi e circuiti neuronali complessi tra cui aree Cerebrali Chiave nelle quali vengono identificate come fondamentali la talamo e l’amigdala. L’amigdala, in particolare, è il centro nevralgico della paura e dell’elaborazione emotiva.
Lo stress e l’ansia alterano significativamente l’equilibrio dei neurotrasmettitori nel Sistema Nervoso Centrale (SNC) tra i quali noradrenalina, serotonina, dopamina e, crucialmente, il sistema GABAergico. Un ruolo chiave sotto quest’ultimo aspetto l’Acido Gamma-Amminobutirrico (GABA) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del SNC. L’ansia è associata a una riduzione dell’inibizione GABAergica, portando a un’eccessiva eccitazione neuronale e al rilascio di sostanze ansiogene. Molti ansiolitici mirano ad aumentare la funzione inibitoria del GABA.
La ricerca stabilisce un precedente fitoterapico, citando piante i cui meccanismi d’azione sono già noti. Tra esse compaiono la passiflora incarnata L. e Melissa officinalis L che hanno dimostrato di modulare la trasmissione GABAergica, conferendo un effetto ansiolitico simile a quello di molti farmaci, la lavandula angustifolia P.Mill. (soprattutto l’olio Essenziale il cui effetto ansiolitico è attribuito a meccanismi multipli, tra cui:
Blocco dei canali del calcio (specifici) nel SNC: Contribuisce a ridurre l’eccitabilità neuronale.
Interazione con il trasportatore della serotonina (SERT): Meccanismo che modula i livelli di serotonina a livello sinaptico.
Ma una estratto davvero soprendente è quella di Withania somnifera (nota anche come Ashwagandha). Si tratta di una pianta fondamentale della medicina Ayurvedica (India) classificata come adattogeno, ovvero una sostanza che migliora la capacità del corpo di resistere e adattarsi allo stress (omeostasi) e riduce i danni indotti da agenti stressanti. Questo estratto vegetale ha dimostrato di aiutare a moderare la risposta ormonale allo stress (cortisolo), migliorando l’omeostasi e contribuisce all’effetto sedativo e ansiolitico aumentando l’inibizione nel SNC.
Anche magnolia officinalis una pianta della Medicina Tradizionale Cinese (MTC) ha dimostrato attività ansiolitica. Vanta studi sia preclinici (in laboratorio e su modelli animali) che clinici che ne confermano l’attività ansiolitica attraverso due meccanismi chiave:
Trasmissione GABAergica: Condivide con altre piante la modulazione del GABA, potenziandone l’effetto inibitorio.
Azione Cannabimimetica: Questa è un’azione distintiva. Significa che i suoi composti (come l’honokiolo e il magnololo) possono interagire con il sistema endocannabinoide del corpo, un importante regolatore dell’umore, dell’ansia e del dolore.
Pensare di sostituire i farmaci prescritti dal medico è sicuramente un rischio e non va fatto. Ma ragionare insieme al poprio medico potrebbe essere auspicabile…… i dati ci sono.
Fonte: CEOLONI, M. Withania somnifera e Magnolia officinalis: due piante potenzialmente utili nel trattamento dell’ansia.
Lo studio ha delineato il costrutto di Mindful Walk, definendola come l’applicazione intenzionale dei principi di consapevolezza (attenzione non giudicante al momento presente) all’atto del camminare, focalizzando l’esperienza sul contatto sensoriale con l’ambiente naturale circostante.
Il lavoro ha descritto dettagliatamente le tecniche operative per l’esecuzione della disciplina, includendo la focalizzazione sul respiro, sulle sensazioni propriocettive (contatto dei piedi con il suolo) e sull’input sensoriale esterno (vista, udito, olfatto). Tali pratiche sono state correlate a una rassegna critica degli studi scientifici esistenti che supportano i benefici della Mindful Walk, con particolare attenzione alla modulazione del Sistema Nervoso Autonomo (SNA) e alla promozione del tono vagale. Lo studio è stato condotto su un campione di $N = 26$ soggetti adulti, con un range di età compreso tra i 20 e i 60 anni. Un criterio di inclusione fondamentale è stata la familiarità pregressa con le discipline di Mindfulness e meditazione, fattore che può aver ottimizzato la compliance e l’efficacia del protocollo. I partecipanti sono stati sottoposti a un protocollo intensivo e a breve termine costituito da tre sedute di camminata consapevole. della durata di 30minuti per sessione. Le sedute sono state erogate a una distanza temporale di due giorni l’una dall’altra, per ottimizzare l’effetto cumulativo e di apprendimento. L’ansia percepita (variabile dipendente) è stata valutata tramite la somministrazione di una scala psicometrica standardizzata sull’ansia (specificata nel testo originale come anxiety scale), compilata dai soggetti in due momenti distinti: Pre-protocollo: Valutazione basale. Post-protocollo: Valutazione finale (dopo la terza sessione). I risultati finali hanno evidenziato un decremento sistematico del livello percepito di ansia in tutti i soggetti inclusi nel campione. Tale esito supporta l’ipotesi che l’integrazione di consapevolezza e immersione in natura sia un efficace modulatore dello stato ansioso. La significatività di questa riduzione è stata validata attraverso l’applicazione di un t-test per campioni appaiati (confronto pre-post protocollo), il cui risultato ha confermato l’efficacia dell’intervento. Questo risultato indica che la probabilità che la riduzione dell’ansia sia dovuta al caso è estremamente bassa, rendendo lo studio statisticamente significativo e rafforzando la validità interna dell’intervento.
Fonte: Delpiano, Sara. “MINDFUL WALK IN NATURA: EFFETTI SULL’ANSIA.” (2023).