Autore: vladicolombi@gmail.com

  • MEDICINA E PSICOLOGIA DELLO STILE DI VITA: COSA SONO E PERCHE’ CI POSSONO CAMBIARE LA VITA

    La Medicina dello Stile di Vita (o Lifestyle Medicine) è una disciplina medica basata sull’evidenza scientifica che si concentra sull’uso terapeutico di interventi sullo stile di vita per prevenire, trattare e persino invertire la progressione delle malattie croniche non trasmissibili (MCNT).

    La Lifestyle Medicine è definita come una specialità medica che utilizza approcci terapeutici fondati su prove di efficacia. Essa riconosce che la maggior parte delle MCNT, come malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, obesità e alcuni tipi di cancro, sono strettamente correlate a fattori di rischio modificabili legati allo stile di vita.

    1) Approccio Eziologico: Si distingue dalla medicina tradizionale focalizzata primariamente sulla gestione dei sintomi (farmacologia o chirurgia) perché mira a trattare le cause profonde (eziologiche) della malattia cronica, che spesso risiedono in comportamenti e abitudini poco salutari;

    2) Interdisciplinarietà: Si muove in un campo interdisciplinare che include medicina interna, nutrizione, psicologia, neuroscienze, sociologia e sanità pubblica;

    3) Obiettivo Fisiopatologico: Gli interventi mirano a correggere la fisiopatologia sottostante comune a molte MCNT, come l’infiammazione sistemica di basso grado, la disfunzione endoteliale e la resistenza all’insulina, che sono fortemente influenzate da fattori ambientali e comportamentali (epigenetica). Secondo organizzazioni come l’American College of Lifestyle Medicine (ACLM), questa disciplina si basa su sei aree chiave di intervento, i cosiddetti “sei pilastri”, tutti supportati da una solida evidenza scientifica per la prevenzione e il trattamento delle MCNT:

    Alimentazione a Base Vegetale (Whole-Food, Plant-Based Diet)

    Si promuove un’alimentazione ricca di alimenti vegetali integrali (frutta, verdura, legumi, cereali integrali, noci e semi), limitando il consumo di cibi ultra-processati, zuccheri aggiunti, grassi saturi e carni rosse/lavorate. Studi dimostrano che questo modello nutrizionale può migliorare l’assetto lipidico, ridurre la pressione sanguigna, ottimizzare i livelli di glucosio e ridurre l’infiammazione.

    Attività Fisica Regolare

    Si raccomanda l’aderenza alle linee guida internazionali (es. OMS), che prevedono almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica a intensità moderata o 75 minuti a intensità vigorosa, oltre ad esercizi di rafforzamento muscolare. L’esercizio fisico migliora la salute cardiovascolare, aumenta la sensibilità all’insulina, favorisce la gestione del peso e ha effetti positivi sul tono dell’umore.

    Gestione dello Stress

    Utilizzo di tecniche come la mindfulness, la meditazione, lo yoga o la respirazione consapevole per affrontare lo stress cronico, che è associato a patologie come ipertensione, depressione e indebolimento immunitario.

    La gestione efficace dello stress riduce il rilascio di ormoni dello stress (es. cortisolo) che contribuiscono all’infiammazione e al danno vascolare.

    Sonno Adeguato

    Assicurarsi un sonno ristoratore, tipicamente tra le 7 e le 9 ore a notte per gli adulti, e mantenere un ritmo circadiano regolare. La deprivazione cronica di sonno è correlata a un aumento del rischio di obesità, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari, influenzando negativamente gli ormoni regolatori dell’appetito e del metabolismo.

     Evitamento di Sostanze Rischiose

    Cessazione dell’uso di tabacco e limitazione o eliminazione dell’uso di alcol, droghe ricreative e uso improprio di farmaci. Queste sostanze sono noti fattori di rischio per molte MCNT e forme di cancro.

    Connessioni Sociali Positive

    Mantenimento e coltivazione di relazioni interpersonali forti e supporto sociale. L’isolamento sociale è un fattore di rischio significativo per la mortalità precoce e per lo sviluppo di malattie croniche e depressione.

    Nella Lifestyle Medicine, il ruolo del professionista sanitario è quello di un coach e un partner terapeutico, non solo di un prescrittore. Vengono utilizzate tecniche come il Colloquio Motivazionale (Motivational Interviewing) per facilitare e sostenere il paziente nel percorso di cambiamento dei propri comportamenti a lungo termine, riconoscendo l’importanza dell’autoefficacia e della responsabilità personale nella gestione della propria salute.

    La Lifestyle Medicine rappresenta un cambiamento di paradigma verso un approccio proattivo e preventivo, ponendo lo stile di vita come la “medicina” di base più potente ed economicamente vantaggiosa per la salute globale.

    Ma cosa è e come si relaziona la Psicologia dello Stile di vita con la Medicina dello Stile di Vita?

    Se la Medicina dello Stile di vita si concentra sul cosa (i sei pilastri), la Psicologia dello Stile di Vita si concentra sul come e sul perché i comportamenti vengono adottati, mantenuti o cambiati.

    Non esiste un’unica disciplina chiamata formalmente “Psicologia dello Stile di Vita” quanto un’area di indagine multidisciplinare che attinge pesantemente dalla Psicologia della Salute (Health Psychology), dalla Psicologia Comportamentale e dalla Psicologia Sociale, con l’obiettivo di comprendere e influenzare i modelli comportamentali legati al benessere.

    La Psicologia dello Stile di Vita analizza i complessi fattori interni ed esterni che determinano le scelte e le abitudini quotidiane di un individuo e la loro relazione con la salute fisica e mentale.

    In un’ottica psicologica, lo stile di vita è inteso in due modi principali:

    Radice Adleriana (Interna): Risalente ad Alfred Adler, indica il principio unificante che organizza le tendenze, le mete e le aspirazioni di un individuo in un modello unico di azione. In quest’ottica, lo stile di vita riflette i valori, lo stile cognitivo e l’orientamento di base dell’individuo verso sé stesso, gli altri e la società.

    Contesto Comportamentale (Esterna/Sociale): L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce gli stili di vita come modelli di scelte comportamentali dalle alternative disponibili alle persone, in base alle loro circostanze socio-economiche. Questo enfatizza l’interazione tra le scelte individuali e le “opportunità di vita” (life chances) fornite dall’ambiente sociale.

    Lo psicologo dello stile di vita agisce come facilitatore del cambiamento, superando le barriere psicologiche che ostacolano l’adozione di abitudini sane. Per farlo opera sia attraverso una valutazione e comprensione psicologica  e sia attraverso tecniche e strategie di intervento.

    Sotto il primo profilo (valutazione e comprensione psicologica) si opera attraverso tre interventi:

    a) Identificazione delle Barriere: Analizzare i fattori che impediscono il cambiamento (es. mancanza di motivazione, stress cronico, schemi di pensiero disfunzionali, bassa autoefficacia, abitudini consolidate).

    b) Analisi Funzionale: Comprendere le funzioni che il comportamento non salutare svolge per l’individuo (es. mangiare per gestire l’ansia, fumare per sentirsi accettati socialmente) al fine di sostituirlo con meccanismi di coping più adattivi.

    c) Conflitti di Valore: Spesso, il problema non è la mancanza di conoscenza, ma il conflitto tra i valori dichiarati (es. “voglio essere sano”) e i valori messi in pratica (es. la gratificazione immediata).

    Sotto il secondo profilo (tecniche e strategie di intervento) il professionista utilizza tecniche comprovate per sostenere il paziente nel percorso di modifica dello stile di vita. Perché ciò avvenga si inizia con un colloquio Motivazionale (Motivational Interviewing – MI) attraverso un approccio collaborativo e centrato sul cliente per esplorare e risolvere l’ambivalenza al cambiamento. Il colloquio motivazionale aiuta il paziente a esprimere il proprio linguaggio di cambiamento e a rafforzare la motivazione intrinseca.

    La terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) / Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (ACT) aiuta a identificare e modificare i pensieri e le credenze che sabotano lo stile di vita (es. “Se salto un giorno, è inutile continuare”) nonché a promuovere l’accettazione dei disagi legati al cambiamento e l’impegno verso azioni che siano coerenti con i propri valori fondamentali.

    Utile anche insegnare a fissare obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Raggiungibili, Rilevanti, Temporizzabili attraverso  tecniche di Self-Regulation e Goal Setting  finalizzate a monitorare i progressi (self-monitoring) e a sviluppare strategie per affrontare le ricadute.

    La Psicologia dello Stile di Vita è l’ingrediente cruciale per trasformare la conoscenza medica dei sei pilastri in azione concreta e sostenibile a lungo termine, agendo sulle componenti psicologiche che guidano ogni singola scelta quotidiana.

  • DIPENDENZE IN ITALIA: UN ALLARME SILENZIOSO. CINQUE MILIONI IN ITALIA A RISCHIO TRA ALCOL E DROGHE

    L’Italia è stretta nella morsa di una devastante emergenza dipendenze. Si stimano cinque milioni di cittadini a rischio, un numero che include 910.000 giovani che fanno uso regolare di sostanze, una vera e propria “Generazione sballo”. Il quadro, che sarà discusso al X Congresso Nazionale della S.I.Pa.D., è aggravato dall’identificazione di 79 nuove sostanze psicoattive solo quest’anno.

    Il Dott. Claudio Leonardi, Presidente S.I.Pa.D., lancia un appello: “Non possiamo più ignorare questa realtà. Ogni numero rappresenta una storia, una famiglia distrutta. È tempo di risposte concrete e innovative.”

    I dati sono impietosi: quattro milioni di italiani bevono alcol in modo rischioso, con un aumento dell’80% nel consumo femminile nell’ultima decade. Sebbene gli accessi ai pronto soccorso droga-correlati (8.378 nel 2024) siano leggermente diminuiti, il 10% degli accessi riguarda minori.

    L’innovazione nel mercato delle droghe, dominato da catinoni e cannabinoidi sintetici, complica la gestione dell’emergenza. Questo scenario ha portato oltre 160.000 studenti italiani a essere definiti ‘poli consumatori’, combinando cannabis, nicotina e alcol.

    I SerD (Servizi pubblici per le Dipendenze) assistono circa 135.000 persone, ma il sommerso stimato è di oltre mezzo milione di individui, per lo più giovani a rischio, che non sono intercettati dalle statistiche ufficiali.

    I danni derivanti dalle dipendenze da sostanze sono vasti e si manifestano su più livelli: fisico, psicologico, comportamentale e sociale. Non riguardano solo la persona che ne è dipendente, ma l’intero contesto familiare e sociale. Ma quali danni produce questa situazione?

    L’abuso cronico di sostanze attacca diversi organi e sistemi del corpo

    Tutte le droghe alterano la chimica e la struttura del cervello, soprattutto il sistema nervoso centrale. Le conseguenze includono riduzione delle capacità di apprendimento, memorizzazione, capacità affettiva e di giudizio critico. Particolarmente colpito il fegato da alcol e alcune sostanze, può portare a epatiti, cirrosi e insufficienza epatica. Documentato poi un aumento del rischio di infarti, ictus, ipertensione e disturbi cardiaci, specialmente con l’uso di stimolanti come la cocaina, problemi ai polmoni: Problemi respiratori, asma e rischio di tumori (nel caso di fumo o inalazione) e ai reni (danni e insufficienza renale, specie con alcune nuove sostanze sintetiche. Sono infine documentati altri innumerevoli problemi: indebolimento Immunitario, aumento di malattie trasmissibili il rischio di overdose e morte:, e danni in gravidanza.

    Le alterazioni cerebrali e lo stile di vita imposto dalla dipendenza portano a gravi problemi mentali: sono spesso sia causa che conseguenza dell’abuso, con un peggioramento delle condizioni preesistenti, della perdita di contatto con la realtà, allucinazioni e comportamenti paranoidi, specialmente con stimolanti o cannabinoidi sintetici.

    La ricerca e l’uso della sostanza diventano la priorità assoluta, distruggendo la vita sociale e lavorativa

    Si tratta di un tema grave le cui cause sono sicuramente complesse e multifattoriali ma per le quali occorre intervenire per non rischiare un disastro futuro.

  • IN 10 ANNI PSICOFARMACI QUASI TRIPLICATI: PIU’ PILLOLE ANCHE AI BIMBI. FORSE QUALCOSA NON VA?

    La notizia del giorno non è delle migliori:Il recente Rapporto OsMed 2024 dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha messo in luce un trend molto preoccupante: il consumo di psicofarmaci tra bambini e adolescenti (0-17 anni) è quasi triplicato in meno di dieci anni. In particolare, è stato registrato un vero e proprio boom (+25% in un solo anno) nell’uso dei farmaci per il trattamento del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD).I Numeri di una Crescita Esplosiva:

    1) Consumo quasi triplicato: Le confezioni vendute per 1000 bambini sono passate da 20,6 nel 2016 a 59,3 nel 2024.

      2) Incidenza raddoppiata: Oggi un minore ogni 175 riceve una prescrizione, contro un minore ogni 385 del 2016.

      3) Picco tra gli adolescenti (12-17 anni): In questa fascia d’età si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1000 ragazzi, il che significa che oltre un teenager su cento (1,17%) fa uso continuativo di psicofarmaci.

      4) Antipsicotici, Antidepressivi e ADHD: Questi farmaci sono i più prescritti, con le ricette per i medicinali contro l’ADHD che hanno subito un aumento di quasi il 25% (24,9%) in un solo anno.

      Questo incremento ha portato gli psicofarmaci a entrare tra le tipologie di medicinali più utilizzate dalla popolazione under 18.

      Le Possibili Cause e il Contesto

      Secondo gli esperti, l’aumento non è casuale ma riflette una maggiore prevalenza dei disturbi mentali nei giovani. Due grandi fenomeni contemporanei sono visti come fattori scatenanti:

      L’impatto del Covid-19: La prolungata chiusura, l’isolamento e la mancanza di scuola e socialità hanno lasciato una “lunga onda” di conseguenze psicologiche.

      Nuove Dipendenze: L’uso problematico e intensivo di internet e social media è considerato un ulteriore fattore di rischio.

      Sebbene l’Italia sia ancora distante da Paesi come gli Stati Uniti – dove circa un adolescente su quattro utilizza psicofarmaci – il trend di crescita nazionale è ormai consolidato e netto.

      L’Uso Complessivo di Farmaci Pediatrici

      I dati Aifa rivelano che, in totale, quasi 4,6 milioni di bambini e adolescenti (circa la metà della popolazione pediatrica) hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica nel 2024. Considerando le oltre 20 milioni di confezioni vendute, si parla di una media di più di due farmaci a testa. Tra i 30 medicinali più usati per i minori, sei sono destinati a curare il sistema nervoso centrale. A livello nazionale, la spesa farmaceutica totale ha continuato a crescere, raggiungendo i 37,2 miliardi di euro (+2,8% rispetto all’anno precedente). Tre quarti di questa spesa sono a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Nonostante ciò, la spesa sostenuta direttamente dai cittadini ammonta a 10,2 miliardi di euro. Ma c’è anche una novità: I farmaci anti-obesità sono entrati nella Top 10 dei medicinali con ricetta per cui i cittadini spendono di più. Infine un ultimo dato: i farmaci antitumorali rimangono al vertice per spesa, mentre si conferma un uso eccessivo di antibiotici.

      Qualche riflessione su questi dati forse potrebbe essere utile: e se si lavorasse sul potenzialmento delle risorse individuali anzichè provare a risolvere tutto con una pastiglia?

    1. PRENDERSI CURA DELLA PROPRIA ATTENZIONE E CONCENTRAZIONE MENTALE

      “La società della stanchezza” (Müdigkeitsgesellschaft) è un saggio filosofico molto influente scritto da Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano che insegna in Germania che analizza la società contemporanea e i suoi mali, proponendo una tesi centrale: il passaggio dalla Società Disciplinare alla Società della Prestazione.

      Han sostiene che siamo passati dalla “società disciplinare” descritta da Foucault (caratterizzata da divieti, istituzioni come prigioni, manicomi, fabbriche) a una “società della prestazione” (o società del “poter fare”). Nella società della prestazione, l’imperativo non è più il “tu devi” (obbedienza) ma il “tu puoi” (iniziativa, illimitata possibilità). L’assenza di un “Altro” o di un’autorità esterna che impone il lavoro non porta alla vera libertà. L’individuo introietta l’istanza di dominio e diventa sfruttatore e sfruttato di sé stesso. Siamo spinti a ottimizzare costantemente la nostra performance, credendo di realizzare la nostra libertà. Le malattie della nostra epoca non sono più principalmente quelle infettive (dovute a un “Estraneo” esterno, come nella società immunologica), ma quelle “da usura” o “da eccesso di positività”. Tra queste, l’autore annovera in particolare la depressione, il burnout e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), che sono viste come manifestazioni patologiche di questa coazione alla prestazione. La società è pervasa dall’eccesso di stimoli, informazioni e impulsi (“positività” intesa come ciò che è disponibile, accessibile, e che spinge all’attività) e questo eccesso non lascia spazio alla negatività (intesa come l’Altro, la distanza, la pausa, la resistenza) e porta a una saturazione e a una stanchezza cronica. La stanchezza che domina la società è una stanchezza che isola e chiude, frutto dell’iperattività e dell’auto-sfruttamento. Han propone, in contrapposizione, una “stanchezza positiva” (a volte identificata con la stanchezza biblica o quella del “giorno sacro” del riposo) che è capace di aprire lo sguardo sul mondo, di permettere la contemplazione e di interrompere il ciclo mortifero della produzione e della prestazione. Il libro è una critica profonda al neoliberalismo e all’ossessione per l’efficienza e la performance che logora l’individuo e lo rende cronicamente stanco e depresso, nonostante l’illusione di essere libero e autodeterminato.

      Non sappiamo se questa posizione sia condivisibile o meno, ma certo è che il numero di persone che si rivolgono in studio per problemi di stanchezza cronica causata da iper lavoro sta aumentando. Imparare a darsi un limite, a pensare a momenti di recuperaro e condivisione con l’altro potrebbe essere salvifico.

    2. LA CAPACITA’ DI PERSEGUIRE I NOSTRI OBIETTIVI: E’ TALENTO O C’E’ DELL’ALTRO?

      Molti anni or sono, quando ancora mi occupavo di naturopatia e iridologia psicosomatica, decisi di passare una settimana di vacanze con Luca Speciani e Pietro Trabucchi per apprendere da loro le basi di quello che sarebbe stato il mio futuro professionale.

      Ricordo ancora con grande emozione le giornate passate tra qualche allenamento a Brusson in Valle d’Aosta e l’aula nella quale si tenevano le lezioni di nutrizione secondo i principi della dieta gift (allora agli inizi) e di motivazione alla sopportazione della fatica.

      Una sera venne inviato Bruno Brunot, un atleta dalle straordinarie capacità sportive che ci raccontò la sua esperienza sull’everest dove corse SENZA OSSIGENO ad una quota che, per la maggior parte delle persone, la vita è quasi insopportabile.

      Tornai a casa riflettendo su quanto appreso nel corso di quei giorni, pieno di libri, idee e una motivazione potente, che poi andò a scemare nelle settimane e nei mesi successivi tornando alla mia vita quotidiana.

      Qualche anno dopo, poco prima di iniziare ad affrontare i miei studi di psicologia, ricevetti un inviato a Mantova per partecipare ad una conferenza insieme a Gregorio Paltrinieri, il leggendario nuotatore che tanto lustro ha dato al nostro paese. Mentre attendevo di salire sul palco con lui gli feci qualche domanda, e mi disse alcune cose che ancora ricordo perché non solo mi colpirono molto, ma anche perché mi ricordarono immediatamente quanto Bruno Brunot, Luca Speciani e Pietro Trabucchi mi dissero in occasione della mia oramai già lontana vacanza. Tutti avevano una caratteristica comune: l’automotivazione.

      L’automotivazione in psicologia è la capacità di un individuo di attivare, dirigere e sostenere autonomamente le proprie risorse cognitive, emotive e comportamentali verso il raggiungimento di obiettivi significativi, anche in assenza di stimoli o ricompense esterne immediate. In sostanza, è la spinta interiore che alimenta il comportamento e la perseveranza.

      L’automotivazione è strettamente legata al concetto di motivazione intrinseca, che si verifica quando l’azione è intrapresa per il piacere e la soddisfazione derivanti dall’attività stessa, e non per ottenere ricompense esterne (motivazione estrinseca), come premi, lodi o per evitare punizioni. La fonte della spinta è interna (interesse, sfida, piacere, realizzazione personale, come per studiare per la gioia di imparare una materia affascinante). L’automotivazione è una competenza complessa che include diversi elementi psicologici:

      1.Definizione degli Obiettivi: Avere obiettivi chiari, stimolanti e percepiti come significativi

        2. Autoefficacia: La convinzione nelle proprie capacità di organizzare ed eseguire le azioni necessarie per gestire le situazioni e raggiungere gli obiettivi;

        3. Gestione Emotiva: La capacità di regolare le proprie emozioni per mantenere la concentrazione e l’impegno nonostante gli ostacoli o i fallimenti (resilienza e ottimismo). Proprio su questo le parole di Gregorio Paltrinieri mi furono illuminanti quando mi disse che non temeva gli avversari perché era sicuro di riuscire a batterli;

        4. Volontà e Autocontrollo: La capacità di persistere nell’azione e ritardare la gratificazione, superando le distrazioni o i momenti di difficoltà.

        Una delle teorie più influenti sull’automotivazione è la Teoria dell’Autodeterminazione di Deci e Ryan, che afferma che il massimo dell’automotivazione (e del benessere) si ottiene attraverso la soddisfazione di tre bisogni psicologici fondamentali e universali: a) Sentirsi liberi e artefici delle proprie scelte e azioni (autonomia); b) Sentirsi efficaci e capaci di completare i compiti con successo (competenza); 3)Sentirsi connessi e avere relazioni significative con gli altri (relazione). Soddisfare questi bisogni rafforza la motivazione intrinseca, che è il cuore dell’automotivazione. Ma come sviluppare e rafforzare l’automotivazione?Nonostante siano stati scritti montagne di libri sull’argomento alcuni punti sono oramai riconosciuti come fondamentali. E’ assolutamente necessario fissare obiettivi efficaci assicurandosi che essi siano specifici, misurabili, raggiungibili definiti nel tempo e rilevanti. Ricordare questo applicandolo tutti i giorni nella nostra vita quotidiana può cambiare lentamente ma progressivamente e invariabilmente il nostro destino. Siamo anche ciò che ogni giorno facciamo.

        Fonti:

        1. https://medicinadisegnale.it/professionisti/dott-luca-speciani/
        2. https://www.pietrotrabucchi.it/
      1. LA PROVVIDENZA E’ PREMIO

        La provvidenza dell’uomo e l’uomo.

        Ciò vuol dire che le cose esteriori non ci vogliono né bene né male.

        L’uomo può contare soprattutto su se stesso.

        Questo egli deve sempre ricordare.

        Volere vuol dire cogliere l’occasione e l’occasione è tale solamente per chi vuole.

        Volere vuol dire credere che non tutto è già deciso.

        Osare credere che è sempre possibile volere,

        ma tendere all’azione

        perché non vale il volere senza il fare.

        La nostra vita sarà schiava se aspettiamo che la necessità ci spinga.

        Le nostre azioni sono libere solo se siamo noi che le vogliamo.

        Nell’azione libera è la felicità.

        La felicità non è mai donata ma è sempre da conquistare.

        La felicità è nella conquista stessa.

        Non si tratta di vivere pericolosamente ma solo coraggiosamente.

        LA VITA E’ UN LAVORO DA FARSI IN PIEDI

        BISOGNA CREDERE, SPERARE, SORRIDERE, LAVORARE.

      2. TRATTAMENTO FITOTERAPICO DELL’ANSIA

        Un’alternativa forse no, ma una proposta interessante forse si.

        Una recente ricerca si è concentrata sulla criticità nell’attuale gestione farmacologica dell’ansia. I farmaci ansiolitici moderni (come le benzodiazepine o alcuni antidepressivi) spesso mostrano limiti di efficacia (non tutti i pazienti rispondono in modo adeguato al trattamento) e problemi di sicurezza (oltre al rischio di dipendenza, soprattutto con le benzodiazepine, posso dare sedazione, alterazioni cognitive e altri effetti collaterali che compromettono la qualità di vita. In questo contesto, la fitoterapia (l’uso di estratti vegetali) è vista come un’importante risorsa per il miglioramento della gestione terapeutica dell’ansia, offrendo potenziali benefici con un profilo di sicurezza percepito come migliore.

        L’ansia è descritta come una condizione psicofisica complessa che si attiva in risposta a stimoli stressanti che sonno dare:

        Manifestazioni Psicologiche: Sentimenti di apprensione, incertezza, paura e allarme.

        Sintomi Fisici (Somatici): Tali manifestazioni sono spesso accompagnate da una risposta neurovegetativa che include tachicardia, sudorazione, tremori e tensione muscolare.

        Disturbi d’Ansia Comuni: Il testo menziona i principali disturbi (Disturbo d’Ansia Sociale, Disturbo d’Ansia Generalizzato, Attacchi di Panico, Agorafobia), sottolineando la loro elevata prevalenza globale (7.3%), che ha subito un forte aumento (fino al 25%) durante la pandemia da COVID-19, evidenziando l’influenza dei fattori ambientali e di stress collettivo.

        L’ansia è un fenomeno che coinvolge meccanismi e circuiti neuronali complessi tra cui aree Cerebrali Chiave nelle quali vengono identificate come fondamentali la talamo e l’amigdala. L’amigdala, in particolare, è il centro nevralgico della paura e dell’elaborazione emotiva.

        Lo stress e l’ansia alterano significativamente l’equilibrio dei neurotrasmettitori nel Sistema Nervoso Centrale (SNC) tra i quali noradrenalina, serotonina, dopamina e, crucialmente, il sistema GABAergico. Un ruolo chiave sotto quest’ultimo aspetto l’Acido Gamma-Amminobutirrico (GABA) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del SNC. L’ansia è associata a una riduzione dell’inibizione GABAergica, portando a un’eccessiva eccitazione neuronale e al rilascio di sostanze ansiogene. Molti ansiolitici mirano ad aumentare la funzione inibitoria del GABA. La ricerca stabilisce un precedente fitoterapico, citando piante i cui meccanismi d’azione sono già noti. Tra esse compaiono la passiflora incarnata L. e Melissa officinalis L che hanno dimostrato di modulare la trasmissione GABAergica, conferendo un effetto ansiolitico simile a quello di molti farmaci, la lavandula angustifolia P.Mill. (soprattutto l’olio Essenziale il cui effetto ansiolitico è attribuito a meccanismi multipli, tra cui:

        Blocco dei canali del calcio (specifici) nel SNC: Contribuisce a ridurre l’eccitabilità neuronale.

        Interazione con il trasportatore della serotonina (SERT): Meccanismo che modula i livelli di serotonina a livello sinaptico.

        Ma una estratto davvero soprendente è quella di Withania somnifera (nota anche come Ashwagandha). Si tratta di una pianta fondamentale della medicina Ayurvedica (India) classificata come adattogeno, ovvero una sostanza che migliora la capacità del corpo di resistere e adattarsi allo stress (omeostasi) e riduce i danni indotti da agenti stressanti. Questo estratto vegetale ha dimostrato di aiutare a moderare la risposta ormonale allo stress (cortisolo), migliorando l’omeostasi e contribuisce all’effetto sedativo e ansiolitico aumentando l’inibizione nel SNC.

        Anche magnolia officinalis una pianta della Medicina Tradizionale Cinese (MTC) ha dimostrato attività ansiolitica. Vanta studi sia preclinici (in laboratorio e su modelli animali) che clinici che ne confermano l’attività ansiolitica attraverso due meccanismi chiave:

        Trasmissione GABAergica: Condivide con altre piante la modulazione del GABA, potenziandone l’effetto inibitorio.

        Azione Cannabimimetica: Questa è un’azione distintiva. Significa che i suoi composti (come l’honokiolo e il magnololo) possono interagire con il sistema endocannabinoide del corpo, un importante regolatore dell’umore, dell’ansia e del dolore. Pensare di sostituire i farmaci prescritti dal medico è sicuramente un rischio e non va fatto. Ma ragionare insieme al poprio medico potrebbe essere auspicabile…… i dati ci sono.

        Fonte: CEOLONI, M. Withania somnifera e Magnolia officinalis: due piante potenzialmente utili nel trattamento dell’ansia.

      3. L’IMPRESSIONATE RELAZIONE TRA INFIAMMAZIONE E DEPRESSIONE

        La ricerca scientifica ha accumulato prove significative sulla relazione bidirezionale tra depressione e infiammazione, suggerendo che l’infiammazione cronica a basso grado possa essere un fattore eziologico (causa) e un marcatore biologico del Disturbo Depressivo Maggiore (DDM). L’idea che l’infiammazione sia coinvolta nell’eziologia della depressione non è nuova (risale agli anni ’90 con la “teoria macrofagica della depressione”), ma ha guadagnato molta forza negli ultimi decenni. Molti studi trasversali e prospettici hanno dimostrato che i pazienti affetti da DDM presentano livelli plasmatici più elevati di citochine pro-infiammatorie (come l’Interleuchina-1 beta (IL-1β), l’Interleuchina-6 (IL-6) e il Fattore di Necrosi Tumorale alfa (TNF-α)) e di proteine di fase acuta (come la Proteina C-Reattiva ad alta sensibilità o hsCRP) rispetto agli individui sani. L’infusione di citochine pro-infiammatorie in modelli animali o nell’uomo (ad esempio, nei pazienti oncologici trattati con interferone-alfa) induce una “malattia comportamentale” che riproduce molti sintomi della depressione (come anedonia, affaticamento, ritiro sociale).Alcune ricerche hanno analizzato se elevati livelli di infiammazione in soggetti sani aumentino il rischio di sviluppare depressione in futuro. Ad esempio, uno studio ha riscontrato che elevati valori basali di marcatori infiammatori (come la hsCRP e il VEGF) in pazienti con malattia cardiaca coronarica non depressi erano associati a una futura insorgenza di depressione. L’infiammazione periferica non si limita al corpo, ma si estende al cervello attraverso la neuroinfiammazione, un processo che altera la normale funzione cerebrale:

        Alterazione dei Neurotrasmettitori: Le citochine pro-infiammatorie possono influenzare il metabolismo del triptofano (precursore della serotonina) attraverso l’attivazione dell’enzima IDO (indolamina 2,3-diossigenasi). Questo porta a una riduzione della serotonina (uno dei neurotrasmettitori chiave nella depressione) e a un aumento di metaboliti neurotossici (come l’acido chinurenico) che danneggiano i neuroni. La neuroinfiammazione cronica danneggia i neuroni, altera la comunicazione tra le cellule cerebrali (plasticità sinaptica) e può portare a disfunzioni cognitive tipiche della depressione. Le citochine sono strettamente legate al sistema endocrino, e possono alterare la regolazione dell’asse dello stress (Asse HPA), portando a un’eccessiva secrezione di cortisolo, un’alterazione anch’essa ampiamente associata alla depressione. La relazione tra infiammazione e depressione ha aperto la strada a nuove strategie di trattamento, nell’ottica della cosiddetta “Immunopsichiatria”. Meta-analisi di studi clinici randomizzati e controllati hanno suggerito che l’aggiunta di farmaci antinfiammatori (come FANS, statine, acidi grassi Omega-3 o minociclina) alla terapia antidepressiva tradizionale può ridurre i sintomi depressivi in modo più efficace rispetto al solo placebo. La ricerca si sta concentrando su molecole con azione più specifica, come l’Interleuchina-2 (IL-2) a dosi molto basse, che ha dimostrato di migliorare la risposta ai farmaci antidepressivi in pazienti selezionati, agendo sull’immunomodulazione. L’obiettivo ultimo è sviluppare biomarcatori (esami del sangue per misurare l’infiammazione) che permettano di identificare i pazienti “infiammati” in modo da poter somministrare immediatamente una terapia personalizzata basata su antidepressivi con effetto antinfiammatorio o l’aggiunta di un farmaco antinfiammatorio specifico. La ricerca attuale sostiene con forza che l’infiammazione non è solo una conseguenza della depressione, ma un meccanismo biologico centrale nel suo sviluppo e nella sua persistenza in un sottogruppo di pazienti. Questo apre prospettive entusiasmanti per una psichiatria più personalizzata che integri l’approccio psichiatrico tradizionale con strategie che mirano a modulare la risposta immunitaria e infiammatoria.

      4. Analisi e Risultati di uno Studio Sperimentale sull’Impatto della Mindful Walk in Ambiente Naturale sulla Riduzione dell’Ansia Percepita:uno studio sperimentale volto a indagare gli effetti psicofisiologici e auto-percepiti della camminata consapevole in natura (Mindful Walk in Nature) sul livello di ansia soggettiva.

        Lo studio ha delineato il costrutto di Mindful Walk, definendola come l’applicazione intenzionale dei principi di consapevolezza (attenzione non giudicante al momento presente) all’atto del camminare, focalizzando l’esperienza sul contatto sensoriale con l’ambiente naturale circostante.

        Il lavoro ha descritto dettagliatamente le tecniche operative per l’esecuzione della disciplina, includendo la focalizzazione sul respiro, sulle sensazioni propriocettive (contatto dei piedi con il suolo) e sull’input sensoriale esterno (vista, udito, olfatto). Tali pratiche sono state correlate a una rassegna critica degli studi scientifici esistenti che supportano i benefici della Mindful Walk, con particolare attenzione alla modulazione del Sistema Nervoso Autonomo (SNA) e alla promozione del tono vagale. Lo studio è stato condotto su un campione di $N = 26$ soggetti adulti, con un range di età compreso tra i 20 e i 60 anni. Un criterio di inclusione fondamentale è stata la familiarità pregressa con le discipline di Mindfulness e meditazione, fattore che può aver ottimizzato la compliance e l’efficacia del protocollo. I partecipanti sono stati sottoposti a un protocollo intensivo e a breve termine costituito da tre sedute di camminata consapevole. della durata di 30minuti per sessione. Le sedute sono state erogate a una distanza temporale di due giorni l’una dall’altra, per ottimizzare l’effetto cumulativo e di apprendimento. L’ansia percepita (variabile dipendente) è stata valutata tramite la somministrazione di una scala psicometrica standardizzata sull’ansia (specificata nel testo originale come anxiety scale), compilata dai soggetti in due momenti distinti: Pre-protocollo: Valutazione basale. Post-protocollo: Valutazione finale (dopo la terza sessione). I risultati finali hanno evidenziato un decremento sistematico del livello percepito di ansia in tutti i soggetti inclusi nel campione. Tale esito supporta l’ipotesi che l’integrazione di consapevolezza e immersione in natura sia un efficace modulatore dello stato ansioso. La significatività di questa riduzione è stata validata attraverso l’applicazione di un t-test per campioni appaiati (confronto pre-post protocollo), il cui risultato ha confermato l’efficacia dell’intervento. Questo risultato indica che la probabilità che la riduzione dell’ansia sia dovuta al caso è estremamente bassa, rendendo lo studio statisticamente significativo e rafforzando la validità interna dell’intervento.

        Fonte: Delpiano, Sara. “MINDFUL WALK IN NATURA: EFFETTI SULL’ANSIA.” (2023).


      5. La VII CONFERENZA NAZIONALE SULLE DIPENDENZE

        UN IMPEGNO ISTITUZIONALE UNANIME

        La VII Conferenza Nazionale sulle Dipendenze, svoltasi a Roma venerdì 7 novembre 2025, ha rappresentato un momento cruciale di confronto politico e sociale, ponendo il tema della prevenzione, del trattamento e del contrasto alle dipendenze al centro dell’agenda nazionale. L’evento ha messo in luce la necessità di un intervento sistemico, congiunto e prioritario da parte di tutte le istituzioni statali e della società civile, sottolineando la complessità del fenomeno nel contesto contemporaneo. La conferenza è stata caratterizzata da interventi di alto livello che hanno concordato sulla serietà della sfida e sulla necessità di una risposta unitaria.

        Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fornito un contributo determinante, lanciando un appello per un “impegno corale” della nazione. Questa espressione sottolinea come la lotta alle dipendenze non possa essere delegata a un singolo settore (sanitario o repressivo), ma debba coinvolgere pienamente le istituzioni, le scuole, le famiglie e le comunità. L’intervento del Capo dello Stato ha rafforzato il senso di responsabilità collettiva verso una problematica che tocca la salute pubblica, la coesione sociale e il futuro delle nuove generazioni.

        Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha allineato la posizione del Governo, ribadendo che il contrasto alle dipendenze è una “priorità dello Stato”. Questa dichiarazione impegna l’esecutivo non solo sul piano repressivo, ma anche in termini di allocazione di risorse, sviluppo di politiche di prevenzione efficaci e rafforzamento delle reti di supporto e recupero. La sua enfasi sulla “priorità” indica una volontà politica di agire in modo deciso per affrontare le nuove forme di dipendenza, sia da sostanze che comportamentali.

        Un momento di profonda riflessione è stato offerto dal videomessaggio di Papa Leone, che ha aperto i lavori della conferenza focalizzando l’attenzione sul contesto psicologico e sociale che rende i giovani vulnerabili:

        “La paura del futuro rende i giovani fragili.” Questa osservazione mette in luce come l’incertezza economica, la pressione sociale e la mancanza di prospettive possano agire da fattori di rischio, spingendo le nuove generazioni a cercare rifugio nelle sostanze o nelle dipendenze comportamentali (come il gioco d’azzardo online o la dipendenza digitale). Il messaggio papale invita a guardare alle dipendenze non solo come un vizio o un crimine, ma come un sintomo di disagio esistenziale e sociale.

        Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è intervenuto con una dichiarazione decisa, toccando il dibattito sulla percezione delle sostanze illecite:

        “I derivati dalla cannabis non hanno nulla di leggero.”

        Questa affermazione mira a contrastare la tendenza alla minimizzazione dei rischi associati ad alcune sostanze, in particolare tra i giovani, e ribadisce la linea dura del Governo in materia di prevenzione. L’intervento del sottosegretario sottolinea la preoccupazione per gli effetti neuropsichiatrici e i rischi per la salute mentale legati all’uso anche occasionale, respingendo l’idea di una “cannabis leggera” come ossimoro sanitario e sociale.

        Nel complesso, la VII Conferenza Nazionale sulle Dipendenze ha stabilito un punto di svolta, passando dalla semplice analisi del problema a una dichiarazione di mobilitazione istituzionale unificata per affrontare un fenomeno in continua evoluzione e dalla complessa radice psicofisiologica e sociale.

        Ma perché si diventa dipendenti da qualcosa o qualcuno per la psicologia?

        Secondo alcune posizioni rilevanti nel mondo della psicologia si diventa dipendenti da qualcosa o qualcuno perché la dipendenza offre un meccanismo, seppur disfunzionale e temporaneo, per modulare stati emotivi interni spiacevoli e per soddisfare bisogni psicologici fondamentali.

        Il processo è complesso e coinvolge l’interazione tra neurobiologia (il circuito della dopamina), fattori psicologici individuali e il contesto sociale.

        La dipendenza non è semplicemente una “mancanza di volontà”, ma il risultato di un profondo processo di apprendimento e adattamento disfunzionale.

        La ragione psicologica più forte è la modulazione emotiva negativa

        Fuga dal Disagio: La sostanza o il comportamento dipendente (il trigger) viene utilizzato per soffocare o anestetizzare stati emotivi interni difficili da tollerare, come ansia, noia, solitudine, trauma o depressione.

        Riduzione del Carico Allostatico: In termini psicofisiologici, la dipendenza fornisce un sollievo immediato dal Carico Allostatico (l’usura dovuta allo stress cronico), anche se il sollievo è illusorio e a lungo termine aumenta il carico.

        Anedonia: Col tempo, l’uso cronico desensibilizza il circuito della dopamina, portando all’anedonia (incapacità di provare piacere) nelle attività normali. A questo punto, il dipendente usa la sostanza/comportamento non più per “stare bene”, ma per evitare di “stare male” o raggiungere un livello emotivo “normale”.

        Il cervello impara rapidamente a collegare lo stimolo (la sostanza o la persona) al sollievo o al piacere: l’uso iniziale provoca un rilascio massiccio di dopamina nel Nucleus Accumbens (il circuito del reward), che il cervello etichetta come un comportamento essenziale e da ripetere.

        Il sollievo che si prova dalla crisi d’astinenza o dal disagio emotivo, rinforza ulteriormente il comportamento, spingendo all’uso successivo.

        Quando la dipendenza è rivolta a una persona (dipendenza affettiva o relazionale), il meccanismo è simile, ma il trigger e la ricompensa sono sociali. La dipendenza affettiva sorge spesso da un attaccamento insicuro formatosi nell’infanzia. La persona dipendente cerca di soddisfare in modo esclusivo e compulsivo il fondamentale bisogno di sicurezza, valore e appartenenza attraverso il partner. Il partner dipendente utilizza l’altro come un mezzo per co-regolare le proprie emozioni, senza sviluppare l’autonomia emotiva. La paura dell’abbandono è il motore primario. Anche nelle relazioni, la dopamina è coinvolta: nei momenti di riavvicinamento o il superamento di una crisi relazionale (dopo un periodo di “astinenza” emotiva o conflitto) possono innescare un forte rilascio di dopamina, rinforzando il ciclo disfunzionale di conflitto e riconciliazione.

        La psicologia inquadra la dipendenza attraverso il modello Biopsicosociale, che integra tutti i fattori:

        Biologici: Genetica, alterazioni del circuito dopaminergico, funzionamento dell’Asse HPA.

        Psicologici: Storia di traumi, bassa autostima, difficoltà nella regolazione emotiva, stili di coping disadattivi.

        Sociali: Contesto socio-culturale (come l’Era della Dopamina), pressione dei pari, isolamento o disfunzioni familiari. Aumentare la consapevolezza dei rischi del comportamento e dei potenziali benefici del cambiamento può rappresentare la svolta. L’individuo riconosce l’esistenza del problema e sta attivamente pensando di cambiare (solitamente entro i prossimi sei mesi), ma è ancora ambivalente.