Autore: vladicolombi@gmail.com

  • IL RILASSAMENTO PROGRESSIVO MUSCOLARE DI EDMUND JACOBSON

    Il Rilassamento Muscolare Progressivo (PMR), ideato dal medico Edmund Jacobson, è una tecnica basata sulla stretta correlazione tra mente e corpo: Jacobson osservò che la tensione mentale si riflette sempre in una tensione muscolare e che, imparando a decontrarre i muscoli, è possibile indurre uno stato di calma profonda anche nella mente.

    EDMUND JACOBSON

    Hai citato il “padre” scientifico del rilassamento moderno. Se la Dott.ssa Raffaella Berto è una delle interpreti contemporanee più efficaci di questo metodo in Italia, Edmund Jacobson (1888–1983) ne è stato l’inventore rivoluzionario.

    Medico e fisiologo di Chicago, Jacobson fu il primo a dimostrare scientificamente il legame inscindibile tra stato muscolare e stato mentale.


    La scoperta di Jacobson

    Negli anni ’20, Jacobson utilizzò strumenti di elettromiografia (per misurare gli impulsi elettrici nei muscoli) e scoprì che:

    • Anche quando pensiamo di essere rilassati, i nostri muscoli mantengono delle micro-tensioni.
    • Un pensiero ansioso genera sempre una contrazione muscolare, anche impercettibile.
    • La chiave: Se riesci a eliminare la tensione nel muscolo, la mente deve calmarsi. Non è una scelta, è una conseguenza fisiologica.

    Il metodo originale (Progressive Relaxation)

    Jacobson strutturò un percorso che oggi viene spesso abbreviato (come nelle routine da 10 minuti che abbiamo visto), ma il suo metodo originale era molto rigoroso.

    I 3 pilastri di Jacobson:


    Perché Jacobson è fondamentale per Ansia e Rabbia?

    Jacobson chiamava l’ansia “iper-attivazione neuromuscolare”.

    • Per l’Ansia: Sosteneva che è impossibile essere ansiosi con i muscoli completamente distesi. L’ansia richiede tensione. Se togli la tensione, l’ansia “crolla” perché non ha più il supporto fisico.
    • Per la Rabbia: La rabbia è una preparazione all’attacco. Jacobson insegnava a intercettare i muscoli che si preparano al colpo (pugni, spalle, mascella) e a disabilitarli prima che l’emozione diventi esplosiva.

    Curiosità: Jacobson e il “Rilassamento Differenziale”

    Questa è la parte più utile per chi lavora (quella che la Dott.ssa Berto promuove per l’ufficio): Jacobson insegnava che si può essere rilassati mentre si fa qualcosa.

    Esempio: Se stai scrivendo al computer, devi tendere solo i muscoli delle dita e delle braccia. Se tendi anche le gambe, la schiena o la fronte, stai sprecando energia e accumulando ansia. Il suo obiettivo era insegnare a usare il minimo sforzo necessario per ogni azione.

    La Dott.ssa Raffaella Berto, psicologa e psicoterapeuta citata in precedenza, è un’esperta di questa tecnica e la insegna regolarmente all’interno di percorsi clinici e master per la gestione dello stress (come quelli dell’Associazione Psicologi Lombardia).

    Come Funziona il Metodo

    L’obiettivo è imparare a riconoscere la differenza tra la sensazione di tensione e quella di rilassamento. Si procede contraendo un gruppo muscolare alla volta per pochi secondi, per poi rilasciarlo bruscamente.

    I passaggi chiave:

    1. Preparazione: Sdraiati o siediti in un luogo tranquillo. Chiudi gli occhi e fai alcuni respiri profondi addominali.
    2. Tensione (3-5 secondi): Contrai un gruppo muscolare specifico (es. stringi i pugni o arriccia la fronte) con forza, ma senza sentire dolore.
    3. Rilascio (10-15 secondi): Rilascia la tensione all’istante (non gradualmente). Espira e concentrati sulla sensazione di distensione, calore o pesantezza che si diffonde nel muscolo.
    4. Progressione: Ripeti il ciclo per i vari distretti corporei, solitamente partendo dal basso (piedi) verso l’alto (viso) o viceversa.

    I Benefici principali

    Essendo una tecnica “attiva” (richiede di fare qualcosa fisicamente), è spesso più facile da apprendere per chi fatica a meditare o a stare fermo con i pensieri.

    • Gestione dell’ansia e dello stress: Riduce l’attivazione del sistema nervoso simpatico.
    • Insonnia: Praticato a letto, aiuta il corpo a “cedere” e facilita l’addormentamento.
    • Dolori psicosomatici: Efficace contro cefalee muscolo-tensive, bruxismo e tensioni cervicali.
    • Consapevolezza corporea: Insegna a intercettare precocemente i segnali di stress durante la giornata.

    Il consiglio della Dr.ssa Berto

    In ambito clinico, professionisti come Raffaella Berto spesso integrano il metodo Jacobson con il Training Autogeno o la Mindfulness. Mentre il metodo di Jacobson è eccellente per chi ha bisogno di un approccio fisico e concreto, il Training Autogeno lavora più su suggestioni mentali di calore e pesantezza.

    differenza tra rilassamento progressivo di jacobsen, traning autogeno e mindfulness

    Sebbene l’obiettivo finale sia comune — ridurre lo stress e migliorare il benessere — queste tre tecniche funzionano con meccanismi psicofisici molto diversi.

    Rilassamento Muscolare Progressivo (Jacobson)

    È la tecnica più fisica e concreta. Si basa sull’azione muscolare diretta.

    • Meccanismo: Contrazione volontaria di un muscolo seguita da un rilascio immediato.
    • Focus: La sensazione fisica di tensione vs. distensione.
    • Adatto a chi: Ha molta energia residua, soffre di tic, tensioni muscolari croniche (es. bruxismo) o trova difficile restare immobile a pensare.
    • Il mantra: “Sento la tensione, la lascio andare fisicamente”.

    2. Training Autogeno (Schultz)

    È una tecnica di auto-distensione da concentrazione. Si basa sulla mente che influenza il corpo.

    • Meccanismo: Ripetizione mentale di formule (es. “Il mio braccio destro è pesante”, “Il mio plesso solare è piacevolmente caldo”).
    • Focus: Sensazioni viscerali e involontarie (pesantezza, calore, battito cardiaco, respiro).
    • Adatto a chi: Ha una buona capacità di immaginazione, soffre di disturbi psicosomatici (gastriti, tachicardia da ansia) e preferisce un approccio passivo e meditativo.
    • Il mantra: “Il mio corpo si rilassa da solo attraverso la mia mente”.

    3. Mindfulness (Protocolli MBSR/MBCT)

    Non è una tecnica di rilassamento in senso stretto, ma una pratica di consapevolezza. Il rilassamento è un “effetto collaterale”, non l’obiettivo primario.

    • Meccanismo: Osservazione non giudicante del momento presente (pensieri, emozioni, sensazioni).
    • Focus: Accettazione di ciò che accade, anche se spiacevole.
    • Adatto a chi: Soffre di rimuginio mentale, ansia per il futuro o vuole cambiare il proprio rapporto con le emozioni difficili.
    • Il mantra: “Resto presente a ciò che c’è, senza cercare di cambiarlo”.

    Tabella Comparativa Rapida

    CaratteristicaJacobsonTraining AutogenoMindfulness
    Sforzo richiestoAttivo (muscolare)Passivo (mentale)Osservativo (cognitivo)
    Punto di partenzaIl muscoloIl sistema nervosoLa mente/attenzione
    Facilità inizialeAlta (molto intuitivo)Media (richiede costanza)Variabile (richiede pazienza)
    ObiettivoDecontrarre il corpoEquilibrare il sistema vegetativoEssere presenti/consapevoli

    Quale scegliere?

    Spesso la Dott.ssa Berto suggerisce di iniziare dal metodo Jacobson se sei molto teso o “iperattivo”, perché scarica fisicamente lo stress. Una volta che il corpo è più calmo, è più facile passare al Training Autogeno (per una distensione profonda) o alla Mindfulness (per gestire i pensieri).

    Dato che la Dott.ssa Raffaella Berto utilizza spesso un approccio integrato, vediamo come queste tre tecniche rispondono a tre dei problemi più comuni: ansia, insonnia e dolori muscolari (come il mal di schiena).

    Ecco come agiscono nello specifico:

    1. Ansia e Rimuginio (Pensieri fissi)

    L’ansia ci proietta nel futuro (“e se succedesse che…”).

    • Mindfulness (La migliore): È l’arma d’eccellenza. Non cerca di scacciare il pensiero ansioso, ma ti insegna a guardarlo come se fosse una nuvola che passa. Impari che “i pensieri non sono fatti”.
    • Jacobson: Utile come “interruttore di emergenza”. Se l’ansia ti blocca il respiro o ti fa tremare, contrarre e rilasciare i muscoli scarica l’adrenalina in eccesso.

    2. Insonnia (Difficoltà ad addormentarsi)

    Il corpo è a letto, ma la mente corre o il fisico è contratto.

    • Training Autogeno (Il più efficace): Le formule sulla pesantezza e sul calore mimano ciò che accade naturalmente al corpo quando entra nel sonno profondo. Induce una risposta del sistema nervoso parasimpatico (quello del riposo).
    • Jacobson: Perfetto se senti le gambe irrequiete o le spalle tese. Scaricare la tensione fisica “stanca” il muscolo e segnala al cervello che è sicuro lasciarsi andare.

    3. Mal di Schiena e Tensioni Somatizzate

    Spesso il dolore è mantenuto da una “corazza” muscolare inconscia.

    • Jacobson (L’ideale): Molte persone con mal di schiena non si rendono conto di tenere i muscoli contratti anche a riposo. Questa tecnica ti insegna la propriocezione: impari a sentire il muscolo contratto e a “mollarlo” volontariamente.
    • Mindfulness: Aiuta a gestire la componente emotiva del dolore cronico, riducendo la frustrazione e la tensione mentale che peggiorano la percezione del dolore fisico.

    Una piccola prova pratica (Metodo Jacobson)

    Proviamo subito un esercizio rapido che la Dott.ssa Berto propone spesso per chi lavora al computer:

    1. Ispirazione e Tensione: Porta le spalle su verso le orecchie il più possibile. Stringi forte per 5 secondi. Senti la “fatica” e la durezza dei muscoli del collo.
    2. Espirazione e Rilascio: Espira bruscamente dalla bocca e lascia cadere le spalle di colpo.
    3. Osservazione: Resta immobile per 15 secondi. Senti il calore o il formicolio che scende lungo le braccia? Quello è il sangue che torna a scorrere dove prima c’era un blocco.

    L’ansia è un segnale del corpo che ci dice che siamo proiettati troppo nel futuro o che percepiamo una minaccia (reale o immaginaria). Per gestirla, professionisti come la Dott.ssa Raffaella Berto suggeriscono spesso un approccio “a due velocità”: una tecnica per calmare il corpo nell’immediato e una per cambiare il rapporto con i pensieri ansiosi a lungo termine.

    Ecco come puoi utilizzare le tre tecniche per affrontare l’ansia:

    1. L’Intervento di Emergenza: Metodo Jacobson

    Quando l’ansia diventa fisica (palpitazioni, respiro corto, mani contratte), il corpo è in modalità “attacco o fuga”. È difficile ragionare con una mente ansiosa, quindi si parte dal corpo.

    • Perché funziona: Scarica fisicamente l’adrenalina prodotta dall’ansia. Contrarre volontariamente i muscoli e poi rilasciarli invia un segnale immediato al cervello: “Il pericolo è passato, puoi rilassarti”.
    • Esercizio rapido: Stringi i pugni e le dita dei piedi fortissimo mentre inspiri. Trattieni per 5 secondi sentendo tutta la tensione. Espira con un sospiro e apri le mani di colpo. Senti il sangue che torna a fluire.
  • PSICOSOMATICA DELL’APPARATO GASTROINTESTINALE

    Quando stomaco e intestino non si comportano bene

    Il legame tra psiche e intestino non è solo una suggestione romantica o un modo di dire (“avere fegato”, “sentire le farfalle nello stomaco”): è una realtà biologica solidissima.

    In psicosomatica, l’intestino è considerato il nostro “secondo cervello”. Esiste infatti un asse bidirezionale (asse intestino-cervello) che collega il sistema nervoso centrale con il sistema nervoso enterico attraverso il nervo vago e segnali biochimici.

    Ma quali sono le emozioni “che parlano” attraverso la pancia?

    L’intestino ha il compito di assimilare ciò che ci nutre e lasciare andare ciò che è tossico o superfluo. In chiave psicosomatica, i problemi intestinali spesso riflettono difficoltà nel gestire questi processi emotivi. Per esempio le difficoltà adigerireun evento, come un torto subito, una notizia improvvisa o una situazione lavorativa pesante. Oppure trattenere il controllo o la paura e la insicurezza. Sotto il primo aspetto chi soffre di stipsi spesso ha difficoltà a lasciar andare il passato, le emozioni o il controllo sulla propria vita, mentre sotto il secondo si possono presentare disturbi come la colite o la diarrea che possono rappresentare il desiderio inconscio di “espellere” rapidamente una situazione che ci spaventa o che non ci sentiamo in grado di gestire.

    La ricerca scientifica ha confermato che stress, ansia e depressione possono alterare la motilità intestinale e la sensibilità viscerale, ma non è “tutto nella tua testa”. La connessione è chimica poiché la serotonina (l’ormone del buon umore) è prodotta per circa il 95% è prodotta nell’intestino. Se l’intestino è in fiamme, anche l’umore ne risente, e viceversa. Ma anche il microbiota intestinale gioca un ruolo di primo piano. Lo stress altera la flora batterica intestinale e un microbiota alterato (disbiosi) invia segnali di allarme al cervello, creando un circolo vizioso di ansia e malessere fisico.

    La psicosomatica non esclude però la medicina tradizionale. È fondamentale indagare prima le cause organiche (intolleranze, infiammazioni, patologie) con un medico, per poi integrare il percorso con un lavoro sull’ascolto delle proprie emozioni. Spesso, quando l’intestino “urla”, ci sta chiedendo di rallentare o di prestare attenzione a qualcosa che stiamo ignorando a livello conscio. Anche in questi casi la psicosomatica si può utilmente alleare con la fitoterapia. Sotto quest’ultimo aspetto gli studi non mancano:(https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7003480/).

    L’integrazione di Pistacia lentiscus (conosciuto anche come Mastice di Chios o Lentisco) in contesti di infiammazioni intestinali gravi rappresenta un campo di grande interesse per la fitoterapia moderna. Quando parliamo di condizioni “gravi”, ci riferiamo solitamente a patologie come la Rettocolite Ulcerosa (RCU) o la Malattia di Crohn, che rientrano nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI/IBD). In questo tipo di infiammazioni, il corpo produce un eccesso di molecole infiammatorie chiamate citochine (come il TNF-α e l’IL-6). La Pistacia lentiscus agisce come un modulatore sia nell’inibizione dei mediatori (riducendo la produzione di queste citochine e “spegnendo” il segnale che autoalimenta l’infiammazione nella mucosa intestinale) e sia nella riduzione dell’Ossido Nitrico (il lentisco riduce l’enzima iNOS. Livelli troppo alti di NO nelle pareti intestinali sono tipici delle fasi acute delle coliti).

    Nelle infiammazioni croniche, le “giunzioni strette intestinali” che tengono unite le cellule dell’intestino si allentano, permettendo a tossine e batteri di passare nel sangue. Sotto questo aspetto il Lentisco favorisce la produzione di muco protettivo e aiuta a mantenere l’integrità della membrana, agendo come una sorta di “cerotto naturale” che protegge le aree ulcerate dal contatto con i succhi gastrici e i residui fecali irritanti.

    Inoltre a differenza degli antibiotici sintetici che possono distruggere la flora batterica “buona”, la Pistacia lentiscus ha dimostrato proprietà antibatteriche selettive (tant’è che è particolarmente nota per il contrasto all’Helicobacter pylori nello stomaco ma nell’intestino aiuta a tenere sotto controllo la proliferazione di agenti patogeni che potrebbero complicare un quadro infiammatorio già compromesso (https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10419108/).

    La Mastica di chios è indicata sia nell’infiammazione lieve (colon irritabile) e sia nell’infiammazione definita “grave”,  per le quali la farmacologia propone come risposta cicli ripetetuti di mesalazina, steroidi o farmaci biologici.

    La Pistacia lentiscus può essere un eccellente coadiuvante per prolungare le fasi di remissione (quando la malattia non è attiva), ridurre il dosaggio dei farmaci (sempre sotto stretto controllo medico) e migliorare la qualità della vita riducendo i sintomi residui come gonfiore e fastidio addominale.

    La  Mastic (Pistacia lentiscus) se adeguatamente concentrata è particolarmente efficace nel proteggere le mucose dello stomaco e dell’intestino, aiutando anche contro il batterio Helicobacter pylori e se associata al  Lithothamnion calcareum (un’alga rossa ricca di calcio e magnesio organici che funziona come un “tampone” naturale che contrasta l’acidità e apporta minerali essenziali per il trofismo delle membrane), può dare risultati davvero importanti senza effetti collaterali o controindicazioni.

  • COS’E’ LA NEUROGENESI E COME STIMOLARLA

    Il BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) è una proteina che agisce come un potentissimo nutriente per i tuoi neuroni.

    Senza BDNF i neuroni appassiscono, le connessioni si indeboliscono e il giardino diventa arido (difficoltà di apprendimento, depressione, declino cognitivo) ma con con molto BDNF: I neuroni creano nuovi rami, le radici si fortificano e il giardino prospera. Ma quali sono le 3 funzioni chiave del BDN?


    Possiamo davvero creare nuovi neuroni?

    Fino a pochi decenni fa si pensava che nascessimo con un numero fisso di neuroni destinati solo a diminuire. Oggi sappiamo che non è così.

    La neurogenesi avviene principalmente in una zona specifica: l’Ippocampo (la sede della memoria e della regolazione emotiva). Le cellule staminali neurali si dividono e si trasformano in neuroni funzionali,ma non basta “creare” il neurone: esso deve sopravvivere e integrarsi nei circuiti esistenti. Senza stimoli (o senza BDNF), il nuovo neurone muore in pochi giorni. Esistono vari modi efficaci per aumentare la produzione di questo “fertilizzante” naturale di cui uno davvero molto potente: l’esercizio Fisico ovvero il re dello stimolo!

    L’attività aerobica è lo stimolo più potente conosciuto per il BDNF: corsa, nuoto o camminata veloce per almeno 30-40 minuti possono essere un potente fertilizzante per stimolare il nostro cervello. Quando i muscoli lavorano, rilasciano una proteina chiamata Irisina, che viaggia fino al cervello e ordina di produrre più BDNF.

    Anche l’alimentazione e il digiuno Intermittente possono aiutare il cervello

    Il cervello produce più BDNF quando “ha fame” (una risposta evolutiva per renderci più intelligenti nella ricerca del cibo). Il digiuno Intermittente (16/8) favorisce la produzione di corpi chetonici che stimolano l’espressione del gene del BDNF e i polifenoli e Omega-3 (mirtilli, cioccolato fondente (>85%), curcuma e pesce grasso sono i migliori alleati.

    Esistono altri straordinari naturali stimolanti di BDNF: il sonno profondo e l’arricchimento ambientale. Per quantro riguarda il sonno profondo va ricordato come la neurogenesi avviene principalmente mentre dormi. Durante il sonno profondo, il cervello attiva il sistema glinfatico (la “pulizia dei rifiuti”) e consolida i nuovi neuroni nati durante il giorno. Per quantro riguarda l’arricchimento ambientale (come imparare cose nuove), va ricordato come il cervello richieda di essere costantemente stimolato.

    Il cervello segue la regola del “Use it or lose it” (usalo o perdilo).

    E’ stato oramai ampiamente dimostrato come studiare una lingua, imparare a suonare uno strumento o viaggiare in posti nuovi “costringa” i nuovi neuroni a integrarsi nei circuiti per non morire.

    In estrema sintesi quindi vediamo con una tabella riassuntiva come stimolare il BDNF in modo naturale e intelligente:


    Tabella Riassuntiva: I Killer vs. Gli Alleati

    Fattori che DISTRUGGONO il BDNFFattori che AUMENTANO il BDNF
    Stress cronico (Cortisolo alto)Esercizio aerobico costante
    Zuccheri raffinati e grassi transDigiuno intermittente / Restrizione calorica
    Isolamento socialeApprendimento continuo (sfide cognitive)
    Privazione del sonnoEsposizione al sole (Vitamina D)

    Un consiglio pratico

    Se vuoi un “picco” immediato di BDNF, la combinazione vincente è: Attività fisica intensa seguita da una doccia fredda e poi una sessione di studio o lettura. L’esercizio prepara il terreno, il freddo dà la scossa e lo studio dice ai nuovi neuroni dove posizionarsi.

  • COSA E’ LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE E PERCHE’ FUNZIONA

    La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) è attualmente uno dei modelli più diffusi e validati scientificamente a livello mondiale. In poche parole: si basa sull’idea che non sono gli eventi in sé a crearci sofferenza, ma il modo in cui li interpretiamo.Ma quali sono i tre pilastri su cui si basa?


    La CBT lavora su un triangolo di influenze reciproche. Se cambi uno di questi elementi, influenzi inevitabilmente gli altri due

    • Cognizione (Pensieri): Quello che diciamo a noi stessi (es. “Non ce la farò mai”).
    • Emozione: Come ci sentiamo di conseguenza (es. Ansia, tristezza).
    • Comportamento: Quello che facciamo per reagire (es. Evitare una sfida, isolarsi). Ma come funziona concretamente?

    A differenza di altri approcci che scavano profondamente nel passato o nell’inconscio, la CBT è orientata allo scopo e focalizzata sul presente

    Le 3 fasi principali sulle quali si basa sono la psicoeducazione, la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione e modifica comportamentale.

    1. Psicoeducazione: Il terapeuta ti spiega come funziona il tuo disturbo e come i tuoi pensieri influenzano il tuo malessere.
    2. Ristrutturazione Cognitiva: Si impara a identificare i “pensieri automatici negativi” (distorsioni cognitive) e a sostituirli con pensieri più realistici e funzionali.
    3. Esposizione e Modifica Comportamentale: Si affrontano gradualmente le situazioni temute per rompere le abitudini dannose (come l’evitamento o i rituali compulsivi). La psicoterapia

    In estrema sintesi la psicoterapia cognitivo-comportamentale è pratica, collaborativa e a breve termine, e comporta spesso l’assegnazione di compiti da svolgere tra le sedute.

    CaratteristicaDescrizione
    PraticaSi concentra sulla risoluzione di problemi concreti della vita quotidiana.
    CollaborativaTerapeuta e paziente lavorano insieme come una squadra (“empirismo collaborativo”).
    A breve termineSpesso richiede meno tempo rispetto ad analisi profonde (solitamente dai 6 ai 12 mesi).
    Compiti a casaInclude spesso esercizi pratici da fare tra una seduta e l’altra (diari, esperimenti comportamentali).

    La CBT rappresenta oggi un approccio utile e pratico per aiutare a risolvere numerosi problemi

    È considerata il “gold standard” per il trattamento di molti disturbi, tra cui:

    • Ansia e Attacchi di panico
    • Depressione
    • Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)
    • Fobie
    • Disturbi del sonno

  • INFIAMMAZIONE E NERVO VAGO: LE 3 VIE

    Quando parliamo del nervo vago come “interruttore” dell’infiammazione, entriamo nel campo affascinante della riflessologia neurale. Il nervo vago non è solo un sensore, ma un vero e proprio gestore del sistema immunitario.

    Esistono tre vie principali attraverso cui il nervo vago esercita il suo potere antinfiammatorio, agendo come un ponte tra il cervello e il corpo.


    1. Il Riflesso Antinfiammatorio (Via Afferente)

    Questa è la via del monitoraggio. Il nervo vago funge da “sensore di fumo” del corpo.

    • Come funziona: Le fibre sensoriali (afferenti) del vago rilevano la presenza di citochine infiammatorie (come il TNF−α e l’IL−1β) prodotte dai macrofagi nei tessuti.
    • Il risultato: Il segnale arriva al tronco encefalico, informando il cervello che c’è un’infiammazione in corso. Questo attiva le risposte protettive delle altre due vie.

    2. La Via Colinergica Antinfiammatoria (Via Efferente)

    Questa è la via più famosa e studiata, scoperta dal Dr. Kevin Tracey. È un meccanismo diretto e rapidissimo.

    • Come funziona: Il segnale parte dal cervello e scende lungo il vago fino agli organi. Qui, le terminazioni nervose rilasciano acetilcolina (ACh).
    • Il bersaglio: L’acetilcolina si lega a recettori specifici (chiamati recettori nicotinici α7nAChR) presenti sulla superficie dei macrofagi.
    • Il risultato: Questo legame “spegne” la produzione di citochine infiammatorie. È letteralmente un comando di stop cellulare.

    3. L’Asse Simpatico-Vagale (Via Splenica)

    Questa via è più complessa perché coinvolge un “ponte” tra il sistema parasimpatico (vago) e quello simpatico, concentrandosi sulla milza.

    • Come funziona: Il nervo vago stimola il ganglio celiaco, che a sua volta attiva il nervo splenico. Quest’ultimo rilascia noradrenalina nella milza.
    • La particolarità: La noradrenalina spinge una specifica popolazione di globuli bianchi (cellule T) a produrre acetilcolina proprio all’interno della milza.
    • Il risultato: La milza, che è il principale “filtro” del sangue, smette di immettere in circolo mediatori infiammatori, riducendo l’infiammazione sistemica.

    Sintesi delle vie

    ViaMeccanismo PrincipaleOrgano/Bersaglio Chiave
    AfferenteRilevamento citochineCervello (Feedback)
    ColinergicaRilascio di AcetilcolinaMacrofagi tissutali
    SplenicaAsse Vago-SplenicoMilza

    Capire queste vie spiega perché tecniche come la respirazione diaframmatica profonda, la meditazione o la stimolazione elettrica del vago possono effettivamente ridurre i livelli di infiammazione cronica nel corpo.

  • I DISTURBI GASTROINTESTINALI NELLA PSICOSOMATICA

    In psicosomatica, l’apparato gastrointestinale è considerato il “secondo cervello” (sistema nervoso enterico). Non è solo una metafora: l’intestino e il cervello comunicano costantemente attraverso l’asse intestino-cervello, rendendo il sistema digerente il palcoscenico principale dove vengono messe in scena le emozioni che non riusciamo a “digerire” a livello conscio.

    Esiste una connessione biochimica e neurologica bidirezionale. Lo stress attiva il sistema nervoso simpatico, che rallenta la digestione o ne altera la motilità, causando dolore e infiammazione.

    In psicosomatica, ogni segmento dell’apparato digerente corrisponde a una fase dell’elaborazione di un’esperienza poichè lo stomaco deve “accogliere” il cibo e “aggredirlo” con gli acidi per scomporlo. I disturbi che posso interessare lo stomaco sono molteplici e includono gastrite, iperacidità, nausea e vomito. Gastrite e Iperacidità rappresentano spesso una rabbia inespressa, un “bruciore” per un’ingiustizia subita o il senso di non riuscire a mandare giù un boccone amaro (un evento, una persona, una critica) mentre la nausea e il vomito esprimono il rifiuto netto di una situazione. “Non ne voglio sapere, lo espello”.

    Anche l’intestino rappresenta poi un mondo a parte: l‘Intestino Tenue è il laboratorio dove avviene la separazione tra ciò che è utile e ciò che è scarto, e le difficoltà di assorbimento possono indicare una tendenza a essere troppo analitici o critici, perdendosi nei dettagli della vita senza riuscire a trarne nutrimento vitale. Il Colon invece ha a che fare con “il trattenere e il lasciare andare“.

    L’intestino crasso infine è legato alla capacità di abbandonare il passato. La stipsi (Stitichezza) è simbolicamente il trattenere e può indicare avarizia (non solo economica, ma emotiva), paura di perdere il controllo o difficoltà a separarsi da vecchi schemi mentali e ricordi. La colite e la diarrea rappresentano il bisogno di liberarsi in fretta di qualcosa di percepito come pericoloso o inaccettabile. Spesso legata all’ansia da prestazione: “Voglio che finisca presto”. La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) è forse il disturbo psicosomatico per eccellenza. Si manifesta spesso in persone molto responsabili e perfezioniste che tendono a controllare eccessivamente le proprie emozioni e che vivono un conflitto tra il desiderio di compiacere gli altri e il bisogno di ribellarsi. L’intestino “irritato” riflette un’irritabilità emotiva che non trova sfogo a parole o con le azioni.

    Come intervenire oltre il Sintomo

    Sebbene la dieta e i farmaci (come procinetici o antispastici) siano fondamentali per gestire il dolore acuto, l’approccio psicosomatico suggerisce di ascoltare il corpo (per esempio chiedersi “Cosa sta succedendo nella mia vita che non riesco a digerire?” proprio quando compare il dolore), gestire lo stress (attraverso tecniche di rilassamento, mindfulness o training autogeno aiutano a de-tendere la muscolatura liscia viscerale) e la psicoterapia (utile per identificare i “bocconi amari” che abbiamo inghiottito senza reagire).

      Quando il “secondo cervello” è in fiamme, l’obiettivo è disinnescare la risposta di allarme del sistema nervoso che tiene contratti i muscoli involontari dell’addome.

      Ecco tre tecniche efficaci per allentare la tensione psicosomatica:

      1. Respirazione Diaframmatica (Il “Massaggio Interno”)

      È lo strumento più potente per stimolare il nervo vago, che è il freno naturale dello stress. Sdraiati o siediti comodamente si mette una mano sul petto e l’altra sulla pancia (sopra l’ombelico) e si esegue un semplice esercizio si ispira lentamente con il naso facendo gonfiare solo la pancia (la mano sul petto deve restare ferma) e si espira con la bocca socchiusa lasciando che la pancia si sgonfi dolcemente. Questo movimento esegue un massaggio meccanico sugli organi interni e segnala al cervello che il “pericolo” è passato, riducendo l’acidità e i crampi.

      2. Esercizio di “Rilascio del Boccone” (Visualizzazione)

      Utile quando si avverte lo stomaco chiuso o “un nodo” dovuto a un evento specifico. Si chiudono gli occhi e si individuano il punto esatto della tensione (es. bocca dello stomaco). Si visualizza quella tensione come un oggetto fisico (un sasso, un nodo, una morsa) e mentre si espira, si immagina che quell’oggetto si sciolga o che lo si stia finalmente “sputando” o lasciando andare. Infine si accompagna il gesto con l’affermazione mentale: “Non ho bisogno di trattenere questo peso, posso lasciarlo scorrere”.

      3. Automassaggio Viscerale Dolce

      Se senti l’intestino contratto (stipsi o colite), lo si può aiutare manualmente seguendo un percorso fisiologico usando un olio caldo (mandorle o lavanda) eseguendo dei piccoli cerchi in senso orario partendo in basso a destra (vicino all’anca), salendo verso le costole, attraversando l’addome e scendendo a sinistra. Il senso orario è fondamentale poichè segue il transito intestinale e aiuta a “sbloccare” il ristagno energetico e fisico.

      Un piccolo trucco per la quotidianità

      Spesso i disturbi psicosomatici peggiorano perché “mangiamo le nostre emozioni”. Prova a fare questo test: la prossima volta che sei a tavola e senti tensione, fermati un istante e chiediti: “Sto mangiando perché ho fame o sto cercando di soffocare un pensiero?”. Se è la seconda, fai tre respiri profondi prima di continuare.

      Il reflusso gastroesofageo, in psicosomatica, rappresenta uno dei segnali più chiari di un conflitto tra ciò che accogliamo e ciò che vorremmo respingere. Se lo stomaco è il luogo della “digestione” degli eventi, l’esofago è il canale di passaggio: il reflusso è, letteralmente, un’inversione di marcia biologica.

      Ecco l’analisi dettagliata del significato profondo di questo disturbo:

      1. Il “Boccone Amaro” che risale

      A differenza della gastrite (che è rabbia che brucia dentro), il reflusso indica qualcosa che è già stato “inghiottito” ma che il nostro sistema profondo rifiuta di elaborare. Esso rappresenta una situazione, una frase o una persona che abbiamo accettato per dovere o per educazione, ma che in realtà ci “disgusta” o ci risulta inaccettabile. L’acido che sale verso l’alto è il tentativo simbolico di riportare fuori ciò che non doveva entrare.

      2. La Sfida all’Autorità e il “Mandare giù”

      Il reflusso colpisce spesso chi vive una discrepanza tra il proprio ruolo sociale/professionale e i propri desideri reali. Spesso si manifesta in chi deve “mandare giù” direttive, critiche o atteggiamenti di un superiore o di un partner dominante senza poter replicare. È la protesta silenziosa. Non potendo urlare o rispondere verbalmente (l’esofago è vicino alle corde vocali), l’organismo usa l’acido per “esprimersi”.

      3. L’Incapacità di Dire di No

      Chi soffre di reflusso spesso ha difficoltà a porre dei confini. In psicosomatica, la valvola (il cardias) che non chiude bene simboleggia una difficoltà nel mettere un limite tra l’esterno e l’interno. “Sono così aperto e disponibile che lascio entrare tutto, anche ciò che mi fa male, e ora il mio corpo sta cercando di rimediare al mio eccesso di accondiscendenza”.


      4. Differenze di Sfumatura

      • Bruciore retrosternale (dietro il petto): È vicino al cuore. Indica spesso un dolore affettivo “acido”, una delusione amorosa o familiare che non riusciamo a digerire.
      • Rigurgito acido in bocca: Indica che il conflitto è arrivato al limite della parola. Sei quasi pronto a dire quello che pensi, ma l’emozione rimane bloccata a metà strada, irritando i tessuti.

      Cosa suggerisce la Psicosomatica per guarire?

      Imparare a filtrare: Non accettare tutto passivamente. Chiediti: “Questa situazione mi appartiene davvero o la sto subendo?”.

      1. Esprimere l’acidità: Trova un modo sano per far uscire la rabbia o il dissenso. Se non puoi parlare direttamente alla persona interessata, scrivi una lettera (anche senza spedirla) o fai attività fisica intensa.
      2. Il momento del pasto: Il reflusso peggiora se mangi con l’ansia. Trasforma il pasto in un rito in cui “accogli” solo cose buone, isolandoti dalle preoccupazioni lavorative.

      In psicosomatica, l’atto di masticare questa resina dura che si scioglie lentamente ha un valore simbolico fortissimo: aiuta a “masticare e sminuzzare” i problemi che ci sembrano troppo duri da digerire.

      Esiste poi una resina utilissima per i problemi gastrointestinali che ci può essere molto utile: la mastica di chios. Ma cos’è esattamente la mastica di chios?

      Si tratta di una resina naturale prodotta esclusivamente dall’albero del lentisco (Pistacia lentiscus) nell’isola greca di Chios. Dal 2014 è protetta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Non è solo tradizione: la scienza conferma proprietà straordinarie:

      • Antisettico naturale: È l’unico rimedio naturale con efficacia provata contro l’Helicobacter pylori, il batterio responsabile di molte gastriti e ulcere.
      • Antinfiammatorio: Riduce l’infiammazione del tratto gastrointestinale (ottima per colite e morbo di Crohn in fase lieve come confermato in una recente ricerca: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37569412).
      • Protettivo gastrico: Forma una sorta di pellicola sulle pareti dello stomaco, proteggendole dall’acidità eccessiva (reflusso).
      • Igiene orale: Combatte la placca e l’alitosi (spesso legata a cattiva digestione:https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37147480/).

      Esistono tre modi principali per assumerla, a seconda del tuo obiettivo:

      FormatoUtilizzo idealeCome si usa
      Lacrime (Resina grezza)Riflessologia orale e gastriteSi mastica come una gomma (senza deglutirla subito). All’inizio è dura, poi diventa elastica.
      PolvereUlcere e reflussoSi scioglie mezzo cucchiaino in un bicchiere d’acqua (o yogurt) al mattino a digiuno.
      CapsuleTrattamento d’urto (H. Pylori)Seguire il dosaggio dell’erborista (solitamente 500mg-1g al giorno).

      Se il tuo disturbo è psicosomatico, ti consiglio la resina grezza (le lacrime).

      Masticare la Mastiha richiede tempo e pazienza. In psicosomatica, questo esercizio aiuta a:

      1. Scaricare la tensione mandibolare: Molte persone che soffrono di stomaco soffrono anche di bruxismo (serrano i denti per la rabbia).
      2. Rallentare: Non puoi masticare la Mastiha di fretta. Ti costringe a un ritmo più lento, preparando lo stomaco all’accoglienza.

      La trovi nelle migliori erboristerie o nei negozi di prodotti biologici/greci. Assicurati che sia la “Chios Mastiha originale” (PDO – Denominazione di Origine Protetta) per evitare resine comuni di pino che non hanno gli stessi effetti terapeutici.

      Piccola dritta: Se la mastichi, all’inizio sentirai un sapore di pino e terra molto intenso, quasi amaro. È normale! Dopo pochi minuti diventa più neutro e rinfrescante.

      1. La Tisana “Balsamo di Chios”

      Se hai a disposizione la polvere di Mastiha, puoi preparare una bevanda lenitiva perfetta per i momenti di forte stress gastrico o reflusso.

      Ingredienti:

      • 1 tazza d’acqua (circa 200ml)
      • 1/2 cucchiaino di polvere di Mastiha (circa 1g)
      • 1 cucchiaino di semi di finocchio (per il gonfiore)
      • Un pizzico di zenzero fresco (opzionale, per la nausea)

      Preparazione:

      1. Porta l’acqua a ebollizione con i semi di finocchio e lo zenzero.
      2. Lascia in infusione per 5-7 minuti e poi filtra.
      3. Importante: Aggiungi la polvere di Mastiha solo quando l’acqua è tiepida (non bollente), per non alterare i suoi oli essenziali.
      4. Mescola bene finché non si scioglie parzialmente (tende a precipitare sul fondo, quindi continua a mescolare mentre bevi).

      Mentre la assumi, prova a visualizzare la resina che scende e “sigilla” le pareti dello stomaco, proprio come fa sull’albero per proteggerlo dalle ferite della corteccia. È un esercizio di autocura molto potente.

    1. IL GINESTRINO NEL CONTROLLO DELLO STRESS

      Il ginestrino (Lotus corniculatus) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae. Sebbene sia spesso considerata una pianta foraggera, la fitoterapia moderna ne apprezza le proprietà sedative e ansiolitiche, agendo in modo mirato sul sistema nervoso centrale (SNC).

      L’efficacia del ginestrino non è legata a un singolo componente, ma a un “fitocomplesso” (un insieme di sostanze che lavorano in sinergia). I protagonisti sono:

      • Flavonoidi: Come la quercetina e il kaempferolo, noti per le proprietà antiossidanti e neuroprotettive.
      • Glicosidi Cianogenetici: Presenti in tracce minime (che non rendono la pianta tossica ai dosaggi terapeutici), esercitano un’azione blandamente sedativa.
      • Tannini e Saponine: Contribuiscono alla stabilità biochimica degli estratti.

      Il ginestrino agisce principalmente attraverso due vie:

      • Modulazione del Sistema GABAergico: Si ritiene che alcuni flavonoidi presenti nella pianta possano interagire con i recettori del GABA (acido gamma-amminobutirrico), il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Aumentando l’efficacia del GABA, il ginestrino aiuta a “frenare” l’iperattività neuronale tipica degli stati d’ansia.
      • Regolazione dell’Asse HPA: Lo stress cronico attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, portando a un eccesso di cortisolo. I principi attivi del ginestrino aiutano a mitigare questa risposta, riducendo la percezione fisica dello stress (tachicardia, contratture muscolari).

      Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale dei mammiferi. Se il tuo cervello fosse una macchina, il glutammato (un altro neurotrasmettitore) sarebbe l’acceleratore, mentre il GABA sarebbe il pedale del freno.

      Senza una quantità adeguata di GABA, i neuroni sparerebbero impulsi troppo frequentemente e in modo disordinato, portando a ansia, insonnia e attacchi di panico.

      Il GABA è un amminoacido non proteogenico (non serve per costruire proteine) sintetizzato a partire dal glutammato (che è, ironicamente, il principale eccitatorio).

      La reazione chimica è mediata dall’enzima GAD (glutammato decarbossilasi) con l’aiuto della vitamina B6:

      2. Come funziona? (Il meccanismo “Serratura e Chiave”)

      Il GABA agisce legandosi a recettori specifici sulla superficie dei neuroni. Esistono due tipi principali:

      • GABA-A (Recettori Ionotropici): Sono i più veloci. Quando il GABA si lega a loro, apre un canale che permette l’ingresso di ioni Cloro ($Cl^-$), che hanno carica negativa, all’interno del neurone.
      • GABA-B (Recettori Metabotropici): Agiscono più lentamente, attivando proteine interne che portano all’uscita di potassio o alla chiusura di canali calcio.

      Il risultato finale? La carica negativa interna del neurone aumenta (iperpolarizzazione), rendendo molto più difficile per quel neurone “eccitarsi” e trasmettere un segnale. Il sistema si calma.

      Il ginestrino e il GABA possono aiutare la mente nel focus e nell’attenzione

      Il GABA non serve “solo” per la calma; è fondamentale per l’equilibrio biologico poiché inibisce i circuiti della paura nell’amigdala, migliora la qualità del sonno (durante la notte, i livelli di GABA aumentano per permettere al cervello di entrare nelle fasi profonde del sonno) regola il controllo motorio intervenendo sul tono muscolare (bassi livelli di GABA sono associati a spasmi e tremori) e aumenta il focus mentale in quanto “frenando” i rumori di fondo (pensieri intrusivi), il GABA permette una concentrazione più pulita.

      Molte sostanze agiscono modulando i recettori del GABA come le benzodiazepine che si legano al recettore GABA-A potenziandone l’effetto (sono modulatori allosterici), l’alcool (che mima l’azione del GABA causando rilassamento iniziale e perdita di coordinazione) e alcuni fitoterapici (come il Ginestrino i cui flavonoidi agiscono come modulatori dolci, rendendo i recettori del GABA leggermente più sensibili senza creare la dipendenza tipica dei farmaci sintetici). Il GABA non attraversa facilmente la barriera emato-encefalica per questo integrare direttamente GABA puro spesso è meno efficace rispetto all’uso di piante (come il ginestrino) o precursori che aiutano il cervello a produrlo autonomamente. A differenza di altri sedativi più potenti (come la valeriana), il ginestrino ha un profilo d’azione più “gentile”, rendendolo ideale per la distonia Neurovegetativa (in quanto regola i disturbi causati dallo stress che si manifestano sul corpo, come palpitazioni o spasmi gastrici) e l’insonnia da “Ruminazione” (poiché è particolarmente efficace per chi non riesce a prender sonno a causa di pensieri ossessivi o ansia da prestazione, poiché favorisce il rilassamento senza causare eccessiva sonnolenza diurna). Il ginestrino ha anche dimostrato una potenziale antidepressiva importante (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32178424/)

    2. LA RISPOSTA DI RILASSAMENTO

      La Risposta di Rilassamento (Relaxation Response) è un termine coniato negli anni ’70 dal Dr. Herbert Benson, professore alla Harvard Medical School.

      Si tratta dell’esatto opposto biologico della risposta “attacca o fuggi” (fight-or-flight). Mentre lo stress attiva il sistema nervoso simpatico (aumentando battito e cortisolo), la Risposta di Rilassamento attiva il sistema nervoso parasimpatico, riportando il corpo in uno stato di equilibrio e riparazione.

      I 4 Pilastri della Tecnica

      Benson ha studiato diverse forme di meditazione e preghiera, estraendone gli elementi scientifici comuni per renderli accessibili a chiunque, senza connotazioni religiose. Per attivarla servono quattro elementi:

      1. Un ambiente tranquillo: Un luogo con minime distrazioni.
      2. Un supporto mentale: Una parola, un suono, una breve preghiera o il ritmo del respiro su cui focalizzarsi.
      3. Un’attitudine passiva: È l’elemento più importante. Se la mente vaga, non bisogna punirsi o sforzarsi, ma riportare dolcemente l’attenzione al supporto mentale.
      4. Una posizione comoda: Solitamente seduti, per evitare di addormentarsi (che è diverso dal rilassamento vigile).

      Cosa succede al corpo (Fisiologia)

      Quando attivi questa risposta, il tuo organismo subisce cambiamenti misurabili:

      • Riduzione del consumo di ossigeno: Il metabolismo rallenta.
      • Rallentamento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria.
      • Riduzione della pressione arteriosa (particolarmente efficace per gli ipertesi).
      • Cambiamento delle onde cerebrali: Aumento delle onde alfa (associate al rilassamento vigile).

      Connessione con i tuoi disturbi gastrointestinali

      Dato che stavamo parlando di reflusso e psicosomatica, la tecnica di Benson è considerata una “medicina comportamentale” d’eccellenza per questi casi.

      Lo stress cronico mantiene lo stomaco in uno stato di contrattura e altera la produzione di acido. Praticare la Risposta di Rilassamento per 10-20 minuti due volte al giorno aiuta a “resettare” il sistema nervoso, permettendo al cardias (la valvola dell’esofago) di funzionare correttamente e riducendo l’acidità sistemica.

      Come praticarla ora (Esercizio rapido)

      1. Siediti comodamente e chiudi gli occhi.
      2. Rilassa tutti i muscoli, dai piedi al viso.
      3. Respira con il naso e, ogni volta che espiri, ripeti mentalmente una parola neutra (Benson suggeriva il numero “Uno”, ma puoi usare “Pace” o “Calma”).
      4. Continua per 10 minuti. Quando i pensieri arrivano, sorridi e torna al tuo “Uno”.

      La “Risposta di Rilassamento” non è un singolo comando, ma un insieme di cambiamenti fisiologici coordinati. Quando il dottor Herbert Benson la isolò scientificamente, dimostrò che potevamo “istruire” il nostro corpo a disattivare la risposta allo stress in modo volontario.

      Ecco nel dettaglio cosa succede al tuo organismo quando attivi correttamente questa risposta:

      1. I Cambiamenti Fisiologici (Cosa succede dentro)

      Mentre la risposta allo stress (“Attacca o Fuggi”) accelera tutto, la Risposta di Rilassamento è un freno biologico:

      • Riduzione del Metabolismo: Il consumo di ossigeno cala drasticamente (più che durante il sonno profondo), indicando un riposo cellulare totale.
      • Battito Cardiaco e Pressione: Il cuore rallenta e le pareti dei vasi sanguigni si distendono, abbassando la pressione arteriosa.
      • Frequenza Respiratoria: Il respiro diventa più profondo e lento, migliorando lo scambio gassoso.
      • Muscolatura: La tensione muscolare involontaria (quella che causa il mal di schiena o i crampi allo stomaco) si scioglie.

      2. Le Risposte a Livello Biochimico

      A differenza di un semplice riposo sul divano, la risposta di Benson modifica la chimica del sangue:

      • Crollo del Cortisolo: Si riduce l’ormone dello stress che, se alto per troppo tempo, danneggia il sistema immunitario e la mucosa gastrica.
      • Aumento delle Endorfine: Vengono rilasciati neurotrasmettitori che agiscono come antidolorifici naturali e stabilizzatori dell’umore.
      • Attivazione del Nervo Vago: Viene stimolato il principale nervo del sistema parasimpatico, che governa la digestione e la calma interiore.

      3. Effetti sulla Mente e sul Cervello

      Non è solo una sensazione fisica; il cervello cambia “marcia”:

      • Onde Alfa e Theta: L’attività cerebrale passa dalle onde frenetiche della veglia vigile (Beta) a onde più lente (Alfa), tipiche della creatività e del rilassamento profondo.
      • Focus Mentale: Migliora la capacità di concentrazione e si riduce la “rumore di fondo” dei pensieri ansiosi (quello che in psicosomatica chiamiamo rimuginio).

      Come riconoscerla mentre accade?

      Se stai praticando correttamente la tecnica di Benson (o la respirazione diaframmatica), avvertirai dei segnali precisi:

      1. Calore alle estremità: Le mani e i piedi diventano caldi (perché il sangue torna a circolare verso la periferia invece di restare bloccato nei muscoli vitali).
      2. Salivazione: La bocca torna umida (lo stress la rende secca).
      3. Movimenti intestinali: Potresti sentire dei “gorgoglii” addominali. È un ottimo segno: significa che il sistema digerente si sta riattivando e rilassando.
    3. PSICHE E NATURA: L’INTEGRAZIONE VINCENTE PER LA PROTEZIONE DELLA TIROIDE

      Oggi vorrei condividere con voi alcuni importanti riflessioni in merito ad una ghiandola nota ma spesso trascurata: la tiroide.

      La tiroide è spesso definita l’orologio biologico del nostro corpo. In ambito psicosomatico, questa ghiandola non si limita a regolare il metabolismo, ma riflette il nostro rapporto con il tempo, l’urgenza e la realizzazione personale.

      Dal punto di vista della medicina psicosomatica, la tiroide funge da ponte tra il cervello (pensiero) e il resto del corpo (azione).

      In psicosomatica, la tiroide è legata alla capacità di “esprimere la propria voce” e di dare ritmo alla propria vita. Le problematiche insorgono spesso quando c’è un conflitto tra il ritmo interno della persona e le richieste del mondo esterno. Le più comuni forme di alterazione tiroidea inclusono l’ipertiroidismo e l’ipotiroidismo.

      Ipertiroidismo: “La corsa contro il tempo”

      Chi soffre di ipertiroidismo vive spesso in uno stato di iper-efficienza e accelerazione costante. Il conflitto spesso nasce dal bisogno inconscio di fare tutto velocemente per sopravvivere a una minaccia o per ottenere approvazione, mentre il profilo psicologico riporta a persone che si sentono indispensabili, che non sanno delegare e che vivono con la sensazione che “il tempo non basti mai”. Anche il messaggio del corpo è coerente con questo quadro: “Devo correre più forte per essere all’altezza”.

      Ipotiroidismo: “Il freno a mano tirato”

      L’ipotiroidismo rappresenta un rallentamento generale delle funzioni vitali. In questo caso il conflitto può derivare da un senso di rassegnazione o dalla sensazione di essere schiacciati da responsabilità troppo grandi e il profilo psicologico  emerge in chi ha rinunciato a esprimere i propri desideri o si sente bloccato in una situazione che non può cambiare. Il rallentamento è una forma di “sciopero” o di protezione dal mondo esterno ed è collegato ad preciso messaggio del corpo: “Mi fermo, non voglio più subire questo ritmo”.

      In psicosomatica esiste poi anche un legame tra tiroide e Comunicazione. La posizione della tiroide, situata nella gola, è strategicamente importante. È la zona del quinto chakra (secondo le tradizioni orientali), il centro dell’espressione e della creatività. Molti disturbi tiroidei sono preceduti da anni di parole non dette, emozioni soffocate o pianti trattenuti. Se una persona sente di non poter realizzare i propri progetti o di non poter dire la propria verità, la zona della gola può accumulare una tensione che si riflette sulla ghiandola.

      Un approccio integrato potrebbe offrire migliori risultati nei problemi alla tiroide

      È fondamentale ricordare che la psicosomatica non sostituisce la medicina convenzionale. Se i valori di TSH, T3 e T4 sono alterati, la terapia farmacologica (come l’Eutirox o i farmaci antitiroidei) è essenziale. Tuttavia, affiancare un percorso psicologico può aiutare a rimodulare il ritmo imparando a gestire l’ansia da prestazione e il senso di urgenza, dare voce ai bisogni imparando a comunicare in modo assertivo senza “ingoiare il rospo” e ascoltare il corpo (comprendendo cosa sta cercando di dirci quel rallentamento o quell’accelerazione improvvisa).

      Va inoltre ricordato come la tiroide sia estremamente sensibile allo stress (cortisolo). Spesso, un trauma o un periodo di forte pressione emotiva agiscono da “trigger” per patologie autoimmuni come la Tiroidite di Hashimoto.

      In una visione integrata occorre però ricordare come alcuni studi importanti abbiano chiaramente mostrato enormi potenzialità nel trattamento di alcune diffuse patologie tiroidee di un estratto vegetale: la prunella vulgaris.

      La ricerca scientifica sulla Prunella vulgaris L. in relazione alla tiroide è molto attiva, specialmente negli ultimi anni (2020-2026), con un focus particolare sulla medicina integrata. La pianta è utilizzata da secoli nella medicina tradizionale cinese (nota come Xia Ku Cao), ma gli studi moderni stanno cercando di mappare i meccanismi molecolari esatti.

      L’estratto mostra importanti azioni protettive sia nel caso della tiroidite di hashimoto che nell’ipertiroidismo e morbo di graves.

      Tiroidite di Hashimoto (Autoimmune)

      È il campo dove la ricerca è più promettente. Studi pubblicati su Frontiers in Endocrinology e Heliyon (2020-2025) indicano che la Prunella agisce come immunomodulatore innato attraverso una riduzione anticorpi.  È stato infatti dimostrato che l’estratto di Prunella può ridurre significativamente i titoli di TPO-Ab (anti-perossidasi) e TG-Ab (anti-tireoglobulina) attraverso un meccanismo che agisce sulle cellule Th17 (linfociti T helper) e sopprime le citochine infiammatorie (come TNF-α e IL-6) tramite l’inibizione del segnale HMGB1/TLR9. In pratica, aiuta a “calmare” l’attacco immunitario contro la ghiandola. L’estratto inoltre garantisce una protezione cellulare (come confermato da studi del 2024 che suggeriscono come essa protegga i tireociti (le cellule della tiroide) dal danno ossidativo causato da un eccesso di iodio.

      Ipertiroidismo e Morbo di Graves

      Una meta-analisi sistematica pubblicata su Frontiers in Pharmacology (Febbraio 2025) ha analizzato l’uso della Prunella in combinazione con i farmaci antitiroidei (ATD).

      • Sinergia: L’aggiunta di Prunella alla terapia standard ha mostrato una maggiore riduzione di T3 e T4 libero rispetto ai soli farmaci, riducendo anche il rischio di recidive.
      • Stress Ossidativo: La ricerca (2024) indica che il componente attivo luteolina, presente nella pianta, riequilibra il rapporto tra cellule T-regolatorie e T-follicolari, riducendo lo stress ossidativo tipico del Graves.

      Anche nella tiroidite subacuta, la Prunella è studiata per ridurre la dipendenza dai corticosteroidi (prednisone) offrendo un risparmio di farmaci. Pubblicazioni sugli Annals of Translational Medicine hanno riportato che l’uso di Prunella permette di ridurre il dosaggio di cortisone mantenendo la stessa velocità di remissione del dolore e del gonfiore tiroideo, minimizzando così gli effetti collaterali del farmaco.

      Infine la prunella si è dimostrata utilissima nel supporto al trattamento ai noduli tiroide.

      Studi di meta-analisi (2021) su trial clinici randomizzati suggeriscono che la Prunella, usata come coadiuvante alla levotiroxina, può aiutare a ridurre il diametro dei noduli tiroidei e migliorare l’efficacia clinica complessiva del trattamento.

      Le ricerche di “Network Pharmacology” (farmacologia di rete) hanno isolato i seguenti composti come responsabili degli effetti sulla tiroide:

      1. Acido Rosmarinico: Il principale responsabile dell’azione anti-infiammatoria e della riduzione degli anticorpi.
      2. Luteolina: Fondamentale per la modulazione del sistema immunitario nell’ipertiroidismo.
      3. Quercetina e Kaempferolo: Agiscono sui percorsi di morte cellulare (apoptosi), proteggendo il tessuto ghiandolare sano.

      Sebbene ci sia una “forte evidenza” (cit. ResearchGate 2025) per l’efficacia della Prunella vulgaris, la maggior parte degli autori concorda su come il fitoterapico sia più efficace come terapia adiuvante (associata ai farmaci) piuttosto che come cura unica e presenti un profilo di sicurezza elevato, con rari effetti collaterali (principalmente lievi rush cutanei o disturbi gastrici in soggetti sensibili).

      Le riviste Frontiers in Endocrinology e Heliyon sono state tra le più attive negli ultimi anni (periodo 2020-2025) nel pubblicare studi di Network Pharmacology (farmacologia di rete) e trial clinici sulla Prunella vulgaris applicata alle patologie tiroidee.

      Una delle pubblicazioni più citate (spesso indicata come studio di Network Pharmacology) ha analizzato come i composti della Prunella interagiscano con le proteine umane nella Tiroidite di Hashimoto e nel Graves.

      • Identificazione dei Target: Lo studio ha identificato 14 composti attivi (tra cui Quercetina, Luteolina e Acido Kaempferolico) che agiscono su oltre 150 geni correlati alla tiroide.
      • Percorso Stat3/IL-6: La ricerca evidenzia che la Prunella inibisce il percorso di segnalazione STAT3. Questo è cruciale perché STAT3 promuove l’infiammazione e la sopravvivenza dei linfociti autoreattivi che attaccano la tiroide.
      • Regolazione delle T-reg: Lo studio conclude che l’estratto favorisce l’equilibrio tra cellule Th17 (pro-infiammatorie) e cellule Treg (regolatorie), riducendo l’aggressione autoimmune.

      In un importante studio multicentrico e di revisione pubblicato su Heliyon, i ricercatori si sono concentrati sull’efficacia clinica della Prunella nel trattamento dei noduli tiroidei benigni e hanno osservato una riduzione del volume. Nel corso della ricerca i dati mostrano che la somministrazione di estratti di Prunella spesso in combinazione con terapie standard porta a una riduzione statisticamente significativa del volume dei noduli rispetto al gruppo di controllo. Inoltre sono state osservate un’azione anti-angiogenica (la ricerca suggerisce che la Prunella inibisca il fattore di crescita vascolare endoteliale (VEGF), riducendo l’apporto di sangue al nodulo e frenandone la crescita. La rivista  Heliyon riporta che l’incidenza di effetti collaterali è estremamente bassa, rendendola un’opzione valida per trattamenti a lungo termine sotto supervisione medica.

      L’eccesso di iodio potrebbe essere mitigata da prunella vulgaris

      Sia Frontiers che Heliyon hanno esplorato il “paradosso dello iodio”. Un eccesso di iodio può scatenare tiroiditi autoimmuni in soggetti predisposti. Gli studi indicano che l’Acido Rosmarinico contenuto nella Prunella agisce come uno scudo antiossidante, prevenendo l’apoptosi (morte cellulare) dei tireociti indotta dall’eccesso di iodio.

      Secondo queste riviste, la Prunella vulgaris non agisce “come un farmaco” che sostituisce l’ormone, ma come un modulatore di sistema:

      Target MolecolareEffetto riscontrato (Frontiers/Heliyon)Patologia di riferimento
      TNF-α / IL-6Riduzione dell’infiammazione sistemicaTiroidite di Hashimoto
      VEGFInibizione della vascolarizzazione del noduloNoduli Tiroidei
      STAT3Soppressione dell’attacco autoimmuneMorbo di Graves / Hashimoto
      Caspasi-3Protezione dalla morte cellulareDanni da eccesso di Iodio

      Le pubblicazioni su queste testate concordano sul fatto che la Prunella vulgaris è particolarmente efficace nel ridurre il titolo anticorpale (TPO-Ab e TG-Ab) e nel migliorare l’ecogenicità della ghiandola (segno di minore infiammazione).

      Fonte:

      1. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37631021/;

    4. L’ATTIVITA’ FISICA: NON PIU’ UNA GENERICA INDICAZIONE DI MASSIMA MA UNA VERA E PROPRIA PRESCRIZIONE

      Per ottenere benefici stabili a livello psicologico attraverso un approccio integrato (sedute psicologiche, alimentazione corretta e attività fisica ) è importante passare da indicazioni generiche a vere e proprie prescrizioni del movimento e dell’attività fisica.

      Occorre cioè un approfondimento focalizzato sulla prescrizione clinica (F.I.T.T.) e sulla comparazione biochimica tra le diverse modalità di esercizio, utilizzando il formalismo necessario per definire i carichi di lavoro.


      Protocollo Clinico di Prescrizione: Il Modello F.I.T.T.

      La trasformazione dell’attività fisica in “farmaco” richiede la definizione di un dosaggio preciso. Nella letteratura psichiatrica, il modello F.I.T.T. (Frequency, Intensity, Time, Type) viene declinato come segue per il trattamento dei disturbi dell’umore:

      • Frequenza: 3-5 sessioni settimanali. La continuità è fondamentale per mantenere stabili i livelli di BDNF circolante.
      • Intensità: Per l’effetto antidepressivo, l’intensità deve oscillare tra il 60% e l’80% della Frequenza Cardiaca Massima ($FC_{max}$), calcolabile approssimativamente come:

      $$FC_{max} \approx 220 – \text{età}$$

      • Tempo: Sessioni di 30-45 minuti. Oltre i 60 minuti, in soggetti non allenati, l’eccessivo rilascio di cortisolo potrebbe antagonizzare i benefici neurotrofici.
      • Tipo: Scelta tra protocolli aerobici (AT), anaerobici di resistenza (RT) o combinati.

      Comparazione Tecnica: Esercizio Aerobico (AT) vs. Resistenza (RT)

      Sebbene entrambi siano efficaci, agiscono su pathway biochimici e sintomatologici parzialmente distinti:

      Parametro di ConfrontoEsercizio Aerobico (es. Corsa, Ciclismo)Esercizio di Resistenza (es. Weightlifting)
      Meccanismo PrevalenteModulazione del sistema oppioide (Endorfine) e endocannabinoide.Up-regulation del fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1).
      Target SintomatologicoElevata efficacia su Ansia Generalizzata e attacchi di panico (desensibilizzazione all’iperpnea).Elevata efficacia su Autostima e sintomi cognitivi della depressione.
      Effetto NeuroplasticoMassima stimolazione del volume ippocampale.Miglioramento della connettività funzionale nella corteccia prefrontale.
      Impatto MetabolicoOttimizzazione dell’efficienza mitocondriale neuronale.Riduzione dell’infiammazione sistemica (riduzione citochine pro-infiammatorie come IL-6).

      Sinergia Neuropsicofarmacologica

      L’attività fisica agisce come un catalizzatore per i trattamenti standard (SSRI/SNRI). La ricerca indica che l’esercizio fisico aumenta la permeabilità della barriera emato-encefalica e la sensibilità dei recettori post-sinaptici.

      In particolare, il rapporto tra volume di esercizio ($V$) e risposta terapeutica può essere modellato come una funzione a “U invertita”, dove il beneficio massimo si ottiene in un range di intensità moderata; carichi eccessivi (overtraining) possono indurre stati di neuroinfiammazione paradossa:

      $$B_{f} = \int_{t_0}^{t_n} (P_{syn} \cdot E_{i}) \, dt – C_{all}$$

      Dove:

      • $B_{f}$: Beneficio fisiologico totale.
      • $P_{syn}$: Plasticità sinaptica indotta.
      • $E_{i}$: Intensità dell’esercizio.
      • $C_{all}$: Carico allostatico (stress biologico).

      La conclusione clinica è che la prescrizione non deve essere statica: il clinico deve monitorare la aderenza terapeutica e la risposta soggettiva, variando il tipo di attività in base alla fase della patologia (es. aerobica in fase acuta ansiosa per lo “scarico” neurologico, resistenza in fase di recupero depressivo per la ricostruzione dell’identità corporea).